Coez: "Amo la sintesi e ammiro De Gregori: non serve spiegare tutto quello che scrivi”
Luca Valtorta
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di Luca Valtorta
Dopo i record ottenuti con l’album “Faccio un casino” e i concerti sold out l’artista capace di mettere insieme rap e cantautorato indie riparte in tour
Aggiornato alle 7 minuti di lettura
Ha fatto un casino. Lo prometteva nel titolo del suo disco, il quarto, uscito nel maggio dell'anno scorso, da oltre un anno in classifica tra i venti album più venduti, doppio disco di platino e oltre 120milioni di streaming. Solamente il singolo La musica non c'è ha superato i 40milioni mentre il video che ne è stato fatto è arrivato a 60 milioni di visualizzazioni. Numeri che hanno dell'incredibile e che testimoniano il grande momento della musica italiana. Ma l'album di Coez Faccio un casino è probabilmente il fenomeno più interessante in assoluto in questo momento perché è l'unico che riesce a mettere insieme le due anime che si stanno imponendo oggi sulla scena: il rap e la musica "indie".
Tra l'altro, Coez "indipendente" lo è davvero: dopo avere fatto due dischi per la Carosello records con l'ultimo è tornato all'autoproduzione. Pur arrivando dalla scena hip…
Ha fatto un casino. Lo prometteva nel titolo del suo disco, il quarto, uscito nel maggio dell'anno scorso, da oltre un anno in classifica tra i venti album più venduti, doppio disco di platino e oltre 120milioni di streaming. Solamente il singolo La musica non c'è ha superato i 40milioni mentre il video che ne è stato fatto è arrivato a 60 milioni di visualizzazioni. Numeri che hanno dell'incredibile e che testimoniano il grande momento della musica italiana. Ma l'album di Coez Faccio un casino è probabilmente il fenomeno più interessante in assoluto in questo momento perché è l'unico che riesce a mettere insieme le due anime che si stanno imponendo oggi sulla scena: il rap e la musica "indie".
Tra l'altro, Coez "indipendente" lo è davvero: dopo avere fatto due dischi per la Carosello records con l'ultimo è tornato all'autoproduzione. Pur arrivando dalla scena hip hop, a partire dall'album Non erano fiori (2012), prodotto da Riccardo Sinigallia, Coez ha allargato i suo orizzonti musicali e tematici verso altri mondi: il pop, l'elettronica, il racconto delle emozioni attraverso liriche delicate e raffinate. Quest'ultimo disco vede un importante apporto in fase produttiva di Niccolò Contessa de I cani, uno che su questi temi ci sa lavorare. Così, alla fine, il successo che perdura nel corso del tempo dell'album di Coez ha mille motivazioni che si possono riassumere in una sola: è un disco bellissimo.
Come è iniziato tutto?
"Ho incominciato ad ascoltare hip hop quando ero ancora alle medie, più o meno nel '95. La prima cassetta che ho sentito era di Tupac Shakur perché il mio miglior amico che si chiamava Denis, era un ragazzo nero, l'unico che ascoltava musica americana. In quel disco c'era un pezzo intitolato Shortly Wanna Be A Thug. Anche se non lo capivo mi arrivava tantissimo. C'era un campione di fiati bellissimo che continuavo a sentire e risentire. Poi ho ascoltato Nevermind dei Nirvana: un'altra illuminazione. E il punk di Offspring e Greenday, mentre invece non capivo il metal, cose come i Sepultura. Non mi arrivava niente. Ma ho capito subito che la mia cosa era l'hip hop grazie a una cassetta di Colle del fomento che girava tra i miei amici e si intitolava Odio pieno. Ascoltavo sia rap della East Coast che della West Coast e l'Italia aveva un po' riprodotto quelle due scuole. Ascoltavo i Colle o Bassi Maestro che erano più cupi, sia i Sottotono, più solari: per me Tormento è stato forse il rapper più forte che abbiamo mai avuto. Non sposavo una delle due scuole: mi piacevano entrambe".
