Addio Lanzmann, regista del Male
di Wlodek GoldkornÈ morto a 92 anni a Parigi l'autore di "Shoah". Dall'amicizia con Sartre e Simone de Beauvoir alla questione algerina fino alle polemiche con Spielberg e la difesa
a oltranza di Israele: biografia di un testimone del Secolo Breve
Bastava entrare nel soggiorno-studio della bella casa di Claude Lanzmann, scomparso ieri all'età di 92 anni, dopo una vita piena di soddisfazioni, avventure, riconoscimenti, bastava dunque entrare in quel luogo a Montparnasse a Parigi dove lavorava, seduto a un lungo tavolo, con alle spalle una parete di vetro, per accorgersi quanto il regista di Shoah doveva a Simone de Beauvoir e a Jean-Paul Sartre. In questi nostri tempi di cinismo e egoismo, di indifferenza e di radicale sfiducia nel futuro, fa impressione constatare quanto esistesse, una volta, una generazione dedita all'impegno e per la quale l'engagement pubblico era strettamente intrecciato al sesso (libero), all'amore (travolgente) e all'amicizia (sincera e disinteressata). In quella stanza dunque, tra statuette, medaglie, diplomi e riconoscimenti alle opere cinematografiche del padrone di casa; tra piccoli tavoli, coperti da spessi strati di libri; tra foto ricordo di persone famose e meno, c'e…
Bastava entrare nel soggiorno-studio della bella casa di Claude Lanzmann, scomparso ieri all'età di 92 anni, dopo una vita piena di soddisfazioni, avventure, riconoscimenti, bastava dunque entrare in quel luogo a Montparnasse a Parigi dove lavorava, seduto a un lungo tavolo, con alle spalle una parete di vetro, per accorgersi quanto il regista di Shoah doveva a Simone de Beauvoir e a Jean-Paul Sartre. In questi nostri tempi di cinismo e egoismo, di indifferenza e di radicale sfiducia nel futuro, fa impressione constatare quanto esistesse, una volta, una generazione dedita all'impegno e per la quale l'engagement pubblico era strettamente intrecciato al sesso (libero), all'amore (travolgente) e all'amicizia (sincera e disinteressata). In quella stanza dunque, tra statuette, medaglie, diplomi e riconoscimenti alle opere cinematografiche del padrone di casa; tra piccoli tavoli, coperti da spessi strati di libri; tra foto ricordo di persone famose e meno, c'era un tripudio di immagini di lei, della filosofa, scrittrice, una delle madri del femminismo; e poi, un intero grande scaffale dedicato solo ai suoi libri, accanto a qualche foto di lui, Sartre. Di Simone de Beauvoir, Lanzmann è stato per anni giovane, bello e promettente amante nonché allievo. Di Sartre era un pupillo. Di ambedue era amico di cuore e insieme, tutte e tre, viaggiavano, parlavano, discutevano, venivano in visita in Italia.
Da loro, Lanzmann ha appreso che il peccato più grosso, il delitto più grave che un intellettuale possa commettere è voltare lo sguardo altrove mentre sotto i suoi occhi, di fronte alle sue finestre vengono violati i principi di umanità e di giustizia. Certo, un intellettuale, quando prende posizione, può sbagliare (e tutte e tre hanno più volte sbagliato) ma non può tacere. È diventato celebre Lanzmann con il film Shoah, uscito nelle sale nel 1985, dieci ore e tredici minuti di narrazione sull'indicibile. E brutalmente; per chiunque voglia raccontare l'annientamento degli ebrei per mano dei nazisti, esiste un primo e un dopo quell'opera. Misurarsi con l'Olocausto non è possibile senza misurarsi appunto (sapendo di perdere il confronto) con il film Shoah.
