Il rocker dei primati si prepara all'ennesimo bagno di folla in un isolotto che galleggia sull'Adriatico. Con la sua band Vasco Rossi sta organizzando il dopo Modena Park, un altro minitour negli stadi a perpetuare una tradizione iniziata nel 1990, "quando San Siro diventò la nostra Scala e noi italiani ci riprendemmo la scena rock". Il VascoNonStopLive prevede nove date a giugno (1 e 2 a Torino, 6 e 7 a Padova, 11 e 12 a Roma, 16 e 17 a Bari e 21 a Messina) e aggredirà il pubblico con un rock denso e potente, il suono più metal che Vasco abbia mai scaraventato sul pubblico. In arrivo prossimamente anche una nuova canzone "di carattere femminile filosofico".
Le prove al Rockisland di Rimini procedono con l'entusiasmo di sempre, tutto è già ben tarato, i suoi classici viaggiano come carri armati nei nuovi, potenti arrangiamenti di Vince Pàstano e le intrusioni di Beatrice Antolini, corista e polistrumentista che…
Le prove al Rockisland di Rimini procedono con l'entusiasmo di sempre, tutto è già ben tarato, i suoi classici viaggiano come carri armati nei nuovi, potenti arrangiamenti di Vince Pàstano e le intrusioni di Beatrice Antolini, corista e polistrumentista che…
Il rocker dei primati si prepara all'ennesimo bagno di folla in un isolotto che galleggia sull'Adriatico. Con la sua band Vasco Rossi sta organizzando il dopo Modena Park, un altro minitour negli stadi a perpetuare una tradizione iniziata nel 1990, "quando San Siro diventò la nostra Scala e noi italiani ci riprendemmo la scena rock". Il VascoNonStopLive prevede nove date a giugno (1 e 2 a Torino, 6 e 7 a Padova, 11 e 12 a Roma, 16 e 17 a Bari e 21 a Messina) e aggredirà il pubblico con un rock denso e potente, il suono più metal che Vasco abbia mai scaraventato sul pubblico. In arrivo prossimamente anche una nuova canzone "di carattere femminile filosofico".
Le prove al Rockisland di Rimini procedono con l'entusiasmo di sempre, tutto è già ben tarato, i suoi classici viaggiano come carri armati nei nuovi, potenti arrangiamenti di Vince Pàstano e le intrusioni di Beatrice Antolini, corista e polistrumentista che potrebbe diventare per Vasco quel che Sheila E. fu per Prince. In prova Vasco canta come se già avesse davanti cinquantamila paganti (in realtà il fan club ha permesso l'accesso a trenta fortunati), quel misto inestricabile di rabbia, tenerezza, furore e fragilità che si sciolgono in tenerezza quando, durante l'intervista, gli occhi azzurri fissano il mare che si stende a dismisura fino ai confini tra Romagna e Marche.
Gli è rimasta negli occhi l'immagine del ragazzino che pochi minuti prima è scoppiato in lacrime quando, durante l'esecuzione di C'è chi dice no, il suo idolo gli ha sfiorato la mano. "Mi sono commosso anch'io guardandolo", mormora Vasco. "Il potere delle canzoni è enorme; condivisione, per usare una parola tanto di moda. Ma non mi piace fare il profeta, ho sempre messo in chiaro che sono solo il tramite - lo strumento nelle mani di Dio mi vien da dire - tra loro e l'ispirazione. Ai più giovani ripeto che niente arriva dalla luna, dietro c'è lavoro, passione, sacrificio. Invito tutti a leggere Devi cambiare la tua vita di Peter Sloterdijk per capire quanto è importante superare se stessi. Io sto virando le mie canzoni verso il metal, sento il bisogno di comunicare con forza quei valori basilari che stiamo perdendo, per questo ho deciso di aprire con Cosa succede in città: 'Conta sì il denaro, altro che no! Me ne accorgo soprattutto quando... quando non ne ho!'. È la canzone che ci vuole per battezzare un'altra tappa del mio neverending tour. Dopo Modena Park tutti si aspettavano che smettessi, ma io sono fatto così, mi tengo in riga mesi per poi tornare sul palco. Modena è stata un'esperienza unica, tre ore e mezzo in scena, quarant'anni di carriera in un concerto, non potrei rifarlo... Magari per i cinquant'anni..." .