E quelle che ai tempi si chiamavano le posse ovvero i rapper più politicizzati?
"No, al massimo qualcosa mi è capitato di sentire qualcosa di Assalti Frontali ma erano troppo "spiegone": per me il contenuto era importante ma anche la forma, le basi, le rime, la metrica. Poi per carità, non è che fossi apolitico: nei dischi dei colle c'era anche Cinque a uno, un pezzo contro i fasci".
Quanto pagavano?
"All'inizio sugli 800 euro ma alla fine, dopo qualche anno, riuscivo a tirar su 1600, 1800 euro se lavoravo anche i fine settimana. Li spendevo tutti per comperarmi i dischi, le attrezzature, per pagare le persone con cui lavorare. Certo erano sacrifici, non mi riposavo mai. Lavoravo per metter via abbastanza soldi per pagare uno studio e farci un disco, e così via per anni".
Si può vivere con la musica?
"Se adesso ci campo è anche perché c'è stata un'apertura da parte mia. Con l'hip hop era impossibile".
Eppure adesso è ai primi posti delle classifiche...
"Non il tipo di hip hop che facevo io: la trap che va adesso non c'entra niente. Ma è giusto così: probabilmente se avessi sedici anni per andare contro gli altri farei quella cosa lì. Anzi, siccome adesso tutti la fanno, probabilmente cercherei di inventarmi qualcosa di diverso. Comunque la trap, stringi stringi è una roba molto leggera, molto pop che più di tanto non ti fa pensare. Io invece volevo sentire e far sentire qualcosa di potente a chi mi ascoltava anche magari attraverso un modo di espressione diverso come quello che io consideravo pop e che adesso magari chiamano indie".
E così come si è evoluta la sua musica?
"Crescendo ho sentito sempre più forte la necessità di evitare quello che io chiamo lo "spiegone": cerco la sintesi, non mi piace dire troppo. Per esempio De Gregori io non ho mai capito bene quello che voleva dire e forse neanche lui stesso, però ti entra in testa, ti colpisce, ti impari i testi a memoria. Ecco io volevo arrivare a quello".
Beh, poi tutto forse un po' torna, visto che sulla sua strada ha incontrato Niccolò Contessa de I cani con cui ha lavorato per diversi brani di 'Faccio un casino'...
"Quando ho sentito il primo disco de I cani mi sono reso conto che volevo raccontare cose così. Niccolò è uno un po' schivo e fra di noi c'è molta sincerità: mi ha detto che certe mie cose non gli piacevano granché mentre quando poi ha sentito canzoni come Hangover o Siamo morti insieme ha capito un po' di più quello che volevo fare. Insomma negli anni ci siamo sentiti spesso: quando è uscita la sua canzone, Il posto più freddo, io gli ho scritto che era una delle più belle degli ultimi anni. Così una sera che eravamo insieme in un locale abbiamo finalmente deciso di unire le forze perché a quel punto ci sentivamo in sintonia. E devo dire che è stato molto divertente. Mentre con Sinigallia non è stato divertente. Nel senso che lui ha dovuto lavorare moltissimo su di me che venivo da un mondo completamente diverso: lui mi ha lasciato un bagaglio importante che mi ha aiutato molto a strutturarmi".
E Calcutta?
"Quando uscì Cosa mi manchi a fare ho detto "'sta canzone è bellissima!". Tanto che l'ho proprio rifatta perché in quel periodo avevo un progetto acustico intitolato From the Rooftop: era qualcosa di nuovo e di classico al tempo stesso".
Strano anche perché Calcutta in un suo pezzo dice 'non mi importa niente di tuo padre/ ascolta De Gregori/ a me quel tipo di gente/ non va proprio giù'...
