Che sia maturità o artistica incoscienza, tra la "fine dei vent'anni" e la conquista dei trenta, ci passa l'importanza di un nuovo titolo, Vivere o morire, che non lascia tregua, comunica urgenza di dire e voglia di smetterla con i compromessi. Che poi a metterla su questo piano sia Motta, ovvero uno dei giovani scapigliati che portiamo a esempio di quello che è (o meglio, può essere) la nuova scena della canzone, allora forse è tempo di prenderne atto. Il ricambio generazionale c'è, è una realtà. Ci sono nuovi eroi disposti a prendersi questa responsabilità.
"Di sicuro oggi abbiamo possibilità nuove, ci ascolta molta più gente" racconta il toscanissimo Francesco Motta che da non molto, dopo attente meditazioni, ha scelto il solo cognome ("fino a due anni fa se digitavi Motta su Google certo non usciva per primo il mio nome..."). Ce lo racconta nella sua casa di Torpignatta…
"Di sicuro oggi abbiamo possibilità nuove, ci ascolta molta più gente" racconta il toscanissimo Francesco Motta che da non molto, dopo attente meditazioni, ha scelto il solo cognome ("fino a due anni fa se digitavi Motta su Google certo non usciva per primo il mio nome..."). Ce lo racconta nella sua casa di Torpignatta…
Che sia maturità o artistica incoscienza, tra la "fine dei vent'anni" e la conquista dei trenta, ci passa l'importanza di un nuovo titolo, Vivere o morire, che non lascia tregua, comunica urgenza di dire e voglia di smetterla con i compromessi. Che poi a metterla su questo piano sia Motta, ovvero uno dei giovani scapigliati che portiamo a esempio di quello che è (o meglio, può essere) la nuova scena della canzone, allora forse è tempo di prenderne atto. Il ricambio generazionale c'è, è una realtà. Ci sono nuovi eroi disposti a prendersi questa responsabilità.
"Di sicuro oggi abbiamo possibilità nuove, ci ascolta molta più gente" racconta il toscanissimo Francesco Motta che da non molto, dopo attente meditazioni, ha scelto il solo cognome ("fino a due anni fa se digitavi Motta su Google certo non usciva per primo il mio nome..."). Ce lo racconta nella sua casa di Torpignattara, quartiere vivace e popolarissimo della capitale, con davanti l'ombrosa copia in vinile del suo nuovo album, foto e disegni in rosso su nero, scuro, aria integra ed elegante. "Ma del resto ci sono altri colori oltre il nero?" dice lapidario e ironico, ancora fragile, come stremato dallo sforzo di aver detto tutto quello che c'era da dire in un solo disco, che alla fine propone solo nove canzoni, intense e drammatiche, cenni di visioni e crudezza autobiografica.
"Mi piace prendere posizione, cosa che spesso i miei colleghi non fanno. Quando c'è stata l'alluvione a Livorno, con uno sforzo minimo abbiamo organizzato un concerto, nulla in confronto ai ragazzi che spalavano, ma era qualcosa. Chi aspira a essere portavoce di una generazione deve essere responsabile, io e molti altri potremmo fare tanto, ogni volta che ci sono palesi ingiustizie".
Motta sente il peso del suo ruolo, con euforia e passione e si richiama alle virtù della vecchia generazione: "C'era una generazione di cantautori che lo faceva, ma anche la politica era più emozionate. Di conseguenza le canzoni erano più partecipi. A un discorso di Berlinguer corrispondeva una canzone di Gaber. Ora che abbiamo le carte per arrivare a più persone dovremmo riscoprire questa cosa".
Nel disco c'è soprattutto una canzone, quella che dà il titolo all'album, che emerge, campeggia, conquista la scena, e sembra un manifesto, una dichiarazione d'intenti, un obbligo morale a scegliere, a prendere posizione. "Mi ha molto aiutato Pacifico, ma con lui sono state più che altro sedute di psicanalisi. C'erano frasi che mi giravano in testa, come "i silenzi di mia madre", ma non sapevo come uscirne, come farne una canzone, ero a Parigi, e allora sono uscito ho fatto dieci chilometri a piedi da Pigalle alla Concorde e ritorno, sono andato a dormire tardissimo, litigando con chiunque mi stesse vicino, ero arrabbiato e la mattina dopo ho scritto: nove strofe di filato, mi sono reso conto che le avevo covate per trent'anni".