Le è mai capitato di essere deluso dalle vecchie canzoni, di trovarle inadeguate al Vasco di oggi?
"È una paura costante, perché io non sono più quello di Bollicine o Splendida giornata. Eppure quando le rivesto a nuovo cantarle è come tornare a casa".
Per questi concerti ha ripescato anche "Fegato, fegato spappolato".
"Spappolato come il paese, senza certezze. Ci vorrebbero un bravo 'dittatore artistico' e più rock, che è sempre un collante formidabile".
Eppure c'è chi giura che il rock italiano non esiste, che il rock è morto, che il rap è ormai il nuovo linguaggio.
"Se io sono in giro, il rock è vivo e vegeto. Il rap? I giovani sono veloci e quello è il loro vangelo. Non il mio, anche se considero Caparezza un genio. Una bella canzone, come quella di Ermal Meta e Fabrizio Moro a Sanremo, fa miracoli, è piaciuta anche a me che odio i duetti".
Se la chiamassero a fare un Sanremo alla Baglioni?
"Risponderei come la prima volta che mi invitarono al Festival: 'Che c'entro io? Sono un rocker'. Claudio è bravissimo a organizzare, ha garbo, è educato, ma poteva evitare di mettere in bocca a tutti i superospiti
le sue canzoni. È conflitto d'interessi. Nannini che canta Baglioni, suvvia!".
Che ricordi ha dei suoi primi Festival?
"Mi chiamò il patron Gianni Ravera, all'epoca avevo un'etichetta che stampava i miei dischi ma non sapeva neanche chi ero. Così scrissi una canzone da asino, tipo Antoine con Pietre, pensavo che a nessuno interessasse uno diversamente lucido che si era allenato tra balere e Feste dell'unità. Claudio Villa s'incazzò quando Vado al massimo andò in finale e lui fu eliminato".
Fu la sua prima grande provocazione.
"No, c'era già stata Albachiara che raccontava di una ragazzina di tredici anni che si masturbava. Negli anni Settanta era un tabù pazzesco, le mie amiche non ne parlavano. Poi sono arrivate Siamo solo noi e Vita spericolata. Dicevano che mi facevo anche quando non sapevo cos'era la droga, fumai la prima canna a ventisei anni".
Com'è il presente?
"Sono diventato molto più disciplinato, una nuova vita, mi meraviglio di me. Tutto è iniziato dopo la malattia - che è stato un blocco, un fermo, un segnale - vedo tutto con occhi diversi. Tutto mi viene liscio come l'olio".
Vuol dire che ormai guarda con distacco la vita spericolata di un tempo?
"In realtà allora stavo benissimo, ah ah ah, e soprattutto facevo quel che mi piaceva. L'unico scopo, allora come ora, era scrivere le canzoni, cantarle e fare concerti. Tutto quel che mi succedeva, rabbia, frustrazioni, insulti, finiva in musica. Esordii con l'idea di morir giovane, più volte ho ricominciato daccapo, poi è arrivata la malattia che è stato un po' come morire. Ora mi rendo conto di essere un sopravvissuto".
Com'è stato quell'inatteso confronto con l'impermanenza? Paura?
"No, pronto ad andare, non avevo problemi, avevo fatto tutto. Ero reduce da un intenso periodo creativo, tra il 2008 e il 2011, avevo scritto un sacco di belle canzoni di cui sono fiero, Vivere non è facile, Vivere o niente, I soliti. Sarei morto soddisfatto, anche se quell'insopportabile dolore fisico mi devastava. Alla fine ho usato questa esperienza per togliermi un po' di pippe, ho smesso di fumare ad esempio, non che sia contrario al fumo".
Che insegnamento ne ha tratto?
"Mi dissero che avevo una massa, pensavano fosse un tumore, si sbagliavano, era solo una brutta infezione. Non ce la farai se non dai un taglio alle cattive abitudini, mi dissero, ho ubbidito. Sono esperienze talmente forti che all'improvviso tutto il resto diventa molto, molto relativo".