"Ah sì è vero, infatti per me lui è più tipo Venditti-Vasco, altri artisti che amo. Per me comunque se una canzone è bella è bella. Punto. Non mi interessa chi la fa o di che genere è. Quelli dell'indie comunque sanno che io non sono un artista indie, così come quelli del rap sanno che io non faccio rap o almeno non lo faccio più. Ma questo per fortuna non è un problema da molto tempo: anzi, proprio per questo ho amici di entrambi i mondi".
È vero che hanno rifiutato 'La musica non c'è' a Sanremo?
"Sì è vero. Avevo fatto sentire tre pezzi: quello, E yo mamma e Faccio un casino. E li hanno rifiutati".
Hanno mostrato un grande intuito visti i risultati in classifica...
"Quest'anno poi invece avevano chiesto a me e Calcutta di fare un pezzo insieme ma ci hanno avvertito con un preavviso limitatissimo e, sinceramente, sia a me che a Edoardo piace fare le cose per bene per cui, dopo esserci sentiti, abbiamo detto di no. È anche una questione di rispetto: non è che partiva con un bel presupposto una cosa che veniva comunicata una settimana prima... Non siamo dei ragazzini che prendi e metti dove ti pare: io ero impegnato a preparare due date al Palalottomatica di Roma (12mila posti, ndr) e farò un tour nei palazzetti, Calcutta farà l'Arena di Verona...".
A proposito di scena romana, mai pensato di fare qualcosa con Zerocalcare?
"Sì, certo. Mi sarebbe piaciuto tantissimo "spoilerare" Faccio un casino attraverso un suo fumetto, perché certi temi mi sembravano vicini e poi lui m'aveva disegnato pure una storia quando i fan dell'hip hop mi attaccavano per il mio cambio musicale in cui spiegava 'perché mi piace Coez'. Così poi gliel'ho pure chiesto, ma lui non aveva tempo e quindi niente... Ma lo capisco perché anche per me è così, in certi periodi non ce la fai a seguire le cose. Poi io sono un uno che non mi va tanto di stà a rompè il c.....!".
In molte sue canzoni si racconta la mancanza di suo padre, anche con rabbia...
"Beh sì ci ho fatto un disco che, non a caso si intitolava Figlio di nessuno".
L'ha mai conosciuto?
"Sì. Ma quando non hai costruito un rapporto nel corso del tempo non è che puoi ricreare un affetto. Certo è una mancanza che ho sentito molto, che mi ha ferito. Ma pensandoci adesso posso dire che forse avrei potuto avere anche più scompensi se ci fosse stato, nel senso che ho conosciuto diverse situazioni di amici i cui i genitori litigavano così ferocemente che la separazione probabilmente sarebbe stata la scelta migliore".
Il video di 'Faccio un casino' in cui lei monta i mobili è davvero casa sua?
"Sì era casa mia a Milano che adesso ho già mollato per ritornare a Roma. Era un periodo che andavo spesso a Milano tanto che avevo lasciato la casa a Roma e stavo da Niccolò (Contessa, ndr) in attesa di trasferirmi. Mi sono montato tutti i mobili da solo e ci ho messo settimane: ho fatto un sacco di lavori di manovalanza in passato per cui lo so fare. M'era rimasta in testa questa frase in cui dico "casa nuova/ devo sistemare" e così ho pensato che poteva essere il video della canzone: avevo dei punti camera segnati dentro casa e... mi sono ammazzato! Ma io penso che se non c'è fatica, una cosa non viene bene".
In realtà il messaggio è molto forte a livello simbolico.
"Per me sì. Una storia è finita e tu ricominci daccapo, ti costruisci una casa nuova, fai una cena con gli amici. Insomma ricominci da zero per crearti un nuovo mondo. Se il messaggio ti arriva bene altrimenti va bene anche se ti canti il motivetto senza pensare più di tanto ai significati. Io, come dicevo, credo che le cose non ci sia bisogno di stare a spiegarle. Se ci sono arrivano. Credo nelle emozioni".
Evidentemente c'erano.