'La stanza delle meraviglie', la magia di Selznick tra fiaba e graphic novel
Emiliano Morreale
,
di Emiliano Morreale
Il regista Todd Haynes porta sullo schermo il libro dell'autore di 'La straordinaria invenzione di Hugo Cabret'
Aggiornato alle 1 minuti di lettura
Nei suoi libri, Selznick pratica una forma peculiare di romanzo per immagini: storie scritte che dialogano con i disegni in maniera non convenzionale, tra il romanzo e il graphic novel. Un metodo coerente con le storie rappresentate, che evocano una sorta di archeologia dei media, in cui la modernità diventa piena di magie e strane forme di spettacolo e di rappresentazione desuete.
Nel precedente La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (portato sullo schermo da Martin Scorsese) metteva insieme gli automi, le ferrovie e il cinema di Georges Méliès, mentre in La stanza delle meraviglie segue due storie parallele ambientate a quasi mezzo secolo di distanza. Non stupisce che la storia abbia affascinato un regista come Todd Haynes, i cui lavori spesso sono variazioni sulle immagini del passato, da Lontano dal Paradiso a Velvet Goldmine (e anche qui, sotto sotto, c'è qualcosa di glam e queer con tanto di riferimento a David Bowie). In questo film la descr…
Nei suoi libri, Selznick pratica una forma peculiare di romanzo per immagini: storie scritte che dialogano con i disegni in maniera non convenzionale, tra il romanzo e il graphic novel. Un metodo coerente con le storie rappresentate, che evocano una sorta di archeologia dei media, in cui la modernità diventa piena di magie e strane forme di spettacolo e di rappresentazione desuete.
Nel precedente La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (portato sullo schermo da Martin Scorsese) metteva insieme gli automi, le ferrovie e il cinema di Georges Méliès, mentre in La stanza delle meraviglie segue due storie parallele ambientate a quasi mezzo secolo di distanza. Non stupisce che la storia abbia affascinato un regista come Todd Haynes, i cui lavori spesso sono variazioni sulle immagini del passato, da Lontano dal Paradiso a Velvet Goldmine (e anche qui, sotto sotto, c'è qualcosa di glam e queer con tanto di riferimento a David Bowie). In questo film la descrizione della New York anni 20 e di quella anni 70, imbevute delle rispettive memorie cinematografiche, è una delle cose migliori, grazie anche al direttore della fotografia Ed Lachman e alla costumista Sandy Powell.
Nella parte "scritta" del libro, ambientata nel 1977, un dodicenne diventato sordo per un incidente arriva a New York alla ricerca del padre, e fa amicizia con un ragazzo che gli svela alcuni segreti nascosti all'interno del Museo di storia naturale (e alcuni di questi lo riguardano). Nella parte disegnata una ragazzina arriva anche lei nella metropoli in cerca della madre, diva del cinema muto. Sullo schermo, come sulla pagina, seguiamo le due storie in parallelo, fino al loro incontro.
Ma, come era stato anche nel caso di Scorsese, portare al cinema la magia delle opere di Selznick si rivela tutt'altro che facile. Il film segue pedantemente lo script firmato dallo stesso Selznick, e il fascino dell'operazione emerge solo a tratti, in equilibrio difficile tra un'anima da film per ragazzi e ambizioni sperimentali ardite (certi azzardi di montaggio). Per fortuna alla fine, evocando un mondo magico fatto di strade interrotte del nostro immaginario, tra pupazzi animati e la sempre sublime Julianne Moore, wunderkammern e plastici che sono metaforici contenitori del passato e del presente, diorami e parenti vari del cinema e della visione, il film finalmente emoziona, mentre chiarisce il senso della metafora fiabesca. Un finale che lascia intravedere il capolavoro che La stanza delle meraviglie avrebbe potuto essere.