Il disco suona essenziale, particolarmente coerente, ed esprime bene nei suoni, nell'approccio, nell'intenzione della scrittura, una ragionevole versione della canzone d'autore adattata ai nostri tempi. "Dopo il primo disco ho fatto cento concerti" conclude Motta, "io le ho viste le facce dei ragazzi, noi che cantiamo entriamo in contatto con un sacco di gente, e questa cosa va sfruttata. Oggi vince chi non prende posizione, e si è visto alle ultime elezioni, io un tempo non avevo granché da dire, ora invece avverto l'urgenza, devo farlo, è l'unica maniera per sentirmi meglio. Altrimenti meglio star zitti". E questo è un altro modo per dire che bisogna scegliere, sempre e comunque: Vivere o morire.
"Di sicuro oggi abbiamo possibilità nuove, ci ascolta molta più gente" racconta il toscanissimo Francesco Motta che da non molto, dopo attente meditazioni, ha scelto il solo cognome ("fino a due anni fa se digitavi Motta su Google certo non usciva per primo il mio nome..."). Ce lo racconta nella sua casa di Torpignattara, quartiere vivace e popolarissimo della capitale, con davanti l'ombrosa copia in vinile del suo nuovo album, foto e disegni in rosso su nero, scuro, aria integra ed elegante. "Ma del resto ci sono altri colori oltre il nero?" dice lapidario e ironico, ancora fragile, come stremato dallo sforzo di aver detto tutto quello che c'era da dire in un solo disco, che alla fine propone solo nove canzoni, intense e drammatiche, cenni di visioni e crudezza autobiografica.
"Mi piace prendere posizione, cosa che spesso i miei colleghi non fanno. Quando c'è stata l'alluvione a Livorno, con uno sforzo minimo abbiamo organizzato un concerto, nulla in confronto ai ragazzi che spalavano, ma era qualcosa. Chi aspira a essere portavoce di una generazione deve essere responsabile, io e molti altri potremmo fare tanto, ogni volta che ci sono palesi ingiustizie".
Motta sente il peso del suo ruolo, con euforia e passione e si richiama alle virtù della vecchia generazione: "C'era una generazione di cantautori che lo faceva, ma anche la politica era più emozionate. Di conseguenza le canzoni erano più partecipi. A un discorso di Berlinguer corrispondeva una canzone di Gaber. Ora che abbiamo le carte per arrivare a più persone dovremmo riscoprire questa cosa".
Nel disco c'è soprattutto una canzone, quella che dà il titolo all'album, che emerge, campeggia, conquista la scena, e sembra un manifesto, una dichiarazione d'intenti, un obbligo morale a scegliere, a prendere posizione. "Mi ha molto aiutato Pacifico, ma con lui sono state più che altro sedute di psicanalisi. C'erano frasi che mi giravano in testa, come "i silenzi di mia madre", ma non sapevo come uscirne, come farne una canzone, ero a Parigi, e allora sono uscito ho fatto dieci chilometri a piedi da Pigalle alla Concorde e ritorno, sono andato a dormire tardissimo, litigando con chiunque mi stesse vicino, ero arrabbiato e la mattina dopo ho scritto: nove strofe di filato, mi sono reso conto che le avevo covate per trent'anni".
Il disco suona essenziale, particolarmente coerente, ed esprime bene nei suoni, nell'approccio, nell'intenzione della scrittura, una ragionevole versione della canzone d'autore adattata ai nostri tempi. "Dopo il primo disco ho fatto cento concerti" conclude Motta, "io le ho viste le facce dei ragazzi, noi che cantiamo entriamo in contatto con un sacco di gente, e questa cosa va sfruttata. Oggi vince chi non prende posizione, e si è visto alle ultime elezioni, io un tempo non avevo granché da dire, ora invece avverto l'urgenza, devo farlo, è l'unica maniera per sentirmi meglio. Altrimenti meglio star zitti". E questo è un altro modo per dire che bisogna scegliere, sempre e comunque: Vivere o morire.