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Rosamund Pike 

Rosamund Pike e il peso dell’amore

Lontana dai set dopo Gone Girl, l’attrice inglese torna al cinema con un ruolo intenso e drammatico,  che l’ha spinta a superare i propri limiti. Ed ad esplorare lo spazio, sconfinato, nel cuore di una madre
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Sottile e aristocratica, voce soffice e bassa, Rosamund Pike porta con classe una bellezza di madreperla che potrebbe renderla fredda e distante, una di quelle star d’altri tempi che Hitchcock avrebbe adorato. Invece, non appena si siede per l’intervista, subito ti conduce dritto dentro le sue emozioni, un fiume in piena. Anche se lei fa di tutto per ricacciare indietro le lacrime, per pudore. Il ruolo terribile di madre in lutto che interpreta in Hostiles le si è appiccicato addosso, e non è per nulla facile scrollarselo via. Il film, scritto e diretto da Scott Cooper e presentato in anteprima allo scorso Festival di Roma (al cinema esce il 22 marzo), è un western decisamente sui generis, dai toni riflessivi e scuri. Protagonista è Christian Bale nei panni del capitano Joe Blocker, un roccioso ex eroe di guerra, a cui nel 1892 viene affidata, direttamente dal presidente, un’ultima missione di cui farebbe volentieri a meno: accompagnare il…
Sottile e aristocratica, voce soffice e bassa, Rosamund Pike porta con classe una bellezza di madreperla che potrebbe renderla fredda e distante, una di quelle star d’altri tempi che Hitchcock avrebbe adorato. Invece, non appena si siede per l’intervista, subito ti conduce dritto dentro le sue emozioni, un fiume in piena. Anche se lei fa di tutto per ricacciare indietro le lacrime, per pudore. Il ruolo terribile di madre in lutto che interpreta in Hostiles le si è appiccicato addosso, e non è per nulla facile scrollarselo via. Il film, scritto e diretto da Scott Cooper e presentato in anteprima allo scorso Festival di Roma (al cinema esce il 22 marzo), è un western decisamente sui generis, dai toni riflessivi e scuri. Protagonista è Christian Bale nei panni del capitano Joe Blocker, un roccioso ex eroe di guerra, a cui nel 1892 viene affidata, direttamente dal presidente, un’ultima missione di cui farebbe volentieri a meno: accompagnare il suo nemico storico, Falco Giallo, il capo dei Cheyenne malato e prigioniero, nella sua terra d’origine in Montana.

Lì potrà essere seppellito dalla famiglia e riposare in pace. Un lungo viaggio a cui quasi subito si unisce Rosalee Quaid, il personaggio interpretato da Pike, che ha appena visto trucidare marito e figli da un gruppo di Comanche ribelli. Quando il drappello la incrocia lei è sconvolta e traumatizzata, quasi in stato catatonico, mentre vaga con un neonato ucciso tra le braccia; poco dopo proverà a seppellire i suoi cari da sola, scavando la terra a mani nude. Per non abbandonarla in quello stato, il capitano decide di portarla con loro. E durante quell’avventura piena di pericoli i confini tra nemici e alleati, vinti e perdenti si stempereranno, la rabbia e i rancori si trasformeranno in forza comune contro gli attacchi esterni. 

