Janelle Monáe è tornata
Carlotta Magnanini , di CARLOTTA MAGNANINIUn nuovo album meno fanta-cyborg e più incentrato sul presente e su se stessa. "Per questo ne ero così spaventata"
Per una vestale dell'Afrofuturismo, scienza esatta dedita al culto fanta-black, una dea degli androidi che vive nel domani cosmico, parlare di una faccenda terrena come il sesso può essere un tabù. A maggior ragione se il tuo nome è quello di Janelle Monáe, fai una musica R&B-funky-soul divina e hai una publicist-panzer che lavora con la rincorsa. Già una settimana precedente la nostra ("eventuale") intervista, aveva piantato paletti improfanabili: "Niente domande su sesso, sessualità, vita sessuale". Un concetto un po' ridondante, ribadito il giorno prima e poi ancora a 20 minuti dall'ora X. Pazienza, con l'artista prodigio, cantante, autrice, produttrice, attrice, modella e influencer - di quelle vere, senza sponsor - di argomenti ce n'è. Però è un peccato.
Potevamo chiederle dettagli sul bisessualmente erotico nuovo video Make Me Feel, con l'amica Tessa Johnson; se davver…
Potevamo chiederle dettagli sul bisessualmente erotico nuovo video Make Me Feel, con l'amica Tessa Johnson; se davver…
Per una vestale dell'Afrofuturismo, scienza esatta dedita al culto fanta-black, una dea degli androidi che vive nel domani cosmico, parlare di una faccenda terrena come il sesso può essere un tabù. A maggior ragione se il tuo nome è quello di Janelle Monáe, fai una musica R&B-funky-soul divina e hai una publicist-panzer che lavora con la rincorsa. Già una settimana precedente la nostra ("eventuale") intervista, aveva piantato paletti improfanabili: "Niente domande su sesso, sessualità, vita sessuale". Un concetto un po' ridondante, ribadito il giorno prima e poi ancora a 20 minuti dall'ora X. Pazienza, con l'artista prodigio, cantante, autrice, produttrice, attrice, modella e influencer - di quelle vere, senza sponsor - di argomenti ce n'è. Però è un peccato.
Potevamo chiederle dettagli sul bisessualmente erotico nuovo video Make Me Feel, con l'amica Tessa Johnson; se davvero i colori predominanti, fucsia e blu elettrico, siano messaggi queer; o, più in generale, quante adesioni abbia raccolto il suo famoso sciopero della vagina, indetto l'anno scorso perché "sarebbe ora che la gente cominci a rispettarla". Ma pazienza. La notizia è che di Janelle "magnete" Monáe - una che a 32 anni ha incassato una quantità tale di premi e riconoscimenti (tra cui 6 nomination ai Grammy) che anche Wikipedia ha perso il conto - sta per uscire il terzo album, Dirty Computers (Atlantic Records, il 27 aprile), con i primi due singoli schizzati in cima alle classifiche di questo pianeta alla velocità di un afro-razzo. "Grazie per avere ascoltato l'album", esordisce la sacerdotessa nel suo cerimoniale. Ha voce di velluto, bassa e roca, e viene naturale abbandonare ogni curiosità terra terra per puntare più alto, ben oltre la cintola: nella testa di quest'incredibile creatura creativa. In realtà ci aveva fatto mandare solo 5 centellinate tracce: sufficienti per farsi un'idea del suo ritorno in studio, dopo un lustro? "Ogni canzone era una necessità, ne sentivo il bisogno ancora prima di ArchAndroid (il secondo album del 2010, ndr).