Lanzmann in quella pellicola non mostra le immagini delle vittime. Sa che quelle foto, quasi tutte quelle foto, sono state scattate dai carnefici e che quindi il nostro sguardo sulle vittime, un attimo prima che diventassero cadaveri o cenere, è lo sguardo dei nazisti. E allora ricorre alle testimonianze di chi ha visto, di chi ha assistito alle deportazioni e di chi è stato deportato. A parlare sono i contadini polacchi che abitavano nelle vicinanze di Treblinka, un ferroviere che guidava i treni della morte, i vicini di casa delle persone trasformate in fumo. Colpisce l'indifferenza, non la complicità attiva, ma appunto la mancanza di umana empatia dei testimoni. Alla fine delle 10 ore e 13 minuti si sa che la Shoah non è immaginabile e che tuttavia dobbiamo, se non vogliamo venir meno al nostro essere umani, immaginarsela. O meglio, prima della Shoah molti pensavano di sapere tanto sull'Olocausto, dopo Shoah bisognava riconoscere quanto quella vicenda resti specie di buco nero, quanto insomma ne sappiamo pochissimo.
In un'intervista a chi scrive, Lanzman diceva che "nessuno è stato ad Auschwitz", un modo per sottolineare quanto ogni icona di quei luoghi sia ingannevole. Quel suo atteggiamento lo ha portato a polemizzare con Steven Spielberg (Schindler's List) e a definire il loro conflitto "ontologico", perché il cinema, secondo il grande intellettuale appena scomparso, certe cose non le può rappresentare. L'urgenza, perché di una vera urgenza nel rifiuto dell'icnografia della Shoah si trattava, ha portato Lanzmann ad altre polemiche, se possibile ancora più aspre e dove forse non aveva tutte le ragioni. Ai primi del millennio dunque l'oggetto dell'attacco è stato il filosofo Georges Didi-Huberman. La storia è questa: nel 1944 alcuni prigionieri appartenenti al Sonderkommando di Auschwitz (persone addette ai crematori) avevano clandestinamente scattato delle foto nel lager. Si sono salvate quattro immagini. Didi-Huberman teorizzava il valore testimoniale di quelle immagini, ripetiamo fatte dalle vittime non dai boia. Lanzmann invece ne negava ogni valore e si dimostrava indignato per il loro uso pubblico.
Probabilmente aveva ragione Didi-Huberman, ma l'importante è il fatto che quella polemica, violentissima, oggi fa parte della storia della costruzione della memoria. Perché, ed è questo l'insegnamento fondamentale di Lanzmann, la memoria è una costruzione, basata su testimonianze, filtrate dalla nostra percezione etica ed estetica di quelle testimonianze.
Si potrebbe a questo punto parlare anche della difesa delle ragioni (i torti compresi) di Israele, dovuta più che altro al rifiuto di Lanzmann di accettare che le critiche nei confronti della politica dei governi dello Stato ebraico, talvolta ricalcano cliché antisemiti; e si potrebbe narrare del suo film L'ultimo degli ingiusti, realizzato qualche anno fa e in cui dà la voce a Benjamin Murmelstein, rabbino viennese, decano degli ebrei a Theresienstadt (tra le prigioniere le sorelle di Freud e di Kafka), accusato dopo la guerra di aver in qualche modo collaborato con i boia ("non c'erano ebrei collaborazionisti", diceva Lanzmann). Ed è doveroso menzionare la sua direzione, a partire dal 1986 della rivista Les Temps Modernes, fondata da Sartre e de Beauvoir.
Ma vale la pena soprattutto ricordare quanto nel 1960, un giovane Lanzmann, giornalista ed ex partigiano, sia stato uno dei firmatari del manifesto dei 121, una dichiarazione forte di opposizione alla guerra coloniale in Algeria e alla prassi delle tortura e un appello per dire: noi stiamo dalla parte delle giustizia, contro il nostro Paese.
Da loro, Lanzmann ha appreso che il peccato più grosso, il delitto più grave che un intellettuale possa commettere è voltare lo sguardo altrove mentre sotto i suoi occhi, di fronte alle sue finestre vengono violati i principi di umanità e di giustizia. Certo, un intellettuale, quando prende posizione, può sbagliare (e tutte e tre hanno più volte sbagliato) ma non può tacere. È diventato celebre Lanzmann con il film Shoah, uscito nelle sale nel 1985, dieci ore e tredici minuti di narrazione sull'indicibile. E brutalmente; per chiunque voglia raccontare l'annientamento degli ebrei per mano dei nazisti, esiste un primo e un dopo quell'opera. Misurarsi con l'Olocausto non è possibile senza misurarsi appunto (sapendo di perdere il confronto) con il film Shoah.