Interpretare Rosalee sarebbe stato emotivamente impegnativo per chiunque, figuriamoci per una donna che, come Rosamund Pike, è già madre di due bambini: «Vero», riflette l’attrice inglese, «eppure ho detto d’istinto sì, quando Scott me lo ha offerto. La paura mi è venuta subito dopo averlo pronunciato: come ci si prepara a un ruolo del genere, così fortemente calato in una realtà che non ho mai sperimentato? Quello che c’è nel film mi terrorizzava al punto che non riuscivo neppure a leggere il copione dentro casa mia. Ho dovuto affittare un piccolo studio dove farlo: non potevo lasciarmi andare e fare penetrare quelle sensazioni, quell’aura scura nel nostro piccolo universo familiare». Fuori da lì però il suo impegno è stato totale. Un’arma a doppio taglio: «Ho letto tutto quello che ho trovato, ci sono molti libri, a partire da quelli splendidi di Joan Didion, che raccontano il trauma della perdita di più persone care insieme. Poi da sola, in quella piccola stanza, mi permettevo di  immaginare quello che avrei provato, soprattutto fisicamente: come avrebbe reagito il mio corpo al dolore? Cercavo di capire quale e quanto spazio occupa l’amore per i figli e che cosa avrei provato se mi fosse stato strappato via. Molte madri dicono di avere sentito dolore nelle ossa. Di notte avevo gli incubi e quando arrivavo sul set era ancora più duro, in una parola: reale». Per questo girare pagina, e lasciarsi il copione alle spalle, non è stato facile: «È la prima volta che mi capita con tanta intensità: riguardando il film, tutto torna allo stesso modo, potente. Soprattutto nella scena clou, quella in cui sono costretta ad assistere al massacro di mio marito e dei figli mi prende un nodo allo stomaco che non mi fa respirare: è come se rivivessi sulla mia pelle un ricordo terribile, la memoria di un fatto realmente accaduto, non semplicemente qualcosa che ho finto».
Nel corso di quel viaggio però Rosalee si rivela molto più resistente di quanto appare all’inizio: «Riesce a trovare in se stessa la spinta per continuare a vivere, per ricominciare. Dal fantasma che era, pian piano diventa capace di ricostruirsi come persona, anche attraverso il rapporto con il capitano: la loro intesa è quella di due anime danneggiate, molto probabilmente non sfocerà mai in amore. È una donna forte in un senso diverso dal nostro contemporaneo, non ha bisogno di mostrare qualità o atteggiamenti maschili». Come il regista Scott Cooper abbia potuto pensare a lei, apparentemente così eterea e glaciale, per un ruolo tanto  intenso e coinvolgente è abbastanza difficile da immaginare: «Mi ha visto nel  video che ho fatto per una canzone dei  Massive AttackVoodoo In My Blood, e lì deve avere visto un’energia selvaggia, non controllata. Qualcosa che io credo sia sempre stata in me, ma che recitando non era mai venuta fuori: so di essere più estrema di quanto possa venire percepita all’esterno. Adesso trovo liberatorio che mi vengano offerte delle parti in cui la fisicità sta diventando sempre più importante».

Trentanove anni, londinese, Rosamund è cresciuta nella musica classica (sua madre è una violinista e cantante lirica, il padre un tenore che ha lavorato anche con Peter Brook e ora insegna al conservatorio di Birmingham), viaggiando spesso al seguito dei genitori in tour per l’Europa. «Ma non pensate a viaggi in prima classe! Ci muovevamo per lo più in macchina. Ho passato la maggior parte del mio tempo da bambina in sale prova, ascoltando Verdi e Stockhausen, spiando da dietro le quinte i miei che si esibivano. Guardavo mia madre con quegli abiti lunghi e un boa di struzzo intorno al collo e mi appariva piena di glamour, eccitante... Forse è per questo che mi sono innamorata della scena. L’energia che mia mamma sprigionava dopo ogni concerto, riuscivo a respirarla anche in auto, mentre tornavamo a casa». Nonostante abbia studiato piano e violoncello, Pike ha scoperto la sua vera passione al liceo, quando ha vinto una borsa di studio per la Badminton School a Bristol e ha iniziato a recitare nel National Youth Theatre. Visto che però sia la Royal che la London Academy of Art la respinsero, si iscrisse al Wadham College di Oxford (sua amica e compagna di corso era Chelsea Clinton), laureandosi con la lode in Letteratura inglese. 

