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Il nuovo spettacolo "Beatitudo" 

Armando Punzo: “Ero venuto a cambiare il teatro, e il carcere ha cambiato me”

Parla il regista che dirige la Compagnia della Fortezza con i detenuti di Volterra. L'esperimento compie 30 anni e si festeggia con il nuovo spettacolo “Beatitudo”
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Oggi non c'è detenuto che non partecipi all'attività del teatro: ogni giorno attori, scenografi, costumisti arrivano nella cella 3 metri per 9 al piano terra, davanti al cortile. Studiano, leggono, provano. Eppure dal 1988, quando per la prima volta il teatro entrò nella Fortezza Medicea di Volterra (carcere allora considerato tra i più duri e turbolenti, con quotidiane violenze tra i detenuti), ci sono voluti spirito combattivo e tenacia di un giovane regista, Armando Punzo, per non fermarsi davanti agli ostacoli burocratici, alla prudenza del direttore, alla diffidenza degli agenti di custodia ma anche dei detenuti e creare interesse intorno alla prima e unica compagnia teatrale stabile nata in un carcere.

Non una delle tante attività creative di riabilitazione dei reclusi filiate un po' ovunque, ma un'esperienza unica, culturale, umana, sociale. Tanto che a ripercorrerla ora, trent'anni dopo, la Compagnia della Fortezza sembra…
Oggi non c'è detenuto che non partecipi all'attività del teatro: ogni giorno attori, scenografi, costumisti arrivano nella cella 3 metri per 9 al piano terra, davanti al cortile. Studiano, leggono, provano. Eppure dal 1988, quando per la prima volta il teatro entrò nella Fortezza Medicea di Volterra (carcere allora considerato tra i più duri e turbolenti, con quotidiane violenze tra i detenuti), ci sono voluti spirito combattivo e tenacia di un giovane regista, Armando Punzo, per non fermarsi davanti agli ostacoli burocratici, alla prudenza del direttore, alla diffidenza degli agenti di custodia ma anche dei detenuti e creare interesse intorno alla prima e unica compagnia teatrale stabile nata in un carcere.

Non una delle tante attività creative di riabilitazione dei reclusi filiate un po' ovunque, ma un'esperienza unica, culturale, umana, sociale. Tanto che a ripercorrerla ora, trent'anni dopo, la Compagnia della Fortezza sembra innanzitutto una grande storia di libertà: 30 spettacoli artisticamente e umanamente potenti, detenuti che recitano, tournée, e un carcere passato da luogo di reclusione a centro di produzione culturale, dove gli spettatori entrano, di anno in anno ci si conosce e ci si abbraccia con i detenuti, ci si dà perfino appuntamento allo spettacolo successivo.

Un carcere modello che si è riconfigurato attraverso la cultura e la bellezza, studiato e seguito anche dall'estero. E anche per non perdere le fila di ciò che è avvenuto, in occasione dei 30 anni, gli attori detenuti e Armando Punzo (ancora leader e riferimento di questa avventura) hanno organizzato una lunga festa di compleanno a Volterra e dintorni, curata da Cinzia de Felice, con mostre e laboratori, un libro atteso per settembre di conversazioni tra Punzo e Rossella Menna (ed. Sosella) e che avrà il suo cuore in due appuntamenti: il debutto del nuovo spettacolo Beatitudo "liberamente ispirato a quella matrioska che è l'opera di Jorge Luis Borges", come dice Punzo, dal 23 al 26 luglio in carcere e il 29 al Teatro Persio Flacco di Volterra; e la performance Le Rovine circolari, il 4 agosto sempre con gli attori-detenuti protagonisti in un luogo magico, la Centrale Geotermica Enel Nuova a Larderello, in una delle monumentali torri di raffreddamento che presto sarà riconvertita a spazio di cultura.

"Guardo indietro e mi rivedo qui in questa cella ogni giorno per 30 anni - racconta Punzo - Come un ergastolano? Sì, ma un ergastolo piacevole, perché io qui ho trovato la vita. E pensare che quando entrai la prima volta volevo sovvertire il teatro che non mi piaceva più, non il carcere. Cercavo attori non professionisti per ripartire da un grado zero. E pensavo che in un carcere avrei trovato gente con molto tempo a disposizione da dedicarmi".
Il regista Armando, Punzo fondatore della Compagnia della Fortezza nel 1988 con i detenuti del carcere di Volterra 


Andò così?
"Al primo corso si era iscritta l'intera comunità di napoletani del carcere. Io che ero fuggito dalle mie origini, ritrovavo Napoli nel cuore della Toscana. Dissi loro la verità: che non ero lì per salvarli dalla reclusione, ma che volevo fare una compagnia fuori dall'ordinario e che se loro non ci fossero stati me ne sarei andato. Rimasero straniti, ma rimasero".

E come andò con le autorità?
"Renzo Graziani, direttore di allora, era un illuminato e ci incoraggiò. Furono gli agenti di custodia all'inizio a essere dubbiosi, alcuni contrari. Rompevamo il tran tran. Ma oggi sono i nostri più strenui difensori".

Restano problemi?
"La nostra è una compagnia teatrale anomala, sarebbe importante che anche il ministero della Cultura riconoscesse questa anomalia e ci sostenesse di più. Anche perché il nostro è un lavoro realmente stabile. Durante l'inverno c'è quello invisibile degli stage con artisti esterni. D'estate c'è lo spettacolo, e dal '93 anche le tournée che prima facevamo coi permessi personali ora dal 2003 ci è stato riconosciuto l'articolo 21, l'uscita per motivi di lavoro. Siamo una realtà di reclusione ma con molti contatti esterni. Da qui l'idea di aprire un teatro dentro il carcere".

A che punto è il progetto?
"Ci sono stati sopralluoghi. Un teatro aperto al pubblico in un istituto di pena è una cosa unica al mondo e sarebbe legato a un progetto di eliminazione delle sbarre da tutto il carcere. Non ero venuto qui per questo, ma il nostro lavoro ha portato a un cambio radicale del carcere e la nostra piccola 'comunità segretà alimenta un altro modo di vivere la pena e di stare nella società".

La chiave del successo?
"Capovolgere la prospettiva: non considerare i detenuti uomini da salvare, ma vederli come qualcos'altro. E poi il carcere: un buco nero che si autoriproduce... Se il nostro teatro non avesse agito come antidoto, come un percorso contrario alla reclusione, alla penitenza, all'isolamento, finendo per rigenerare e rigenerarsi. È la costruzione di 'architetture dell'impossibile', come dico io, che da trent'anni in qua non solo ha reinventato il carcere, ma anche il teatro a cui ha restituito necessità".

Cioè?
"Lo spiego con Borges, dalle cui opere è nato il nostro nuovo spettacolo Beatitudo. Borges è l'autore che mette in crisi la realtà, costruisce altri mondi, rinomina le cose. E non è questo che facciamo noi della Fortezza da 30 anni? A quelli che vengono ai nostri spettacoli io chiedo sempre: questo posto è un carcere o un teatro? E loro rispondono 'un teatro'. Così si ritrova un senso. Se riuscissimo a farlo in altri pezzi di realtà, cambieremmo il mondo".