Ma al tempo stesso ne ero molto spaventata: realizzarlo mi avrebbe esposta. Più del solito". Auto-editato in studio, "ma con l'affetto e gli incoraggiamenti degli amici di Wondaland", la "società delle arti" che fondò, giovanissima, ad Atlanta con Big Boi degli OutKast, "lavorarci mi ha richiesto una massiccia dose di onestà, vulnerabilità". E non deve essere stato facile, per un'artista che ha costruito la propria carriera, e il folgorante successo, su alter-ego altrettanto costruiti: dal messianico robot Cindi Mayweather del primo Metropolis alla distopica cyborg di Electric Lady, oltre a un'immagine pubblica raffinatissima e al tempo stesso kitsch, protetta dalle armature bianconero dei suoi tuxedo. "In omaggio alle divise dei miei genitori, anch'io indosso un'uniforme", ha spesso dichiarato fiera.
Nata a Kansas City il primo dicembre 1985, Janelle Monáe Robinson sfoggia radici forti. È molto legata alla madre, donna delle pulizie negli hotel, e al padre, autista con alti e bassi nelle dipendenze, entrambi abbastanza lungimiranti da non ostacolare il richiamo della figlia verso il palcoscenico. Janelle era appena una bambina quando debuttò come Dorothy ne Il Mago di Oz, e sempre a teatro (l'Amda di New York, dove si trasferì) ha mosso i primi passi anche come autrice. E se è da oltre un decennio che ha dimostrato che esistono molti altri mondi oltre il Kansas e soprattutto altri modi, oltre alle droghe, per cercare il riscatto, è solo ora che ha scoperto anche quello per arrivare a se stessa. E l'ha chiamato Dirty Computers. "Ma sono dovuta passare attraverso innumerevoli emozioni, come la rabbia di vivere in un paese libero come America, in cui c'è ancora chi, a cominciare dal suo leader, emette diktat, etichette, divieti, spingendoci ai margini della società, facendoci sentire difettosi. Sporchi". Dirty. "Siamo noi i dirty computer a cui viene costantemente ordinata una riparazione. Vogliono ripulirci dai bug, ma le nostre diversità non sono "virus": sono la nostra forza. Noi siamo artisti, siamo figlie, madri, sorelle, siamo fratelli.
Ma siamo uniti: è così che mandiamo avanti il mondo". Impossibile non aspettarsi un messaggio così universale e politico dalla paladina della lotta alle discriminazioni, forse la coscienza più fiera di gender, sesso e razza nel mondo della musica black, come lei Erykah Badhu, Kesha, Kelela... E lo è dalla nascita di Black Lives Matter fino a Time'sUp, movimenti per cui non ha mai perso occasione di dire, attivamente, la sua (come agli ultimi Grammy: "We come in peace, but we mean business", il suo proclama). Ora torna a ribadire il tutto nel manifesto arrabbiato Django Jane, secondo estratto del nuovo album con un testo iper-autobiografico che suona come un grido di battaglia per le "sorelle": "Black girl magic, y'all can't stand it / Y'all can't ban it, made out like a bandit (...) Paint the city pink / let the vagina have a monologue".
Per Monáe è fondamentale costituire network e fare rete. E dopo la Wondaland Art Society, quest'anno ha promosso Fem The Future, un'associazione "nata dalla frustazione di chi non riesce a emergere, intraprendere la propria strada a causa delle poche opportunità. Penso alle tante giovani che non hanno strumenti: è necessario creare delle occasioni e metterle in contatto con esseri umani straordinari, che possano essere per loro un punto di riferimento, dei mentori nel mondo della musica, dell'arte e del cinema. Cercherò di farlo sempre di più, forse dirigerò più corti sulle donne", come il teaser del suo video Make Me Feel (davvero corto: 33 secondi), presentato non a caso alla première di Black Panther, blockbuster con il supereroe nero che più afrofuturistico non si può.
Il talento di Janelle per fiction e storytelling si è concretizzata, di recente, in un paio di incursioni davanti alla macchina da presa. Irrinunciabili: ne Il diritto di contare - Hidden Figures di Theodore Melfi, storia delle scienziate afroamericane dietro alla corsa nello spazio della Nasa, agli inizi degli anni '60, e in Moonlight di Berry Jenkins, 3 premi Oscar nel 2017, tra cui quello come miglior film (la prima volta per una produzione Lgtb). Prossimamente sarà di nuovo al cinema con un altro lavoro che celebra la forza femminile, The Women of Marwen, di Robert Zemeckis. "Ma ci sono tanti registi bravissimi con cui vorrei lavorare: Dee Rees di Mudbound, anche lei impegnata nell'Afrofuturismo, o Charlie Brooker di Black Mirror, tra i miei preferiti di questa generazione".
