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(afp)

Tom Wolfe, ovvero il falò dei radical chic

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 È morto a 87 anni lo scrittore americano che ironizzò e diede il nome alla sinistra dei salotti di Manhattan (e non solo). Tutto iniziò descrivendo lo storico party a casa di Leonard Bernstein per le Pantere nere  
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Ora che se ne è andato a 87 anni in un ospedale di Manhattan con l'eleganza di sempre, possiamo immaginarcelo, come in un film di Powell e Pressburger, su una nuvoletta, eternamente vestito di bianco, eternamente dandy, a studiare l'organizzazione del paradiso e scrivere nei momenti liberi un bell'articolo in puro stile new journalism sul suo nuovo mondo, i suoi limiti e il suo linguaggio. Thomas Wolfe detto Tom (con una quasi omonimia, da cui una certa confusione, con Thomas Wolfe, l'autore di Angelo, guarda il passato, uno dei grandi classici americani del primo Novecento), di Richmond, Virginia (dove era nato il 2 marzo 1931) figlio di un agronomo e di una pia signora, ha vissuto una bellissima vita da originale, da dandy, da eccentrico, dettando le regole del gusto nel mondo del giornalismo come del costume e lasciando dietro di sé, cosa che non capita a molti (è successo a un gigante come Fellini con La dolce vita e Amarcord), una locuzione ch…
Ora che se ne è andato a 87 anni in un ospedale di Manhattan con l'eleganza di sempre, possiamo immaginarcelo, come in un film di Powell e Pressburger, su una nuvoletta, eternamente vestito di bianco, eternamente dandy, a studiare l'organizzazione del paradiso e scrivere nei momenti liberi un bell'articolo in puro stile new journalism sul suo nuovo mondo, i suoi limiti e il suo linguaggio. Thomas Wolfe detto Tom (con una quasi omonimia, da cui una certa confusione, con Thomas Wolfe, l'autore di Angelo, guarda il passato, uno dei grandi classici americani del primo Novecento), di Richmond, Virginia (dove era nato il 2 marzo 1931) figlio di un agronomo e di una pia signora, ha vissuto una bellissima vita da originale, da dandy, da eccentrico, dettando le regole del gusto nel mondo del giornalismo come del costume e lasciando dietro di sé, cosa che non capita a molti (è successo a un gigante come Fellini con La dolce vita e Amarcord), una locuzione che rimarrà stabilmente nella lingua inglese ed è passata poi in francese e in tedesco. 

Parliamo di "radical chic", in inglese, di Salonkommunist, in tedesco, di gauche caviar, ma anche di bobo, ovverosia di bourgeois-bohème in francese. Una locuzione nata per la precisione la sera del 14 gennaio 1970, in un'elegante penthouse di Manhattan, durante un celebre e molto raccontato e discusso ricevimento offerto da Leonard Bernstein, direttore d'orchestra, pianista, compositore, onde raccogliere fondi per la difesa legale di un gruppo di Pantere nere in carcere per accuse che risulteranno totalmente infondate. Tra gli invitati - tra Otto Preminger e Lillian Hellman, tra Gian Carlo Menotti e Sidney Lumet, tra Arthur Penn e Jason Robards, giusto per citare a caso - c'era quella sera anche Thomas Wolfe detto Tom, con il suo taccuino nero, che prendeva appunti. Da quegli appunti nascerà Radical Chic, The Party at Lenny's, pubblicato nel giugno 1970 da The New York City Magazine (e in Italia nel 1973, da Rusconi, con il titolo Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto) assieme a Mau-Mauing the Flak Catchers, un reportage sul comportamento delle istituzioni nei confronti delle sacche di povertà della Bay Area. 

È questa la data ufficiale della nascita di una locuzione fin troppo usata, ma soprattutto il battesimo del fuoco di uno stile di scrittura giornalistica, quello del new journalism, che lascerà il segno nella stampa degli ultimi anni del secolo scorso, mettendo al centro della scena, contro ogni buona regola insegnata e raccomandata dall'etica e dalla pratica, il giornalista assieme all'oggetto del suo racconto. 

È questo tipo di scrittura e di giornalismo, da lui sperimentato sulle pagine del Washington Post, del New York Herald Tribune, del New Yorker, che ci lascia in eredità Tom Wolfe. Una scrittura che ha usato l'abilità e il metodo di uno scrittore dotato di una straordinaria capacità di osservazione e di mimesi verbale, con un orecchio finissimo per cogliere l'idioletto dell'interlocutore e del suo mondo, travestendosi da agnello per meglio penetrare nell'ambiente della sua vittima. 

E accanto ai suoi saggi sempre polemicamente interessanti e coinvolgenti - dall'Acid Test, la cronaca di un "viaggio" in LSD organizzato con Ken Kesey e altri ardimentosi, alla raccolta di articoli del New journalism (1973), da Maledetti architetti (1981), che condanna la pratica architettonica contemporanea, al recente attacco a Darwin e ai padri dell'evoluzionismo con Il regno della parola (tradotto da Giunti) - Wolfe si è conquistato un pubblico diverso con i suoi romanzi e le sue cronache. Ecco dunque il magistrale pezzo di giornalismo di La stoffa giusta, che racconta la conquista dello spazio e i suoi protagonisti (è diventato un film). Ecco Il falò delle vanità, che descrive in forma romanzesca il mondo di Wall Street (finito anch'esso sul grande schermo grazie a Brian De Palma). Ecco Un uomo vero, il poderoso, accuratissimo ritratto di un uomo d'affari sullo sfondo dell'aggressiva Atlanta dei nuovi ricchi anni Ottanta. Sono successi premiati dal grande pubblico, ma attaccati dai suoi rivali - tra cui Normal Mailer, John Irving, John Updike - come narrativa da aeroporto scritta bene. Ma il parere dei "tre marmittoni", come Wolfe chiama i tre suoi rivali, e della parte del pubblico che non approva il suo non prendere mai posizione, registrando le cose come appaiono (Bush o Clinton per lui pari sono), non lo turba, non lo ferma. Tom Wolfe non si impegna in un giudizio politico, provoca, ironizza. Intervistato da Le Figaro solo pochi mesi fa attacca (di nuovo) la sinistra figlia dei primi radical chic colpevole di essersi "ampiamente liberata di qualsiasi empatia per la classe operaia americana". E spiega così la vittoria di Donald Trump. Coltiva fino alla fine la sua vena di brillante polemista come con il suo ultimo romanzo, Le ragioni del sangue (Mondadori), dove attacca e mette in dubbio gli argomenti della teoria dell'evoluzione e i modelli di integrazione, divertendosi sempre, e divertendo, eterno dandy che ama giocare liberamente con le idee.