Cinque anni fa perse due clienti in cordata sul Monte Bianco. Ora la guida alpina sopravvissuta torna a scalare
Guido Andruetto
,
di GUIDO ANDRUETTO
Giorgio Passino il 3 luglio sarà in Perù per una via molto impegnativa. "Già in ospedale pensavo alla montagna. La mia temperatura aveva raggiunto i 24 gradi. Durissimo accettare quello che è successo"
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
Sono passati cinque anni, ma il dolore non si cancella. Eppure il richiamo della montagna e la voglia di tornare a viverla con la massima intensità hanno avuto il sopravvento su Giorgio Passino. Nell'estate del 2013 la guida alpina di Courmayeur, già presidente della storica Società delle Guide, venne travolto da una valanga sul Mont Blanc du Tacul, versante francese. Stava scalando in cordata con due alpiniste, sue clienti, quando il distacco, provocato dal crollo di parte di un seracco lungo la cresta che porta alla vetta del Bianco, a 4100 metri, causò la morte di Marianna Conti e Laura Frisa, sepolte dalla neve in un crepaccio, insieme a Passino.
Marianna Conti, una delle vittime
Lui, sopravvissuto, per cinque interminabili ore rimase privo di coscienza sotto la neve, solo un braccio fuori proteso verso la vita. L'elicottero del Plotone della gendarmer…!-->!-->
Sono passati cinque anni, ma il dolore non si cancella. Eppure il richiamo della montagna e la voglia di tornare a viverla con la massima intensità hanno avuto il sopravvento su Giorgio Passino. Nell'estate del 2013 la guida alpina di Courmayeur, già presidente della storica Società delle Guide, venne travolto da una valanga sul Mont Blanc du Tacul, versante francese. Stava scalando in cordata con due alpiniste, sue clienti, quando il distacco, provocato dal crollo di parte di un seracco lungo la cresta che porta alla vetta del Bianco, a 4100 metri, causò la morte di Marianna Conti e Laura Frisa, sepolte dalla neve in un crepaccio, insieme a Passino.
Marianna Conti, una delle vittime
Lui, sopravvissuto, per cinque interminabili ore rimase privo di coscienza sotto la neve, solo un braccio fuori proteso verso la vita. L'elicottero del Plotone della gendarmeria d'alta montagna di Chamonix lo trasportò al Centre Hospitalier Annecy Genevois, in stato di profonda ipotermia. Cinque anni dopo, Passino vuole ricominciare a scalare le montagne più alte del pianeta. Il 3 luglio sarà in Perù per la ripetizione di una via molto impegnativa, primo "step" di un ciclo di ascensioni extraeuropee che includerà anche l'Himalaya.
Passino, dopo quel terribile incidente quando ha iniziato a ripensare alla montagna?
"Mentre ero ancora in ospedale. Mi sono chiesto che cosa volevo fare, se avevo ancora la giusta motivazione e che cos'era la montagna per me. Ce la stavo mettendo tutta per guarire, ma nessuno mi garantiva che sarei potuto tornare in montagna. I medici mi dissero anche di metterci una pietra sopra. Io però ho tenuto duro. La montagna è dentro di me, è nel mio dna. Così col passare del tempo ho rivisto mentalmente le grandi pareti e gli alpinisti che mi hanno fatto sognare e che mi hanno dato qualcosa di importante. Ho capito allora che volevo essere ancora un alpinista e coronare i miei sogni sulle montagne più alte del mondo".
Tragedia sul Bianco, Giorgio Passino guida e alpinista estremo
Come pensa di essere riuscito a salvarsi?
"Non lo so. Io non ho fatto nulla. Non mi ricordo di aver combattuto. Mi sono trovato in ospedale e tutti si sono occupati di me. I medici dell'ospedale di Annecy mi hanno salvato. Il mio fisico robusto mi ha aiutato certamente, ha risposto bene alle terapie mentre ero in coma, in "attesa", forse anche perché in quel periodo ero particolarmente allenato, ma è stata l'équipe dei dottori a prendere in mano la mia vita e a ridarmela. Mia moglie Francesca e i miei figli, che erano lì vicini a me mentre ero in rianimazione, mi hanno confermato quanto sia stato straordinario il loro operato. La mia temperatura corporea aveva raggiunto i 24 gradi. Con una terapia di riscaldamento attraverso la circolazione extracorporea, effettuata molto lentamente per evitare uno choc termico, l'hanno riportata su parametri normali".
Che cosa prova quando ripensa a ciò che le è accaduto?
"In tanti me lo chiedono ed è una domanda che mi mette in imbarazzo. Io sono una guida alpina ed ho perso due clienti, è durissimo accettarlo. Ci penso sempre, penso sempre a loro due. In qualunque momento, in qualunque posto, so che è successo. Anche se tutti mi ripetono che non ho colpe. Oggi sono più pacato, più riflessivo, meno irruento. Per ricominciare a fare la guida alpina, le prime uscite le ho fatte con altre guide alpine di Courmayeur, i miei amici. Siamo andati su vie molto impegnative dove c'erano dei grossi pericoli. Ho voluto mettermi alla prova, per capire se avevo ancora la testa, se ero ancora in grado di comandare una cordata, o se avevo paura".
L'esempio dei suoi maestri l'ha aiutata?
"Sono stati fondamentali. Stefano De Benedetti, sciatore estremo, mi ha insegnato a conoscere la montagna, ad apprezzarla e rispettarla. Patrick Gabarrou è la montagna. Ho imparato da lui tutte le manovre di corda speciali, a usare le piccozze, a proteggere le soste. E Christophe Profit, Erhard Loretan, Ueli Steck. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa".