Brigitte Djajasasmita con la guida Jean-Pierre Bernard
Salvata nel '96 dopo tre giorni al gelo: “In fondo al crepaccio ho creduto di morire, ora incontro i miei angeli”
Guido Andruetto
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di GUIDO ANDRUETTO
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In un libro l’incredibile storia dei soccorsi a Brigitte Djajasasmita, scialpinista svizzera ritrovata viva 22 anni fa dopo essere stata inghiottita sul ghiacciaio delle Grandes Murailles, a 4000 metri di quota
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Tre giorni dentro un crepaccio, a venticinque metri di profondità e con solo cinquanta centimetri di larghezza a disposizione per provare a sopravvivere. L'incredibile avventura di Brigitte Djajasasmita, scialpinista svizzera di Thônex, che il 31 marzo del 1996 sparì all'improvviso durante una salita scialpinistica, inghiottita da un crepaccio lungo il ghiacciaio delle Grandes Murailles, a 4000 metri di quota, senza che la guida alpina francese e gli altri compagni che la precedevano, per un'assurda serie di coincidenze, si accorgessero di nulla, è una storia che fortunatamente la protagonista oggi può raccontare.
All'epoca Brigitte, ingegnere informatico responsabile del computer centrale di una banca di Ginevra, esperta alpinista, aveva 35 anni. Dopo aver raggiunto con il resto del gruppo la spalla orientale della Dent d'Hérens, una meravigliosa vetta situata ad ovest del Cervino, la donna aveva sganciato le pelli d…
Tre giorni dentro un crepaccio, a venticinque metri di profondità e con solo cinquanta centimetri di larghezza a disposizione per provare a sopravvivere. L'incredibile avventura di Brigitte Djajasasmita, scialpinista svizzera di Thônex, che il 31 marzo del 1996 sparì all'improvviso durante una salita scialpinistica, inghiottita da un crepaccio lungo il ghiacciaio delle Grandes Murailles, a 4000 metri di quota, senza che la guida alpina francese e gli altri compagni che la precedevano, per un'assurda serie di coincidenze, si accorgessero di nulla, è una storia che fortunatamente la protagonista oggi può raccontare.
All'epoca Brigitte, ingegnere informatico responsabile del computer centrale di una banca di Ginevra, esperta alpinista, aveva 35 anni. Dopo aver raggiunto con il resto del gruppo la spalla orientale della Dent d'Hérens, una meravigliosa vetta situata ad ovest del Cervino, la donna aveva sganciato le pelli di foca da sotto gli sci ed era preparata a iniziare la discesa. Tirava un vento fortissimo e si era stufata di aspettare i compagni intenti a scattare foto al Cervino, per cui li avvertì che li avrebbe attesi poco più sotto in un punto riparato. La guida Jean-Pierre Bernand disse poi di averla vista scomparire dietro un promontorio che cento metri sotto emergeva dal manto nevoso, mentre altri compagni notarono in lontananza una figura con la giacca da sci dello stesso colore di quella di Brigitte che si avviava verso il Rifugio Aosta. Purtroppo non era lei. Dalle 13,30 di quel pomeriggio della donna si perse ogni traccia. Passarono due interminabili giorni, per un totale di tre giorni, di angoscia e speranza, rassegnazione e tenacia. Ora questa spaventosa esperienza che ebbe un risvolto miracoloso del tutto inatteso, è raccontata in un libro scritto da Katja Centomo, In fondo al crepaccio. Storia di un soccorso impossibile, edito da Einaudi Ragazzi, che il 3 agosto sarà presentato in una particolare circostanza al Rifugio Teodulo al cospetto del Cervino: per l'occasione Brigitte ritroverà per la prima volta dopo più di vent'anni dall'incidente i suoi soccorritori e al suo fianco ci sarà la guida alpina con cui ha continuato a scalare in tutti questi anni. Il salvataggio della scialpinista svizzera nel 1996
Il primo volto che la donna vide spuntare dalla bocca del ghiacciaio fu quello di Felice Aguettaz, membro del soccorso alpino e guida della Società delle guide della Valpelline. Oggi ha 79 anni e parla con profonda commozione di quel momento. "È terribile dirlo, ma ci aspettavamo di trovarla morta - ricorda Aguettaz - dopo giorni di inutili ricerche, impedite dal mal tempo che imperversava, tentammo un ultimo sopralluogo velocemente verso un crepaccio che si apriva a meno di ottanta metri dalla cima, dove avevamo notato una fenditura scura nella neve, anche se non corrispondeva alla zona indicataci dalla guida. Dopo esserci fatti depositare in mezzo alla turbolenza da un elicottero Agusta, ci legammo in tre e avanzammo fino al punto individuato. Era un crepaccio. L'avevamo finalmente localizzata. Ce lo confermava nelle cuffie il segnale dell'Arva. Quando mi rendetti conto che era viva, provai un brivido di vera felicità. Non aveva mai chiuso occhio in quelle notti, pensando a quella povera donna".
Le condizioni estreme che lei dovette affrontare superano ogni immaginazione. "Dovevo reagire e lottare contro la morte bianca - racconta oggi Brigitte Djajasasmita - il decesso che sopraggiunge in alta quota dovuto all'ipotermia, alla disidratazione, alla carenza di ossigeno e alla mancanza di forze". Con il bacino rotto e diversi traumi ma sempre lucida e presente, fece di tutto per non lasciarsi andare, "muovendo i piedi, scuotendo la borraccia, bevendo, mangiando un pezzetto di barretta di cereali, liberando il mio spazio vitale dalla neve per non stare a contatto con il ghiaccio". Non si sa quanto avrebbe resistito ancora, ma quando calava la notte e il buio riempiva la sua prigione di ghiaccio, per due notti indescrivibili, pur senza pila frontale, ha sempre tenuto accesa la luce della speranza. I soccorritori non si arresero mai. Giuliano Trucco e il figlio Lucio, guide alpine del Cervino e oggi gestori del Teodulo, parteciparono ai soccorsi e si prodigarono per ritrovarla. "Fu fondamentale seguire la pista che avevamo scartato basandoci sulla ricostruzione fornitaci dalla guida - rammenta Trucco senior - e appena il tempo lo consentì, si fa per dire, ci portammo sul luogo per un ultimo intervento di recupero. Il vento soffiava a cento all'ora, è stata un'impresa scaricarci lassù in cima, ma quel debolissimo segnale captato poi in cuffia premiò tutte le nostre fatiche e patimenti dei giorni prima".