Marcello Fonte nello spettacolo Famiglia con Chiara Cavalieri
Marcello Fonte: "Stanislavskij mi rovinò. Imparo sui tram come recitare"
Rodolfo di Giammarco
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di RODOLFO DI GIAMMARCO
Dopo il premio al festival di Cannes con "Dogman" l'attore torna a teatro per lo spettacolo "Famiglia" con la compagnia Fort Apache composta da ex detenuti
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ROMA. "Andare a Cannes per dividere col pubblico l’emozione di Dogman di Matteo Garrone e per l’adrenalina che m’ha dato la Palma D’Oro è stata una parentesi da sogno nel mio ancora rozzo (me lo dico da solo) lavoro d’attore dal vivo», confessa Marcello Fonte.
Figura straordinariamente emergente e toccante di cui parlano tutti, è ora annunciato a sorpresa come coprotagonista d’uno spettacolo in scena domenica 17 sera al teatro India di Roma nel Festival dell’Intercultura del Teatro di Roma, con replica lunedì 18 al Gay Village sempre a Roma. «Stavamo già provando, prima di Cannes, la commedia umana Famiglia scritta e diretta da Valentina Esposito, un affresco ispirato dalle vite difficili, dalle distanze, dalle perdite e dalle rivendicazioni dei componenti del Fort Apache Cinema Teatro, un gruppo che unisce giovani attori e, per metà della compagnia, ex detenuti del carcere romano di Rebibbia…
ROMA. "Andare a Cannes per dividere col pubblico l’emozione di Dogman di Matteo Garrone e per l’adrenalina che m’ha dato la Palma D’Oro è stata una parentesi da sogno nel mio ancora rozzo (me lo dico da solo) lavoro d’attore dal vivo», confessa Marcello Fonte.
Figura straordinariamente emergente e toccante di cui parlano tutti, è ora annunciato a sorpresa come coprotagonista d’uno spettacolo in scena domenica 17 sera al teatro India di Roma nel Festival dell’Intercultura del Teatro di Roma, con replica lunedì 18 al Gay Village sempre a Roma. «Stavamo già provando, prima di Cannes, la commedia umana Famiglia scritta e diretta da Valentina Esposito, un affresco ispirato dalle vite difficili, dalle distanze, dalle perdite e dalle rivendicazioni dei componenti del Fort Apache Cinema Teatro, un gruppo che unisce giovani attori e, per metà della compagnia, ex detenuti del carcere romano di Rebibbia. Quando sono tornato da Cannes siamo riusciti a debuttare con Famiglia a Monterotondo, dando due rappresentazioni davanti a un pubblico non semplice di liceali che per un’ora e quaranta non ha fiatato mai». Il testo parla di gente che ha sofferto per lunghi anni di reclusione, e che tenta un riallineamento tra dolori, rotture, vicende d’odio. «Le battute hanno preso piede anche da materiali di ognuno di noi, improvvisazioni, esperienze sociali. Io sono subentrato nella compagnia al posto di Ruggero Palmiotto che è deceduto due anni fa. La nostra autrice-regista s’era già mostrata interessata ai temi della marginalità con Ombre della sera che aveva documentato la condizione dei parenti di soggetti carcerati».
Il cast di Famiglia, in scena il 17 giugno al teatro India di Roma e il 18 al Gay Village
Ma l’avventura di Marcello Fonte nel mondo dello spettacolo ha origini ancora più lontane. «Sono arrivato a Roma nel 1999 quando mio fratello Pasquale, il primo che cercò di trasmettermi il senso della bellezza, mi segnalò che c’era bisogno di un musicista di strada, una cosa da parrocchia che comunque mi coinvolse. Poi entrai in contatto con lo scultore di un laboratorio di scenografie a San Lorenzo, Bruno Melappioni, e intravidi meglio la via del cinema. Ero sempre uno straniero, intendiamoci...». In che senso? «Non capivo l’italiano, parlavo solo calabrese. Mi iscrissi a un corso di recitazione del Teatro dell’Orologio, una cantina che lanciava attori, ma, forse anche perché lì mi sentii male, mi dissero che la scena non era per me e mi restituirono i soldi del laboratorio. Vabbè, farò il cinema, mi consolai. Volevo trasformare il veleno in medicina». E da quel momento Marcello si buttò in un’infinità di provini. «Con la mia valigetta, scorrendo le inserzioni di film su Porta Portese, mi imbucavo dovunque. A piazza Vittorio stetti fino alle 4 di mattina a spiare il set di Una storia qualunque di Nino Manfredi, e alla fine mi fecero fare una comparsata. Sono apparso per poco anche in Concorrenza sleale di Ettore Scola, e in Gangs of New York di Scorsese».
Il fratello si raccomandava tanto che studiasse. «Mi rovinò Stanislavskij. Non ci capii niente ma lo ripetevo a casaccio. Intanto però mi piaceva scrivere il mio curriculum, e nei primi tempi dell’occupazione del Valle recitai lì Kurriculum interrompendo (di proposito) un altro lavoro. Mi piace propormi come autodidatta, uno che impara sui tram, guardando la gente. Poi ci fu un inizio di impegno per Celia con Silvia Gallerano e Carmine Paternoster dove davo vita a un amore platonico stando in carrozzina. E seguì un primo ingaggio con la regista di adesso, Valentina, in Tempo binario che era un viaggio proustiano verso la morte». Le cose importanti, ora? «Non scadere nel commerciale. E il fatto che dopo aver filmato tante cose al Cinema Palazzo di Roma con la videocamera Go Pro, adesso mi sono regalato una bella Sony!».