Monáe è debitrice anche alle precedenti: a Fritz Lang deve l'imprinting estetico del suo concept album Metropolis: Suite I;, e ha da poco omaggiato Alfred Hitchcock interpretando un mini-film (con servizio moda pubblicato dalla rivista W) diretto da Jordan Peele, regista di Get Out. "Sono una grande fan di Jordan. È stato fantastico dare vita a quel personaggio, un'eroina nera era una figura inconcepibile per quel periodo, gli anni '50". Ma che adesso, in questo presente - quello che allora rappresentava il futuro - si può di certo inventare. "Tutto è possibile se si è liberi dalla paura", incitava nel suo discorso alla Women's March. Lei ne ha? "La mia, la più grande, non ha niente a che fare solo con me, piuttosto con l'umanità: temo per il nostro pianeta e i cambiamenti climatici sottovalutati, temo che le donne siano sempre più vittime di violenza e abusi sessuali, temo rimangano per sempre oppresse. E ho paura che non ci accorgiamo delle connessioni, di quei vincoli preziosi che ci legano come persone".
Uno dei legami più forti era con Prince, il geniale "folletto di Minneapolis" scomparso (lei usa le parole: "passato a un'altra frequenza") il 21 aprile 2016, due anni fa esatti. Insieme stavano registrando "suoni nuovi" per Dirty Computers e la notizia della sua morte è stata come "un calcio nello stomaco. Provo ancora un immenso dolore, è stato un amico, un maestro, mi ha ispirato per questo album, nella creazione di Fem Project. Prince era un mio riferimento prima ancora lo conoscessi di persona e credo che con la sua musica, i suoi video, i film, sia riuscito più di chiunque altro a costruire un mondo meraviglioso, incoraggiandoci a essere indipendenti. Era una persona incredibilmente intima, e al tempo stesso un animale scenico".
Il velluto si spezza, nel ricordare l'amico. Altri che l'hanno ispirata? "Stevie Wonder, i Talking Heads. E mia madre, mia nonna, le donne che stanno combattendo le ingiustizie del mondo. Apprezzo il supporto di tutte, e quest'album lo dedico a loro". Rallenta il ritmo, e dal futuro cosmico scende leggera. Perché ora, tolte le uniformi di alter-ego cyborg, degli androidi e delle Cindi Mayweather, il personaggio chiave di Dirty Computers è inedito e si chiama Janelle Monáe. "Dopo tutto, mi sento ancora agli inizi della carriera", sussurra. "Questo è un nuovo capitolo, una piccola porzione di un disegno più grande, che continua a crescere e può insegnare, essere da esempio. E lasciare un segno per il futuro". Intesi, su questa terra.
Potevamo chiederle dettagli sul bisessualmente erotico nuovo video Make Me Feel, con l'amica Tessa Johnson; se davvero i colori predominanti, fucsia e blu elettrico, siano messaggi queer; o, più in generale, quante adesioni abbia raccolto il suo famoso sciopero della vagina, indetto l'anno scorso perché "sarebbe ora che la gente cominci a rispettarla". Ma pazienza. La notizia è che di Janelle "magnete" Monáe - una che a 32 anni ha incassato una quantità tale di premi e riconoscimenti (tra cui 6 nomination ai Grammy) che anche Wikipedia ha perso il conto - sta per uscire il terzo album, Dirty Computers (Atlantic Records, il 27 aprile), con i primi due singoli schizzati in cima alle classifiche di questo pianeta alla velocità di un afro-razzo. "Grazie per avere ascoltato l'album", esordisce la sacerdotessa nel suo cerimoniale. Ha voce di velluto, bassa e roca, e viene naturale abbandonare ogni curiosità terra terra per puntare più alto, ben oltre la cintola: nella testa di quest'incredibile creatura creativa. In realtà ci aveva fatto mandare solo 5 centellinate tracce: sufficienti per farsi un'idea del suo ritorno in studio, dopo un lustro? "Ogni canzone era una necessità, ne sentivo il bisogno ancora prima di ArchAndroid (il secondo album del 2010, ndr).