Lanzmann in quella pellicola non mostra le immagini delle vittime. Sa che quelle foto, quasi tutte quelle foto, sono state scattate dai carnefici e che quindi il nostro sguardo sulle vittime, un attimo prima che diventassero cadaveri o cenere, è lo sguardo dei nazisti. E allora ricorre alle testimonianze di chi ha visto, di chi ha assistito alle deportazioni e di chi è stato deportato. A parlare sono i contadini polacchi che abitavano nelle vicinanze di Treblinka, un ferroviere che guidava i treni della morte, i vicini di casa delle persone trasformate in fumo. Colpisce l'indifferenza, non la complicità attiva, ma appunto la mancanza di umana empatia dei testimoni. Alla fine delle 10 ore e 13 minuti si sa che la Shoah non è immaginabile e che tuttavia dobbiamo, se non vogliamo venir meno al nostro essere umani, immaginarsela. O meglio, prima della Shoah molti pensavano di sapere tanto sull'Olocausto, dopo Shoah bisognava riconoscere quanto quella vicenda resti specie di buco nero, quanto insomma ne sappiamo pochissimo.
In un'intervista a chi scrive, Lanzman diceva che "nessuno è stato ad Auschwitz", un modo per sottolineare quanto ogni icona di quei luoghi sia ingannevole. Quel suo atteggiamento lo ha portato a polemizzare con Steven Spielberg (Schindler's List) e a definire il loro conflitto "ontologico", perché il cinema, secondo il grande intellettuale appena scomparso, certe cose non le può rappresentare. L'urgenza, perché di una vera urgenza nel rifiuto dell'icnografia della Shoah si trattava, ha portato Lanzmann ad altre polemiche, se possibile ancora più aspre e dove forse non aveva tutte le ragioni. Ai primi del millennio dunque l'oggetto dell'attacco è stato il filosofo Georges Didi-Huberman. La storia è questa: nel 1944 alcuni prigionieri appartenenti al Sonderkommando di Auschwitz (persone addette ai crematori) avevano clandestinamente scattato delle foto nel lager. Si sono salvate quattro immagini. Didi-Huberman teorizzava il valore testimoniale di quelle immagini, ripetiamo fatte dalle vittime non dai boia. Lanzmann invece ne negava ogni valore e si dimostrava indignato per il loro uso pubblico.
Probabilmente aveva ragione Didi-Huberman, ma l'importante è il fatto che quella polemica, violentissima, oggi fa parte della storia della costruzione della memoria. Perché, ed è questo l'insegnamento fondamentale di Lanzmann, la memoria è una costruzione, basata su testimonianze, filtrate dalla nostra percezione etica ed estetica di quelle testimonianze.
Si potrebbe a questo punto parlare anche della difesa delle ragioni (i torti compresi) di Israele, dovuta più che altro al rifiuto di Lanzmann di accettare che le critiche nei confronti della politica dei governi dello Stato ebraico, talvolta ricalcano cliché antisemiti; e si potrebbe narrare del suo film L'ultimo degli ingiusti, realizzato qualche anno fa e in cui dà la voce a Benjamin Murmelstein, rabbino viennese, decano degli ebrei a Theresienstadt (tra le prigioniere le sorelle di Freud e di Kafka), accusato dopo la guerra di aver in qualche modo collaborato con i boia ("non c'erano ebrei collaborazionisti", diceva Lanzmann). Ed è doveroso menzionare la sua direzione, a partire dal 1986 della rivista Les Temps Modernes, fondata da Sartre e de Beauvoir.
Ma vale la pena soprattutto ricordare quanto nel 1960, un giovane Lanzmann, giornalista ed ex partigiano, sia stato uno dei firmatari del manifesto dei 121, una dichiarazione forte di opposizione alla guerra coloniale in Algeria e alla prassi delle tortura e un appello per dire: noi stiamo dalla parte delle giustizia, contro il nostro Paese.