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Marion Cotillard, antidiva dei record

Divisa tra i blockbuster di Hollywood e il cinema francese, ama interpretare "donne tumultuose" e appassionate. Come la sua Giovanna d'Arco
2 minuti di lettura
Guia a chiamarla star. Marion Cotillard è decisamente allergica a quella parola. L’attrice francese non se la sente
tagliata addosso, non ci si riconosce, è molto più a suo agio in un’immagine da antidiva. «Il pubblico è libero di vedermi
come vuole, e di sognare. Ma la parola star è proprio qualcosa che non mi appartiene».

Eppure, se si va in cerca di una degna erede di Catherine Deneuve, è difficile scegliere un altro nome. Da oltre un decennio Cotillard si divide tra il cinema d’autore in patria e i grandi blockbuster a Hollywood, dove è
diventata la straniera più pagata e contesa dai registi di fama,
come Woody Allen, Tim Burton, Michael Mann, Robert
Zemeckis e Christopher Nolan.
Nel 2007 l’interpretazione di Edith Piaf nel film biografico
La vie en rose, firmato da Olivier Dahn, l’ha imposta sul palcoscenico
internazionale e le ha fatto vincere un César, un Bafta,
un Golden G…
Guia a chiamarla star. Marion Cotillard è decisamente allergica a quella parola. L’attrice francese non se la sente
tagliata addosso, non ci si riconosce, è molto più a suo agio in un’immagine da antidiva. «Il pubblico è libero di vedermi
come vuole, e di sognare. Ma la parola star è proprio qualcosa che non mi appartiene».

Eppure, se si va in cerca di una degna erede di Catherine Deneuve, è difficile scegliere un altro nome. Da oltre un decennio Cotillard si divide tra il cinema d’autore in patria e i grandi blockbuster a Hollywood, dove è
diventata la straniera più pagata e contesa dai registi di fama,
come Woody Allen, Tim Burton, Michael Mann, Robert
Zemeckis e Christopher Nolan.
Nel 2007 l’interpretazione di Edith Piaf nel film biografico
La vie en rose, firmato da Olivier Dahn, l’ha imposta sul palcoscenico
internazionale e le ha fatto vincere un César, un Bafta,
un Golden Globe e anche un Oscar, trasformandola nella seconda
protagonista femminile, dopo Sophia Loren, capace di
portarsi a casa l’ambita statuetta non recitando in inglese. Da
anni i suoi cachet battono quelli dei colleghi maschi e nel 2014
è stata dichiarata l’attrice francese di più grande successo del
XXI° secolo, visto che dal 2001 i suoi film hanno fatto vendere
più di 37 milioni di biglietti al cinema.
Profondi occhi chiari, un fisico minuto ma che in un attimo
riempie lo schermo. Come le dive classiche, è in grado
di trasformare in eroine empatiche personaggi terribili, tipo
la sanguinaria Lady Macbeth, o la madre scriteriata ed eccessiva
di Gueule d’ange, l’ultimo film con cui si è presentata il
maggio scorso al Festival di Cannes. Molto più semplice, di
certo, sarà il suo compito quando fra pochi giorni si calerà nei
panni di Giovanna D’arco, interpretandola per gli spettatori
di Spoleto. Sarà infatti proprio Jeanne d’Arc au bûcher, l’oratorio
drammatico con musica di Arthur Honegger e testo di
Paul Claudel, a chiudere il prossimo 15 luglio l’edizione 2018
del Festival dei Due Mondi: lo spettacolo si svolgerà nella
piazza del Duomo, con l’orchestra giovanile italiana diretta
dal maestro Jeremie Rhorer, cento coristi dell’Accademia nazionale
di Santa Cecilia, con il Coro di voci bianche, e la regia
di Benoît Jacquot. Marion, che entrerà in scena in sella a uno
stallone, si dice emozionata nell’affrontare di nuovo un’opera
e un ruolo con cui ha un rapporto affettivo speciale: se lo è
visto passare in eredità, come una sorta di testimone, dalla
madre Niseema Theillaud - anche lei attrice e insegnante di
recitazione - che l’aveva interpretato nel 1992 ad Orlèans, diretta
dal marito (e padre di Marion) Jean-Claude, mimo e
regista teatrale. «Una decina d’anni dopo», racconta, «le chiesero
di rifarlo, ma poiché aveva già altri impegni suggerì il mio
nome. Un regalo meraviglioso, sapeva bene che questa eroina
mi avrebbe trasportato in un mondo di passioni fortissime:
Giovanna d’Arco a 19 anni è ancora una ragazzina, eppure ha
dentro di sé un mix incredibile di forza e sensibilità».
Dopo quell’occasione l’ha reinterpretato a più riprese, con
maestri, orchestre e registi diversi, a Barcellona nel 2012, tre
anni dopo a Monaco, a Tolosa, a Parigi, e infine a New York.
Ogni interpretazione, Marion scava un po’ più a fondo nella
psiche del personaggio: «Ho imparato che in quest’opera anche
il ritmo delle parole è costruito per seguire le emozioni. È
un percorso intenso che porterà Jeanne dalle tenebre dell’Inquisizione
alla luce sorridente dei suoi ricordi e pensieri interiori
». Se si guarda con attenzione, le donne in cui la Cotillard
s’immerge hanno fra loro una certa assonanza: «Amo i personaggi
tumultuosi, mi sforzo di comprenderli senza giudicarli:
questo mi fa scattare una sorta di empatia che poi credo traspaia
nell’interpretazione. Nella vita tendo a essere irrimediabilmente
ottimista, convinta che persino le persone che danno
il peggio di se stesse possano evolvere in qualcosa di più luminoso
». Di sicuro è stata una scommessa non facile accettare di
dare vita a Marlène, la protagonista di Gueule d’ange, opera
prima della regista Vanessa Filho, presentata nella sezione del
Certain Regard di Cannes: una madre single con problemi
di alcolismo, depressione, insicurezze varie, che la portano a