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Pretty Yende: “Mi batto perché i cantanti neri non vengano esclusi dalla lirica”

Il soprano di origine Zulu dal Metropolitan di New York a Pesaro protagonista di Ricciardo e Zoraide, l’opera che apre il Rossini Opera Festival (11 agosto) accanto alla star Juan Diego Flórez
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ROMA - Si sa che la pelle nera non ha impedito carriere strepitose a leggende della lirica quali Shirley Verrett, Leontyne Price e Kathleen Battle. Ma hanno davvero avuto accesso a tutti i personaggi? Discorso delicato. Come quello, in generale, sulla presenza minoritaria dei neri nel mondo della musica classica. Se per Aida una black lady è perfetta, così come per Cleopatra o per la zingara di fuoco Carmen, una nera è altrettanto credibile nelle vesti sceniche di Violetta o di Cio-Cio San? «Ma sì! La musica è un linguaggio universale che prescinde da colori e razze!», esclama al telefono da New York il soprano sudafricano Pretty Yende. «Ciò che conta è il valore artistico della performance. Inoltre, per fortuna, numerose frontiere
si stanno aprendo: trovo stupendo vivere in un momento storico dov’è possibile fare cose mai osate prima. Se la mia carriera fosse stata condizionata dal colore della pelle, avr…
ROMA - Si sa che la pelle nera non ha impedito carriere strepitose a leggende della lirica quali Shirley Verrett, Leontyne Price e Kathleen Battle. Ma hanno davvero avuto accesso a tutti i personaggi? Discorso delicato. Come quello, in generale, sulla presenza minoritaria dei neri nel mondo della musica classica. Se per Aida una black lady è perfetta, così come per Cleopatra o per la zingara di fuoco Carmen, una nera è altrettanto credibile nelle vesti sceniche di Violetta o di Cio-Cio San? «Ma sì! La musica è un linguaggio universale che prescinde da colori e razze!», esclama al telefono da New York il soprano sudafricano Pretty Yende. «Ciò che conta è il valore artistico della performance. Inoltre, per fortuna, numerose frontiere
si stanno aprendo: trovo stupendo vivere in un momento storico dov’è possibile fare cose mai osate prima. Se la mia carriera fosse stata condizionata dal colore della pelle, avrei un successo costruito sulle sabbie mobili».

Sembra invece tutt’altro che effimero il plauso meritato dalla 33enne Pretty: questa specie di Naomi Campbell con aggiunta di doti da usignolo è una dei soprano di coloratura più carismatiche della sua generazione. Ha appena trionfato come Lucia di Lammermoor al Metropolitan di New York (il New York Times le ha dedicato una pagina) e vola acclamata fra Vienna, Monaco, Milano, Berlino, Amsterdam, Barcellona e Los Angeles. Percorre con disinvoltura e magnetismo il repertorio belcantistico con una predilezione per Rossini, e in estate sarà a Pesaro come protagonista di Ricciardo e Zoraide, l’opera che apre il Rossini Opera Festival (11 agosto), accanto alla star Juan Diego Flórez. Figlia di un uomo d’affari e di un’insegnante, Pretty si è formata prima al South African College of Music di Cape Town, poi all’Accademia della Scala. Nel suo lavoro, afferma, «l’arte si raggiunge non solo tramite la voce, ma con tutto il proprio essere: mente, anima e corpo».

Il soprano sudafricano Pretty Yende nei panni di Amira in "Ciro in Babilonia" di Gioachino Rossini andato in scena a Pesaro nel 2016  

Quando si è accorta della potenza delle sue virtù vocali?
«Prestissimo. C’è stata sempre musica in casa mia e si cantavano inni alla fine di ogni pasto. Andavo a messa con mia nonna e lei, per strada, m’insegnava canzoni. A cinque anni cantavo da solista in chiesa. Ma la mia scoperta della lirica avvenne solo a sedici anni, quando vidi in televisione una pubblicità di British Airways che usava il Duetto dei fiori della Lakmé di Delibes. Mi sembrò un fenomeno sovrannaturale: non credevo fosse umanamente possibile usare la voce così. Andai dalla maestra di coro del liceo supplicandola d’insegnarmi quel modo di cantare».

Qualche anno dopo sarebbe approdata a Milano, dove studiò con Mirella Freni.
«Fu un’immensa fonte d’ispirazione. Mi disse che avevo un ottimo potenziale e m’incoraggiò verso il belcanto. I suoi consigli
sulla voce e sul controllo del respiro sono stati decisivi per me».

Qual è il suo personaggio operistico preferito?
«Forse Lucia di Lammermoor, capace di condurmi in dimensioni spirituali che prima mi erano ignote».

Si sente legata alla lingua Zulu nella quale è cresciuta?
«Certo! La parlo quando torno a casa e ha aiutato il mio apprendimento dell’italiano, dato che da un punto di vista fonetico le due lingue hanno analogie: entrambe abbondano nell’uso di vocali. Devo ringraziare il mio orecchio e il fatto di essere nata in una terra che ha undici lingue ufficiali (ne parlo quattro) se oggi posso esprimermi in italiano, inglese e francese e capire
il tedesco e lo spagnolo».


In inglese il suo nome significa “carina”, secondo una tradizione Zulu che considera i nomi di buon auspicio (suo fratello si chiama Prosper): infatti lei è baciata dalla bellezza.
«Da adolescente non mi sentivo bella né graziosa. Anzi: ero insicura e problematica. Crescendo mi sono tranquillizzata. Ho capito quant’era giusta una frase che ripeteva mio padre: la bellezza non ha confini. Sembra vivere riflessa nello specchio, ma in realtà la sua luce e il suo significato stanno dentro di noi».


Nel 2019 sarà in Traviata all’Opéra di Parigi: il colore della sua pelle inciderà sullo sviluppo teatrale del ruolo?
«Mi emoziona l’idea di affrontare per la prima volta Violetta con la direzione di Michele Mariotti e la regia di Simon Stone in una nuova produzione montata apposta per me. Non so come evolverà il personaggio, ma è chiaro che un muro di pregiudizi sta cadendo. Però le istituzioni musicali classiche devono ancora lavorare molto per risolversi a ingaggiare giovani artisti neri storicamente esclusi da questa meravigliosa forma d’arte. E io mi batterò per questo».