Nick Cave in concerto in Italia: “Gli smartphone sono il nuovo rock’n’roll”
Filippo Brunamonti , di FILIPPO BRUNAMONTIL’artista australiano si racconta prima del live con i suoi Bad Seeds il 17 luglio nell’ambito del Lucca Summer Festival: "Mi è stato detto che il motore del mio successo dipende dall’idea di benevolenza che trasmetto"
NEW YORK. "Mettete via quei telefoni: non devo per forza finire su YouTube stasera". Voce dolente, sorriso furbo in faccia. Nick Cave sta per salire sul palco a New York. "Non fraintendetemi, ho un buon rapporto con la tecnologia" ci aveva detto prima che le luci del teatro si abbassassero. "Gli smartphone sono il nuovo rock'n'roll. È una battaglia che io e la mia band abbiamo provato a combattere ma ci ha seppelliti da un pezzo", anche se Cave preferisce ancora "un modo più grunge di scattare foto, quello stretto sul volto di un artista, non ritoccato, analogico". Di recente, "a Milano, rientravo in albergo e ho trovato una folla di ragazzi sui gradini" prosegue il musicista australiano, alla guida dei suoi Bad Seeds. "Sembravano felici di vedermi e insoddisfatti al tempo stesso. Perché non posavo, non mi atteggiavo a divo. Per accontentarli ho fatto uno sforzo, spalancato braccia e gambe e alzato il …
NEW YORK. "Mettete via quei telefoni: non devo per forza finire su YouTube stasera". Voce dolente, sorriso furbo in faccia. Nick Cave sta per salire sul palco a New York. "Non fraintendetemi, ho un buon rapporto con la tecnologia" ci aveva detto prima che le luci del teatro si abbassassero. "Gli smartphone sono il nuovo rock'n'roll. È una battaglia che io e la mia band abbiamo provato a combattere ma ci ha seppelliti da un pezzo", anche se Cave preferisce ancora "un modo più grunge di scattare foto, quello stretto sul volto di un artista, non ritoccato, analogico". Di recente, "a Milano, rientravo in albergo e ho trovato una folla di ragazzi sui gradini" prosegue il musicista australiano, alla guida dei suoi Bad Seeds. "Sembravano felici di vedermi e insoddisfatti al tempo stesso. Perché non posavo, non mi atteggiavo a divo. Per accontentarli ho fatto uno sforzo, spalancato braccia e gambe e alzato il collo. Mi sono sentito una vera stella".
Giù i cellulari, su i ricordi. Una carriera "sempre in gioco", Nick Cave negli anni ha anche corteggiato il cinema: "Ho chiuso con Hollywood. Scrivere sceneggiature è un lavoro da cani". E ha conosciuto bene Johnny Cash: "Registrare con lui I'm so lonesome I could cry mi ha segnato. L'ho incontrato in pieno diabete, faticava a scendere le scale, era cieco. "Sei lì Nick?" domandava. "Diavolo, come faremo a lavorare" ho pensato. June Carter lo mise a sedere, gli passò la chitarra e Cash tornò in vita per miracolo".
Nello spazio intimo del Peter Jay Sharp Theatre lo aspettano i tasti di un grande pianoforte, 15 canzoni e con loro i fantasmi di una vita intera: "Ho scoperto che un modo per fare i conti con se stessi, se si è artisti, è incontrare il pubblico e non isolarsi. È importante sapere cosa accade nel resto del mondo, ascoltare chi ti segue dagli anni Settanta, da quando cioè facevo cover proto-punk di Lou Reed e David Bowie" sorride, infilandosi una giacca nera. Con noi sceglie di parlare di tutto, "perché non guardare il mostro in faccia è un gioco a risultato zero". Il riferimento è alla morte del figlio, Arthur, caduto nell'estate 2015 da una scogliera a Brighton, sotto l'effetto di Lsd. "Quando Arthur è morto ho pensato: mia moglie ed io non sopravviveremo" racconta.
Il documentario che abbiamo girato (One More Time With Feeling, ndr) ha portato invece un vento di empatia straordinario, sono entrato in contatto con persone comuni che vivevano quello che vivevo io. Mi sono reso conto che c'è così tanta afflizione attorno a noi... Siamo uniti dalla sofferenza". Non ci sono solo morte e violenza nei testi delle sue canzoni, mette in chiaro: "Quando ero in tour con i Bad Seeds, negli anni Ottanta, ci prendevamo in giro jam session dopo jam session. Il senso dell'umorismo non è mai mancato a me, Mick Harvey e al chitarrista Blixa Bargeld. Ora siamo tutti più grandi. Il mondo è cambiato e ci costringe ad essere seri. Io ho sessant'anni, sedici dischi insieme alle spalle, e con le mie disintossicazioni da alcol e sostanze stupefacenti potrei stilare la Guida Michelin del Rehab".
