“Una luna chiamata Europa”, se la fuga verso la libertà diventa un’esperienza mistica
Emiliano Morreale , di EMILIANO MORREALE
Un bambino piange. È in un camion di profughi, al confine tra Ungheria e Serbia. La polizia li bracca, addirittura spara a vista. Un giovane, in viaggio assieme al padre, cerca di fuggire, ma viene abbattuto. È a questo punto, dopo pochi minuti di film, che il realismo immersivo del film di Mundruczó (autore del discutibile White God) cerca una nuova chiave. Il ragazzo infatti, colpito a morte, lèvita e comincia a volare, a roteare su se stesso, e atterra ferito. In ospedale viene visitato da un dottore corrotto, che inizialmente vuole sfruttare il giovane, portandolo in giro a guisa di taumaturgo, ma ben presto ne subisce l'influenza mistica. Una luna chiamata Europa (Jupiter's Moon) era uno dei film più balordi dell'annus horribilis di Cannes (il 2017), e i distributori hanno probabilmente deciso di mandarlo in sala, seppure in fretta e in bassa stagione, sulla scia di un tema bruciante, quello dei rifugiati e della chiusura delle front…
Un bambino piange. È in un camion di profughi, al confine tra Ungheria e Serbia. La polizia li bracca, addirittura spara a vista. Un giovane, in viaggio assieme al padre, cerca di fuggire, ma viene abbattuto. È a questo punto, dopo pochi minuti di film, che il realismo immersivo del film di Mundruczó (autore del discutibile White God) cerca una nuova chiave. Il ragazzo infatti, colpito a morte, lèvita e comincia a volare, a roteare su se stesso, e atterra ferito. In ospedale viene visitato da un dottore corrotto, che inizialmente vuole sfruttare il giovane, portandolo in giro a guisa di taumaturgo, ma ben presto ne subisce l'influenza mistica. Una luna chiamata Europa (Jupiter's Moon) era uno dei film più balordi dell'annus horribilis di Cannes (il 2017), e i distributori hanno probabilmente deciso di mandarlo in sala, seppure in fretta e in bassa stagione, sulla scia di un tema bruciante, quello dei rifugiati e della chiusura delle frontiere. Tema che il regista intendeva abbordare in maniera originale, superando l'immediatezza del realismo; ma per ricadere in un kitsch assoluto. L'estetica del film innesta i piani-sequenza in voli poetici (letteralmente) intrisi di estetismo un po' da videoclip. L'idea di fondo, che il migrante sia un angelo, viene grevemente ribadita a parole: "Ci hai portato un messaggio. Abbiamo dimenticato di alzare lo sguardo. Viviamo orizzontalmente". E all'ennesimo volteggio del protagonista, accompagnato dalle capriole della macchina da presa, tra Matrix e il moonwalking di Michael Jackson, ci si stufa. Sorprende una lunga scena di inseguimento alla Fast and Furious, un travolgente piano-sequenza (probabilmente "aggiustato" in digitale) in soggettiva dal muso dell'auto. E viene da pensare che il problema non è che il principale dramma del nostro tempo venga trattato in maniera spregiudicata, ma che un super-Io "artistico" (cioè poeticistico e trombone, con qualche influenza wendersiana) incombe su tutto. Forse sarebbe stato meglio imboccare più onestamente la via del fumettone o del poliziesco con supercattivo e protagonista tormentato, come il film sembra fare a un certo punto.
Due stelle
Due stelle