Ry Cooder: “Il gospel può guarire dal razzismo”
Carlo Moretti , di CARLO MORETTIThe prodigal son, che esce l’11 maggio a sei anni dal precedente album. Con questo lavoro torna alle sorgenti del suo primo amore, il blues per interpretare brani tradizionali e le canzoni scritte per raccontare le disuguaglianze economiche e la violenza che attraversano oggi l'America di Trump
A colpi di gospel contro l'omologazione della musica digitale. Si potrebbe sintetizzare così il senso di questo nuovo disco di Ry Cooder, The prodigal son, che esce l'11 maggio a sei anni dal precedente album. Chitarrista di grande esperienza, conosciuto per la sensibilità che l'ha portato ad interessarsi anche di world music, a cominciare dagli splendidi dischi con Ali Farka Touré e con Buena Vista Social Club, Cooder torna con questo lavoro alle sorgenti del suo primo amore, il blues, convinto che in quei tre accordi si trovi tutto ciò di cui un autore ha bisogno per raccontare il mondo.
The prodigal song è un album sull'America, perché profondamente americane sono le voci che tornano, grazie alle interpretazioni che Cooder fa di brani tradizionali conosciuti nelle versioni di artisti come i Pilgrim Travelers, gli Stanley Brothers, Blind Willie Johnson, ma anche per le canzoni che Cooder ha scritto per l'occasione, rifle…
The prodigal song è un album sull'America, perché profondamente americane sono le voci che tornano, grazie alle interpretazioni che Cooder fa di brani tradizionali conosciuti nelle versioni di artisti come i Pilgrim Travelers, gli Stanley Brothers, Blind Willie Johnson, ma anche per le canzoni che Cooder ha scritto per l'occasione, rifle…
A colpi di gospel contro l'omologazione della musica digitale. Si potrebbe sintetizzare così il senso di questo nuovo disco di Ry Cooder, The prodigal son, che esce l'11 maggio a sei anni dal precedente album. Chitarrista di grande esperienza, conosciuto per la sensibilità che l'ha portato ad interessarsi anche di world music, a cominciare dagli splendidi dischi con Ali Farka Touré e con Buena Vista Social Club, Cooder torna con questo lavoro alle sorgenti del suo primo amore, il blues, convinto che in quei tre accordi si trovi tutto ciò di cui un autore ha bisogno per raccontare il mondo.
The prodigal song è un album sull'America, perché profondamente americane sono le voci che tornano, grazie alle interpretazioni che Cooder fa di brani tradizionali conosciuti nelle versioni di artisti come i Pilgrim Travelers, gli Stanley Brothers, Blind Willie Johnson, ma anche per le canzoni che Cooder ha scritto per l'occasione, riflessioni profonde sulle disuguaglianze economiche e sulla violenza che attraversano oggi gli Stati Uniti guidati da Donald Trump. "Nelle canzoni c'è una relazione molto precisa tra la dimensione politica ed economica e la vita interiore delle persone", dice Cooder. "Non sono una persona religiosa, ma mi sono sempre sentito attratto da questi brani, nei loro confronti nutro un senso di profonda riverenza: Ali Farka Touré una volta mi disse che quando suonava bene avvertiva la presenza degli antenati disposti a semicerchio sopra la sua testa".
Cooder, perché un album blues e gospel proprio ora?
"Un giorno mio figlio Joachim (che l'ha prodotto e suona nell'album, ndr) mi ha detto: facciamo semplicemente musica chitarristica. Eravamo appena andati in tour con Ricky Skaggs and the White Family e con lui avevamo cantato canzoni gospel: lo stile passato è irripetibile, devi trovare un modo tuo per rifarle".
Ha forse avvertito qualche similitudine tra quanto viviamo oggi e gli anni della Grande depressione, quando alcune di queste canzoni vennero scritte?