Su una reunion con Blixa, leader della industrial band tedesca Einstürzende Neubauten, Bad Seed separato (ha lasciato il gruppo vent'anni fa), Cave rivela: "L'ho invitato a suonare Push the Sky Away ed era contento di suonare la chitarra. Purtroppo si è ammalato. Reunion sfumata. Lui sarà sempre un membro della confraternita dei Bad Seeds, che ha co-fondato nell'83. Per noi, perderlo è stato un duro colpo. Mi manca molto". Cave non è più il punk di una volta: "Alla vita spericolata e ai titoli dei giornali che davano la mia prima band, Birthday Party, tra le più violente al mondo, chiamandomi Principe delle Tenebre, ho sostituito un soggiorno, una finestra, una libreria e dei taccuini per la scrittura" confida.
"Mi è stato detto che il motore del mio successo non ha tanto a che vedere con me, con la mia immagine pubblica, quanto a un'idea di benevolenza che trasmetto. Gentilezza reciproca. Perché è così che la vita va vissuta: aiutandosi l'uno con l'altro. Mi piace l'idea di creare una piccola comunità grazie alla musica". Teme, però, di non aver fatto abbastanza per le donne che ama e ha amato: da Anita Lane (con la quale ha collaborato alla cover di Bob Dylan, Death Is Not The End, e Serge Gainsbourg e Jane Birkin, Je t'aime... moi non plus) alla modella inglese Susie Bick, icona dei fashion insiders, ex leggendaria It-girl londinese. "È così bello vedere la mia musa, mia moglie Susie, diventare Dio".
A proposito di muse, nel '96 Nick Cave ha inviato una lettera storica a MTV, chiedendo di ritirare il suo video dalle candidature come miglior artista: "La mia musa non è un cavallo, e io non sono ad una corsa di cavalli" ha scritto in difesa della connazionale Kylie Minogue che duettò con Cave in Where the Wild Roses Grow. "Era fragile, volevo portarla via da una competizione del genere". E aggiunge: "Di Kylie ricordo soprattutto l'abitudine di mandarmi messaggini al telefono. Non avete idea della quantità di punti esclamativi che usa! È incredibile. Riesce ad infilarli tra una parola e l'altra. Ogni sms somiglia a una roba euforica, sovraeccitata. Ha riportato in voga l'uso dei punti esclamativi". Il cantautore torna poi sul caso Israele: "La scelta di andare in tour da quella parte è stata contestata da artisti come Brian Eno e Roger Waters, che chiedevano di porre fine all'occupazione dei territori palestinesi boicottando Israele. Io non userei mai la mia musica per punire i miei fan per il comportamento nefasto del loro governo. Ci sono musicisti là fuori che credono che la musica serva a castigare le persone. Preoccupante".
Dopo essere diventato fan degli Smiths - "Morrissey è un tipo strano. Un uomo coraggioso" - Cave è già al lavoro su un nuovo album: "Prima del disco potrei sorprendervi con un'opera. È fottutamente bella. Parla di guerra. Si intitola Shell Shock, andrà in scena a Parigi e qualcosa come 25 potenti della Terra verranno a vederla, incluso Trump...". Questi tempi di caos impauriscono il Principe delle Tenebre? "Non è il caos a farmi paura. È il senso di divisione e tribalismo che si respira nel mondo a doverci preoccupare. Tutti quanti".
Giù i cellulari, su i ricordi. Una carriera "sempre in gioco", Nick Cave negli anni ha anche corteggiato il cinema: "Ho chiuso con Hollywood. Scrivere sceneggiature è un lavoro da cani". E ha conosciuto bene Johnny Cash: "Registrare con lui I'm so lonesome I could cry mi ha segnato. L'ho incontrato in pieno diabete, faticava a scendere le scale, era cieco. "Sei lì Nick?" domandava. "Diavolo, come faremo a lavorare" ho pensato. June Carter lo mise a sedere, gli passò la chitarra e Cash tornò in vita per miracolo".
Nello spazio intimo del Peter Jay Sharp Theatre lo aspettano i tasti di un grande pianoforte, 15 canzoni e con loro i fantasmi di una vita intera: "Ho scoperto che un modo per fare i conti con se stessi, se si è artisti, è incontrare il pubblico e non isolarsi. È importante sapere cosa accade nel resto del mondo, ascoltare chi ti segue dagli anni Settanta, da quando cioè facevo cover proto-punk di Lou Reed e David Bowie" sorride, infilandosi una giacca nera. Con noi sceglie di parlare di tutto, "perché non guardare il mostro in faccia è un gioco a risultato zero". Il riferimento è alla morte del figlio, Arthur, caduto nell'estate 2015 da una scogliera a Brighton, sotto l'effetto di Lsd. "Quando Arthur è morto ho pensato: mia moglie ed io non sopravviveremo" racconta.