Fa paura il passare degli anni quando verso la terza età ci si sente ancora ragazzi?
"A sessant'anni mi sono sentito come quando a scuola suona la campanella, finita la lezione. D'ora in poi tutto quel che viene è un dono, mi sono detto. Vero è che con la vita che faccio, confrontandomi con musicisti
più giovani e con un pubblico transgenerazionale, esorcizzo brillantemente l'idea della vecchiaia. Certi pensieri riaffiorano nelle lunghe pause tra un tour e l'altro, quando sono a casa e mi assale quella stanchezza che un tempo non conoscevo".
La famiglia è ora il porto sicuro, anche se in passato ci ha creduto poco?
"Tornare da Laura (Schmidt, sua moglie) e Luca (il figlio nato nel 1991) è sempre una gioia. Lei è la mia àncora, come ho scritto in Stupido Hotel, il freno senza il quale sarei finito nel burrone. E poi c'è il rock: da ragazzo mi ha salvato, da adulto mi aiuta a sopravvivere".
Le prove al Rockisland di Rimini procedono con l'entusiasmo di sempre, tutto è già ben tarato, i suoi classici viaggiano come carri armati nei nuovi, potenti arrangiamenti di Vince Pàstano e le intrusioni di Beatrice Antolini, corista e polistrumentista che potrebbe diventare per Vasco quel che Sheila E. fu per Prince. In prova Vasco canta come se già avesse davanti cinquantamila paganti (in realtà il fan club ha permesso l'accesso a trenta fortunati), quel misto inestricabile di rabbia, tenerezza, furore e fragilità che si sciolgono in tenerezza quando, durante l'intervista, gli occhi azzurri fissano il mare che si stende a dismisura fino ai confini tra Romagna e Marche.
Gli è rimasta negli occhi l'immagine del ragazzino che pochi minuti prima è scoppiato in lacrime quando, durante l'esecuzione di C'è chi dice no, il suo idolo gli ha sfiorato la mano. "Mi sono commosso anch'io guardandolo", mormora Vasco. "Il potere delle canzoni è enorme; condivisione, per usare una parola tanto di moda. Ma non mi piace fare il profeta, ho sempre messo in chiaro che sono solo il tramite - lo strumento nelle mani di Dio mi vien da dire - tra loro e l'ispirazione. Ai più giovani ripeto che niente arriva dalla luna, dietro c'è lavoro, passione, sacrificio. Invito tutti a leggere Devi cambiare la tua vita di Peter Sloterdijk per capire quanto è importante superare se stessi. Io sto virando le mie canzoni verso il metal, sento il bisogno di comunicare con forza quei valori basilari che stiamo perdendo, per questo ho deciso di aprire con Cosa succede in città: 'Conta sì il denaro, altro che no! Me ne accorgo soprattutto quando... quando non ne ho!'. È la canzone che ci vuole per battezzare un'altra tappa del mio neverending tour. Dopo Modena Park tutti si aspettavano che smettessi, ma io sono fatto così, mi tengo in riga mesi per poi tornare sul palco. Modena è stata un'esperienza unica, tre ore e mezzo in scena, quarant'anni di carriera in un concerto, non potrei rifarlo... Magari per i cinquant'anni..." .
Le è mai capitato di essere deluso dalle vecchie canzoni, di trovarle inadeguate al Vasco di oggi?
"È una paura costante, perché io non sono più quello di Bollicine o Splendida giornata. Eppure quando le rivesto a nuovo cantarle è come tornare a casa".
Per questi concerti ha ripescato anche "Fegato, fegato spappolato".
"Spappolato come il paese, senza certezze. Ci vorrebbero un bravo 'dittatore artistico' e più rock, che è sempre un collante formidabile".
Eppure c'è chi giura che il rock italiano non esiste, che il rock è morto, che il rap è ormai il nuovo linguaggio.
"Se io sono in giro, il rock è vivo e vegeto. Il rap? I giovani sono veloci e quello è il loro vangelo. Non il mio, anche se considero Caparezza un genio. Una bella canzone, come quella di Ermal Meta e Fabrizio Moro a Sanremo, fa miracoli, è piaciuta anche a me che odio i duetti".