"È ovvio che io abbia notato similitudini. Chi non le ha notate? Molti pensano che la nuova depressione che stiamo vivendo sia anche peggio di quella degli anni Trenta. La ricchezza si concentra sempre di più ed è proprio ciò che accadde allora, quando in pochi videro aumentare la loro ricchezza a dismisura mentre la classe media e le classi più povere persero tutto, a cominciare dalle loro case. Oggi, mentre i poveri diventano sempre più poveri, Trump e i suoi satanici consiglieri si preoccupano solo di fare leggi che favoriscano le grandi compagnie. Ma a guardare bene questo è un processo che va avanti da allora, dagli anni Trenta: controllare la popolazione promuovendo sottoprodotti della crisi economica come il razzismo, perché quando la gente è povera deve avere qualcuno con cui prendersela: così gli americani danno la colpa ai messicani, anche se i messicani sono quelli che puliscono i bagni facendo lavori che gli americani non vogliono più fare. Quindi ecco Trump che si propone come salvatore della nazione con il suo muro e le sue cazzate".
Il gospel è ancora lo strumento più forte per raccontare tutto ciò?
"Ci sono canzoni gospel e blues che vivono una nuova vita e acquisiscono una nuova realtà, anche se oggi un terzo della popolazione del pianeta è assuefatto all'uso dei telefonini, di internet e dei media digitali, quindi difficilmente saranno esposti a questa musica. I ragazzi oggi si chiudono in questo mondo parallelo e tecnologico in cui tra l'altro è più facile influenzarli e controllarli, ma non se ne rendono conto, addirittura finiscono sotto le automobili mentre guardano lo schermo dei loro telefonini, come vediamo ogni giorno. La gente non ascolta più le canzoni allo stesso modo, e allora il problema è che le canzoni hanno perso il potere
di veicolare idee e aspirazioni, i sogni di un cambiamento, oggi tutto questo è finito".
Sono 50 anni dall'uccisione del Reverendo King: se la politica ha fallito anche la musica non è riuscita a realizzare il suo sogno...
"In questo mio nuovo album c'è un pezzo che parla proprio del potere della musica intitolato Jesus and Woody in cui Gesù invita Woody Guthrie a cantare, Gesù dice di essere stanco, di aver tentato mille volte di battere il fascismo e il razzismo ma di dover tornare a lottare. Anche Woody era molto ottimista negli anni Quaranta ma il fascismo come un morbo è tornato e così il razzismo".
Il sentimento di riverenza che nutre per queste canzoni non le ha impedito di cambiarne i testi...
"Alcune sono così vecchie, i testi non significano più nulla per molte persone. Non sono il primo ad adattare i testi, anche Guthrie attualizzava le canzoni".
Cosa pensa del modo di Bob Dylan di interpretare il songbook americano?
"Non posso dire nulla perché non l'ho mai ascoltato".
Lei è stato uno scopritore di culture musicali: qual è lo stato dell'arte della world music?
"La cultura digitale si è affermata ovunque con il risultato che in tutto il mondo la musica sta diventando simile, suona allo stesso modo, anche se arriva da un posto remoto in Asia o in Africa. La musica etnica o world music o come la si vuol chiamare è sempre più rara. Un esempio lampante di questo processo di assimilazione è l'hip hop, che avanza come un bulldozer, sembra dire: eccomi sono qui, tutti devono fare questa musica. Non solo: l'accesso ai sample ha fatto perdere originalità anche a chi era abituatoa suonare gli strumenti reali. Ma io sono vecchio, vivo a Santa Monica e suono soltanto ciò che mi piace suonare, e questo mi basta".
The prodigal song è un album sull'America, perché profondamente americane sono le voci che tornano, grazie alle interpretazioni che Cooder fa di brani tradizionali conosciuti nelle versioni di artisti come i Pilgrim Travelers, gli Stanley Brothers, Blind Willie Johnson, ma anche per le canzoni che Cooder ha scritto per l'occasione, riflessioni profonde sulle disuguaglianze economiche e sulla violenza che attraversano oggi gli Stati Uniti guidati da Donald Trump. "Nelle canzoni c'è una relazione molto precisa tra la dimensione politica ed economica e la vita interiore delle persone", dice Cooder. "Non sono una persona religiosa, ma mi sono sempre sentito attratto da questi brani, nei loro confronti nutro un senso di profonda riverenza: Ali Farka Touré una volta mi disse che quando suonava bene avvertiva la presenza degli antenati disposti a semicerchio sopra la sua testa".