Ma al tempo stesso ne ero molto spaventata: realizzarlo mi avrebbe esposta. Più del solito". Auto-editato in studio, "ma con l'affetto e gli incoraggiamenti degli amici di Wondaland", la "società delle arti" che fondò, giovanissima, ad Atlanta con Big Boi degli OutKast, "lavorarci mi ha richiesto una massiccia dose di onestà, vulnerabilità". E non deve essere stato facile, per un'artista che ha costruito la propria carriera, e il folgorante successo, su alter-ego altrettanto costruiti: dal messianico robot Cindi Mayweather del primo Metropolis alla distopica cyborg di Electric Lady, oltre a un'immagine pubblica raffinatissima e al tempo stesso kitsch, protetta dalle armature bianconero dei suoi tuxedo. "In omaggio alle divise dei miei genitori, anch'io indosso un'uniforme", ha spesso dichiarato fiera.
Nata a Kansas City il primo dicembre 1985, Janelle Monáe Robinson sfoggia radici forti. È molto legata alla madre, donna delle pulizie negli hotel, e al padre, autista con alti e bassi nelle dipendenze, entrambi abbastanza lungimiranti da non ostacolare il richiamo della figlia verso il palcoscenico. Janelle era appena una bambina quando debuttò come Dorothy ne Il Mago di Oz, e sempre a teatro (l'Amda di New York, dove si trasferì) ha mosso i primi passi anche come autrice. E se è da oltre un decennio che ha dimostrato che esistono molti altri mondi oltre il Kansas e soprattutto altri modi, oltre alle droghe, per cercare il riscatto, è solo ora che ha scoperto anche quello per arrivare a se stessa. E l'ha chiamato Dirty Computers. "Ma sono dovuta passare attraverso innumerevoli emozioni, come la rabbia di vivere in un paese libero come America, in cui c'è ancora chi, a cominciare dal suo leader, emette diktat, etichette, divieti, spingendoci ai margini della società, facendoci sentire difettosi. Sporchi". Dirty. "Siamo noi i dirty computer a cui viene costantemente ordinata una riparazione. Vogliono ripulirci dai bug, ma le nostre diversità non sono "virus": sono la nostra forza. Noi siamo artisti, siamo figlie, madri, sorelle, siamo fratelli.
Ma siamo uniti: è così che mandiamo avanti il mondo". Impossibile non aspettarsi un messaggio così universale e politico dalla paladina della lotta alle discriminazioni, forse la coscienza più fiera di gender, sesso e razza nel mondo della musica black, come lei Erykah Badhu, Kesha, Kelela... E lo è dalla nascita di Black Lives Matter fino a Time'sUp, movimenti per cui non ha mai perso occasione di dire, attivamente, la sua (come agli ultimi Grammy: "We come in peace, but we mean business", il suo proclama). Ora torna a ribadire il tutto nel manifesto arrabbiato Django Jane, secondo estratto del nuovo album con un testo iper-autobiografico che suona come un grido di battaglia per le "sorelle": "Black girl magic, y'all can't stand it / Y'all can't ban it, made out like a bandit (...) Paint the city pink / let the vagina have a monologue".