Il documentario che abbiamo girato (One More Time With Feeling, ndr) ha portato invece un vento di empatia straordinario, sono entrato in contatto con persone comuni che vivevano quello che vivevo io. Mi sono reso conto che c'è così tanta afflizione attorno a noi... Siamo uniti dalla sofferenza". Non ci sono solo morte e violenza nei testi delle sue canzoni, mette in chiaro: "Quando ero in tour con i Bad Seeds, negli anni Ottanta, ci prendevamo in giro jam session dopo jam session. Il senso dell'umorismo non è mai mancato a me, Mick Harvey e al chitarrista Blixa Bargeld. Ora siamo tutti più grandi. Il mondo è cambiato e ci costringe ad essere seri. Io ho sessant'anni, sedici dischi insieme alle spalle, e con le mie disintossicazioni da alcol e sostanze stupefacenti potrei stilare la Guida Michelin del Rehab".
Su una reunion con Blixa, leader della industrial band tedesca Einstürzende Neubauten, Bad Seed separato (ha lasciato il gruppo vent'anni fa), Cave rivela: "L'ho invitato a suonare Push the Sky Away ed era contento di suonare la chitarra. Purtroppo si è ammalato. Reunion sfumata. Lui sarà sempre un membro della confraternita dei Bad Seeds, che ha co-fondato nell'83. Per noi, perderlo è stato un duro colpo. Mi manca molto". Cave non è più il punk di una volta: "Alla vita spericolata e ai titoli dei giornali che davano la mia prima band, Birthday Party, tra le più violente al mondo, chiamandomi Principe delle Tenebre, ho sostituito un soggiorno, una finestra, una libreria e dei taccuini per la scrittura" confida.
"Mi è stato detto che il motore del mio successo non ha tanto a che vedere con me, con la mia immagine pubblica, quanto a un'idea di benevolenza che trasmetto. Gentilezza reciproca. Perché è così che la vita va vissuta: aiutandosi l'uno con l'altro. Mi piace l'idea di creare una piccola comunità grazie alla musica". Teme, però, di non aver fatto abbastanza per le donne che ama e ha amato: da Anita Lane (con la quale ha collaborato alla cover di Bob Dylan, Death Is Not The End, e Serge Gainsbourg e Jane Birkin, Je t'aime... moi non plus) alla modella inglese Susie Bick, icona dei fashion insiders, ex leggendaria It-girl londinese. "È così bello vedere la mia musa, mia moglie Susie, diventare Dio".
A proposito di muse, nel '96 Nick Cave ha inviato una lettera storica a MTV, chiedendo di ritirare il suo video dalle candidature come miglior artista: "La mia musa non è un cavallo, e io non sono ad una corsa di cavalli" ha scritto in difesa della connazionale Kylie Minogue che duettò con Cave in Where the Wild Roses Grow. "Era fragile, volevo portarla via da una competizione del genere". E aggiunge: "Di Kylie ricordo soprattutto l'abitudine di mandarmi messaggini al telefono. Non avete idea della quantità di punti esclamativi che usa! È incredibile. Riesce ad infilarli tra una parola e l'altra. Ogni sms somiglia a una roba euforica, sovraeccitata. Ha riportato in voga l'uso dei punti esclamativi". Il cantautore torna poi sul caso Israele: "La scelta di andare in tour da quella parte è stata contestata da artisti come Brian Eno e Roger Waters, che chiedevano di porre fine all'occupazione dei territori palestinesi boicottando Israele. Io non userei mai la mia musica per punire i miei fan per il comportamento nefasto del loro governo. Ci sono musicisti là fuori che credono che la musica serva a castigare le persone. Preoccupante".
Dopo essere diventato fan degli Smiths - "Morrissey è un tipo strano. Un uomo coraggioso" - Cave è già al lavoro su un nuovo album: "Prima del disco potrei sorprendervi con un'opera. È fottutamente bella. Parla di guerra. Si intitola Shell Shock, andrà in scena a Parigi e qualcosa come 25 potenti della Terra verranno a vederla, incluso Trump...". Questi tempi di caos impauriscono il Principe delle Tenebre? "Non è il caos a farmi paura. È il senso di divisione e tribalismo che si respira nel mondo a doverci preoccupare. Tutti quanti".