Se la chiamassero a fare un Sanremo alla Baglioni?
"Risponderei come la prima volta che mi invitarono al Festival: 'Che c'entro io? Sono un rocker'. Claudio è bravissimo a organizzare, ha garbo, è educato, ma poteva evitare di mettere in bocca a tutti i superospiti
le sue canzoni. È conflitto d'interessi. Nannini che canta Baglioni, suvvia!".
Che ricordi ha dei suoi primi Festival?
"Mi chiamò il patron Gianni Ravera, all'epoca avevo un'etichetta che stampava i miei dischi ma non sapeva neanche chi ero. Così scrissi una canzone da asino, tipo Antoine con Pietre, pensavo che a nessuno interessasse uno diversamente lucido che si era allenato tra balere e Feste dell'unità. Claudio Villa s'incazzò quando Vado al massimo andò in finale e lui fu eliminato".
Fu la sua prima grande provocazione.
"No, c'era già stata Albachiara che raccontava di una ragazzina di tredici anni che si masturbava. Negli anni Settanta era un tabù pazzesco, le mie amiche non ne parlavano. Poi sono arrivate Siamo solo noi e Vita spericolata. Dicevano che mi facevo anche quando non sapevo cos'era la droga, fumai la prima canna a ventisei anni".
Com'è il presente?
"Sono diventato molto più disciplinato, una nuova vita, mi meraviglio di me. Tutto è iniziato dopo la malattia - che è stato un blocco, un fermo, un segnale - vedo tutto con occhi diversi. Tutto mi viene liscio come l'olio".
Vuol dire che ormai guarda con distacco la vita spericolata di un tempo?
"In realtà allora stavo benissimo, ah ah ah, e soprattutto facevo quel che mi piaceva. L'unico scopo, allora come ora, era scrivere le canzoni, cantarle e fare concerti. Tutto quel che mi succedeva, rabbia, frustrazioni, insulti, finiva in musica. Esordii con l'idea di morir giovane, più volte ho ricominciato daccapo, poi è arrivata la malattia che è stato un po' come morire. Ora mi rendo conto di essere un sopravvissuto".
Com'è stato quell'inatteso confronto con l'impermanenza? Paura?
"No, pronto ad andare, non avevo problemi, avevo fatto tutto. Ero reduce da un intenso periodo creativo, tra il 2008 e il 2011, avevo scritto un sacco di belle canzoni di cui sono fiero, Vivere non è facile, Vivere o niente, I soliti. Sarei morto soddisfatto, anche se quell'insopportabile dolore fisico mi devastava. Alla fine ho usato questa esperienza per togliermi un po' di pippe, ho smesso di fumare ad esempio, non che sia contrario al fumo".
Che insegnamento ne ha tratto?
"Mi dissero che avevo una massa, pensavano fosse un tumore, si sbagliavano, era solo una brutta infezione. Non ce la farai se non dai un taglio alle cattive abitudini, mi dissero, ho ubbidito. Sono esperienze talmente forti che all'improvviso tutto il resto diventa molto, molto relativo".
Fa paura il passare degli anni quando verso la terza età ci si sente ancora ragazzi?
"A sessant'anni mi sono sentito come quando a scuola suona la campanella, finita la lezione. D'ora in poi tutto quel che viene è un dono, mi sono detto. Vero è che con la vita che faccio, confrontandomi con musicisti
più giovani e con un pubblico transgenerazionale, esorcizzo brillantemente l'idea della vecchiaia. Certi pensieri riaffiorano nelle lunghe pause tra un tour e l'altro, quando sono a casa e mi assale quella stanchezza che un tempo non conoscevo".
La famiglia è ora il porto sicuro, anche se in passato ci ha creduto poco?
"Tornare da Laura (Schmidt, sua moglie) e Luca (il figlio nato nel 1991) è sempre una gioia. Lei è la mia àncora, come ho scritto in Stupido Hotel, il freno senza il quale sarei finito nel burrone. E poi c'è il rock: da ragazzo mi ha salvato, da adulto mi aiuta a sopravvivere".