Cooder, perché un album blues e gospel proprio ora?
"Un giorno mio figlio Joachim (che l'ha prodotto e suona nell'album, ndr) mi ha detto: facciamo semplicemente musica chitarristica. Eravamo appena andati in tour con Ricky Skaggs and the White Family e con lui avevamo cantato canzoni gospel: lo stile passato è irripetibile, devi trovare un modo tuo per rifarle".
Ha forse avvertito qualche similitudine tra quanto viviamo oggi e gli anni della Grande depressione, quando alcune di queste canzoni vennero scritte?
"È ovvio che io abbia notato similitudini. Chi non le ha notate? Molti pensano che la nuova depressione che stiamo vivendo sia anche peggio di quella degli anni Trenta. La ricchezza si concentra sempre di più ed è proprio ciò che accadde allora, quando in pochi videro aumentare la loro ricchezza a dismisura mentre la classe media e le classi più povere persero tutto, a cominciare dalle loro case. Oggi, mentre i poveri diventano sempre più poveri, Trump e i suoi satanici consiglieri si preoccupano solo di fare leggi che favoriscano le grandi compagnie. Ma a guardare bene questo è un processo che va avanti da allora, dagli anni Trenta: controllare la popolazione promuovendo sottoprodotti della crisi economica come il razzismo, perché quando la gente è povera deve avere qualcuno con cui prendersela: così gli americani danno la colpa ai messicani, anche se i messicani sono quelli che puliscono i bagni facendo lavori che gli americani non vogliono più fare. Quindi ecco Trump che si propone come salvatore della nazione con il suo muro e le sue cazzate".
Il gospel è ancora lo strumento più forte per raccontare tutto ciò?
"Ci sono canzoni gospel e blues che vivono una nuova vita e acquisiscono una nuova realtà, anche se oggi un terzo della popolazione del pianeta è assuefatto all'uso dei telefonini, di internet e dei media digitali, quindi difficilmente saranno esposti a questa musica. I ragazzi oggi si chiudono in questo mondo parallelo e tecnologico in cui tra l'altro è più facile influenzarli e controllarli, ma non se ne rendono conto, addirittura finiscono sotto le automobili mentre guardano lo schermo dei loro telefonini, come vediamo ogni giorno. La gente non ascolta più le canzoni allo stesso modo, e allora il problema è che le canzoni hanno perso il potere
di veicolare idee e aspirazioni, i sogni di un cambiamento, oggi tutto questo è finito".
Sono 50 anni dall'uccisione del Reverendo King: se la politica ha fallito anche la musica non è riuscita a realizzare il suo sogno...
"In questo mio nuovo album c'è un pezzo che parla proprio del potere della musica intitolato Jesus and Woody in cui Gesù invita Woody Guthrie a cantare, Gesù dice di essere stanco, di aver tentato mille volte di battere il fascismo e il razzismo ma di dover tornare a lottare. Anche Woody era molto ottimista negli anni Quaranta ma il fascismo come un morbo è tornato e così il razzismo".
Il sentimento di riverenza che nutre per queste canzoni non le ha impedito di cambiarne i testi...
"Alcune sono così vecchie, i testi non significano più nulla per molte persone. Non sono il primo ad adattare i testi, anche Guthrie attualizzava le canzoni".
Cosa pensa del modo di Bob Dylan di interpretare il songbook americano?
"Non posso dire nulla perché non l'ho mai ascoltato".
Lei è stato uno scopritore di culture musicali: qual è lo stato dell'arte della world music?
"La cultura digitale si è affermata ovunque con il risultato che in tutto il mondo la musica sta diventando simile, suona allo stesso modo, anche se arriva da un posto remoto in Asia o in Africa. La musica etnica o world music o come la si vuol chiamare è sempre più rara. Un esempio lampante di questo processo di assimilazione è l'hip hop, che avanza come un bulldozer, sembra dire: eccomi sono qui, tutti devono fare questa musica. Non solo: l'accesso ai sample ha fatto perdere originalità anche a chi era abituatoa suonare gli strumenti reali. Ma io sono vecchio, vivo a Santa Monica e suono soltanto ciò che mi piace suonare, e questo mi basta".