Per Monáe è fondamentale costituire network e fare rete. E dopo la Wondaland Art Society, quest'anno ha promosso Fem The Future, un'associazione "nata dalla frustazione di chi non riesce a emergere, intraprendere la propria strada a causa delle poche opportunità. Penso alle tante giovani che non hanno strumenti: è necessario creare delle occasioni e metterle in contatto con esseri umani straordinari, che possano essere per loro un punto di riferimento, dei mentori nel mondo della musica, dell'arte e del cinema. Cercherò di farlo sempre di più, forse dirigerò più corti sulle donne", come il teaser del suo video Make Me Feel (davvero corto: 33 secondi), presentato non a caso alla première di Black Panther, blockbuster con il supereroe nero che più afrofuturistico non si può.
Il talento di Janelle per fiction e storytelling si è concretizzata, di recente, in un paio di incursioni davanti alla macchina da presa. Irrinunciabili: ne Il diritto di contare - Hidden Figures di Theodore Melfi, storia delle scienziate afroamericane dietro alla corsa nello spazio della Nasa, agli inizi degli anni '60, e in Moonlight di Berry Jenkins, 3 premi Oscar nel 2017, tra cui quello come miglior film (la prima volta per una produzione Lgtb). Prossimamente sarà di nuovo al cinema con un altro lavoro che celebra la forza femminile, The Women of Marwen, di Robert Zemeckis. "Ma ci sono tanti registi bravissimi con cui vorrei lavorare: Dee Rees di Mudbound, anche lei impegnata nell'Afrofuturismo, o Charlie Brooker di Black Mirror, tra i miei preferiti di questa generazione".
Monáe è debitrice anche alle precedenti: a Fritz Lang deve l'imprinting estetico del suo concept album Metropolis: Suite I;, e ha da poco omaggiato Alfred Hitchcock interpretando un mini-film (con servizio moda pubblicato dalla rivista W) diretto da Jordan Peele, regista di Get Out. "Sono una grande fan di Jordan. È stato fantastico dare vita a quel personaggio, un'eroina nera era una figura inconcepibile per quel periodo, gli anni '50". Ma che adesso, in questo presente - quello che allora rappresentava il futuro - si può di certo inventare. "Tutto è possibile se si è liberi dalla paura", incitava nel suo discorso alla Women's March. Lei ne ha? "La mia, la più grande, non ha niente a che fare solo con me, piuttosto con l'umanità: temo per il nostro pianeta e i cambiamenti climatici sottovalutati, temo che le donne siano sempre più vittime di violenza e abusi sessuali, temo rimangano per sempre oppresse. E ho paura che non ci accorgiamo delle connessioni, di quei vincoli preziosi che ci legano come persone".
Uno dei legami più forti era con Prince, il geniale "folletto di Minneapolis" scomparso (lei usa le parole: "passato a un'altra frequenza") il 21 aprile 2016, due anni fa esatti. Insieme stavano registrando "suoni nuovi" per Dirty Computers e la notizia della sua morte è stata come "un calcio nello stomaco. Provo ancora un immenso dolore, è stato un amico, un maestro, mi ha ispirato per questo album, nella creazione di Fem Project. Prince era un mio riferimento prima ancora lo conoscessi di persona e credo che con la sua musica, i suoi video, i film, sia riuscito più di chiunque altro a costruire un mondo meraviglioso, incoraggiandoci a essere indipendenti. Era una persona incredibilmente intima, e al tempo stesso un animale scenico".
Il velluto si spezza, nel ricordare l'amico. Altri che l'hanno ispirata? "Stevie Wonder, i Talking Heads. E mia madre, mia nonna, le donne che stanno combattendo le ingiustizie del mondo. Apprezzo il supporto di tutte, e quest'album lo dedico a loro". Rallenta il ritmo, e dal futuro cosmico scende leggera. Perché ora, tolte le uniformi di alter-ego cyborg, degli androidi e delle Cindi Mayweather, il personaggio chiave di Dirty Computers è inedito e si chiama Janelle Monáe. "Dopo tutto, mi sento ancora agli inizi della carriera", sussurra. "Questo è un nuovo capitolo, una piccola porzione di un disegno più grande, che continua a crescere e può insegnare, essere da esempio. E lasciare un segno per il futuro". Intesi, su questa terra.