Dopo qualche ingaggio in alcune serie televisive, a 21 anni il suo debutto al cinema fu subito esplosivo: nel 2002 venne scelta infatti come Bond Girl in La morte può attendere, con Pierce Brosnan. Lei confessa: «Non avevo mai visto un film di 007 in vita mia. Girarlo è stata un’avventura piacevole, ma una volta che è uscito in sala mi ha catapultata in un circo folle, sembrava che agli altri importasse solo sapere cosa indossavo, come mi pettinavo o truccavo. La vivevo malissimo, mi sentivo guardata in modo totalmente diverso da com’ero in realtà: una giovane timida e insicura, appena uscita dall’università. Ora non mi importa più, ho imparato che trucco e hairstyle possono trasformarmi in una bellezza. E so bene che è costruita, non è reale». 

A mandarla fuori giri in quei primi anni di carriera è stata anche la poca fortuna nella vita privata: il suo primo fidanzato, l’attore e suo compagno di università Simon Woods, ha fatto coming out dichiarandosi gay; il secondo, il regista Joe Wright, di cui si era innamorata sul set di Orgoglio e pregiudizio, l’ha lasciata dopo quattro anni a pochi giorni dalle nozze, senza mai spiegare bene il perché. Nessuno quindi avrebbe scommesso nel 2009 sulla sua storia con il matematico Robie Uniacke: 18 anni più di lei, ricco rampollo di Eton, con un passato da tossicodipendente, due matrimoni e quattro figli. Invece oggi sono ancora insieme e lui è il padre dei suoi due bambini, Solo, nato nel 2012, e Atom, due anni dopo. Gelosissima della loro privacy, Rosamund definisce il marito «la persona più interessante che abbia mai incontrato, colto e con una mente brillante, ha una qualità impagabile:  tiene moltissimo al valore dell’anonimato». Insieme vivono a Londra, in una casa georgiana del XIX secolo che hanno da poco finito di restaurare; non accettano mai inviti a cena di mercoledì, perché è la loro serata. 

Dal punto di vista professionale, il secondo exploit per Rosamund è arrivato nel 2014, quando Fincher l’ha scelta per interpretare Amy Dunne, la donna letale protagonista di Gone Girl - L’amore bugiardo, al fianco di Ben Affleck: un ruolo per cui, grazie a un’audizione via Skype durata quattro ore, aveva battuto rivali come Natalie Portman, Charlize Theron, Emily Blunt, Abbie Cornish, Olivia Wilde e persino Reese Witherspoon, che deteneva i diritti del bestseller da cui era tratto. Un’interpretazione che le ha fatto guadagnare una nomination all’Oscar e l’ha capultata sulle copertine di tutti i giornali. Invece di sfruttare quel successo, lei subito dopo è praticamente sparita, decisa ad avere il secondo figlio: «È stata una precisa scelta: Amy si era presa buona parte delle mie energie positive, avevo bisogno di sentirmi un po’ più umana, materna. Molti pensano che sia stata una pazzia, ma per me ha funzionato alla perfezione».  

Ora, dopo Hostiles, è sempre più attratta da personaggi di donne coraggiose: prossimamente sarà la scienziata Marie Curie in un film diretto da Marjane Satrapi. Ancora prima, in A Private War, vestirà i panni di Marie Colvin, reporter americana che ha seguito in prima linea le guerre in Kosovo, Cecenia e Medio Oriente, prima di morire durante l’assedio di Homs in Siria, nel 2012: «Siamo stati in Giordania sei settimane, per le scene in cui Marie era inviata sui vari fronti. Ho cercato di ritrarla nel modo più accurato possibile, di scoprirla facendo un lavoro di ricerca, in qualche modo giornalistico, ho letto tutto quello che ha scritto, ho ascoltato ogni sua registrazione: eppure non è facile conquistare la fiducia di quelli che l’hanno conosciuta da vicino. Ma è bello raccontare la storia di una persona che, attraverso il lavoro investigativo, non ha mai avuto paura di dire la verità».