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Addio ad Aretha Franklin, regina del soul

La cantante è morta a 76 anni nella sua casa di Detroit dopo una lunga lotta contro il cancro. Negli anni Sessanta aveva fatto amare la black music anche al pubblico del rock
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Era la regina del soul: in 50 anni nessuna è riuscita a imitarne la voce, immensa, generosa, potente, magnetica. Aretha Franklin è morta ieri nella sua casa di Detroit per un cancro al pancreas a 76 anni. Nel 2009 si era esibita alla cerimonia d'insediamento di Barack Obama. Poi un'operazione nel 2010 e il peggioramento negli ultimi mesi: aveva cancellato lo show del 25 marzo, giorno del suo compleanno, a Newark, e quello del 28 aprile a New Orleans. Il 14 novembre avrebbe voluto festeggiare i 60 anni di carriera con uno show. L'ultima volta era andata in scena a New York nel 2017 per la Elton John Aids Foundation, ma negli ultimi anni le sue apparizioni erano molto rare perché non aveva mai superato la paura di volare; per questo è scomparsa dalle scene europee dopo quei mitici concerti di fine anni 60.

Aretha col reverendo Jesse Jackson all'NBA a Detroit nel 2011&nb…
Era la regina del soul: in 50 anni nessuna è riuscita a imitarne la voce, immensa, generosa, potente, magnetica. Aretha Franklin è morta ieri nella sua casa di Detroit per un cancro al pancreas a 76 anni. Nel 2009 si era esibita alla cerimonia d'insediamento di Barack Obama. Poi un'operazione nel 2010 e il peggioramento negli ultimi mesi: aveva cancellato lo show del 25 marzo, giorno del suo compleanno, a Newark, e quello del 28 aprile a New Orleans. Il 14 novembre avrebbe voluto festeggiare i 60 anni di carriera con uno show. L'ultima volta era andata in scena a New York nel 2017 per la Elton John Aids Foundation, ma negli ultimi anni le sue apparizioni erano molto rare perché non aveva mai superato la paura di volare; per questo è scomparsa dalle scene europee dopo quei mitici concerti di fine anni 60.

Aretha col reverendo Jesse Jackson all'NBA a Detroit nel 2011 (ap)


Ma la fama di Aretha non è legata a un tour o a una canzone, ma a una carriera talmente gloriosa e a un repertorio qualitativamente così alto da non avere rivali nello show business se non in Frank Sinatra. La rivista Rolling Stone l'ha inserita al primo posto tra i più grandi cantanti di tutti i tempi, per la sua versatile capacità di spaziare in un territorio dove tra pop, jazz, blues, R&B e gospel non ci sono confini. I 18 Grammy (più due alla carriera) che ha ricevuto sono la testimonianza della sua grandezza, insieme ai venti leggendari singoli (14 dei quali hanno realizzato vendite multimilionarie) che ha piazzato in testa alla classifica Usa, dal 1967 con Respect, il suo cavallo di battaglia, un inno femminista e di fierezza razziale, fino a I knew you were waiting (for me), il duetto inciso nel 1987 con George Michael. Dal 1961, l'anno dopo che Albert Hammond l'aveva scritturata per la Columbia con l'intenzione di trasformarla nella nuova Billie Holiday, Aretha è stata presente 45 volte nei Top 40 Usa e 10 dei suoi album hanno raggiunto il primo posto della classifica R&B, un primato ancora ineguagliato. Persino il lungimirante Hammond di fronte alle sue capacità vocali perse la bussola. Il mondo non voleva un'altra Billie Holiday, un'altra Mahalia Jackson, un'altra Dinah Washington, e Aretha aveva una voce che non assomigliava a nessuna di loro.

Nel 2009 all'insediamento di Barack Obama (ap)


Nata a Memphis e cresciuta a Detroit, era figlia del Reverendo C.L. Franklin, un carismatico pastore che vendeva milioni di copie dei suoi sermoni registrati su microsolco. Era cresciuta sulle ginocchia di zia Dinah (Washington, la regina del blues); dai Franklin, Sam Cooke, Mahalia Jackson e Albertina Walker erano di casa. Logico che il gospel fosse la sua prima vocazione e l'argomento del suo album d'esordio, Songs of faith (1959). In chiesa aveva appreso l'arte dell'improvvisazione, che metteva a frutto accompagnandosi con il pianoforte. Le sarebbe servito quando, fallito l'apprendistato jazz in casa Columbia, fu scritturata dalla Atlantic e nel 1967 pubblicò il primo di una sfilza di capolavori che per oltre cinque anni avrebbero esaltato il mercato della musica soul e solleticato la fierezza nera. "Non feci nient'altro che portarla negli studi Muscle Shoals, in Alabama, farla accomodare al pianoforte e lasciarla libera di esprimersi", raccontava il produttore Jerry Wexler, scomparso nel 2008, ricordando le prime sedute di registrazione per I never loved a man (the way I love you), un album con undici classici (tra cui Respect, Save me e Dr. Feelgood), il primo trionfo di Aretha.

Con Oprah Winfrey (ap)


Mai nella storia della musica leggera le canzoni hanno avuto la credibilità, lo spessore e l'autorevolezza con cui Aretha riusciva a interpretarle. Mai nessun altro artista è riuscito a parlare d'amore e di sesso con la sua intensa religiosità, mai nessun altro è riuscito a evocare lo spirito con la stessa esuberante femminilità. Sacro e profano, divino e terreno sono gli antipodi dell'ispirazione di Aretha, inscindibili in brani come (You make me feel like) A natural woman, I say a little prayer, Don't play that song, Call me e Think, il super hit che avrebbe reinterpretato con eccezionale vigore nel piccolo ruolo che le affidarono nel film The Blues Brothers (1980).

Tra John Belushi e Dan Aykroyd in "The Blues Brothers" (agf)


Al contrario di molti artisti di colore, che all'epoca rimanevano relegati alle classifiche R&B, Aretha operò con il suo repertorio un fenomenale crossover; sedusse gli amanti della black music e gli hippies, i jazzofili e gli intellettuali (James Baldwin e Langston Hughes nutrivano per lei la stessa venerazione che avevano per Mahalia Jackson e Billie Holiday), il pubblico del rock (che lei blandì con strepitose versioni di Satisfaction, Let it be e Eleanor Rigby) e quello delle discoteche, i leader politici (Malcolm X, Martin Luther King, Bill Clinton) e il popolo che manifestava per i diritti civili. Nel 1970, dopo una sfilza di trionfali concerti in Europa (all'Olympia registrò il superdinamico Aretha in Paris), si esibì al Fillmore West di San Francisco, tempio della generazione dei figli dei fiori e delle band alternative della West Coast. Con un'orchestra fenomenale che comprendeva Billy Preston alle tastiere e King Curtis al sassofono, trionfò per cinque serate consecutive davanti a un pubblico che a malapena conosceva Ray Charles (con il quale cantò Spirit in the dark, come documentato in Live at Fillmore West).

Con James Brown nel 1987 (ap)


Dopo cinque anni di successi clamorosi e di maestose interpretazioni, lasciò che la diva prendesse il sopravvento sulla regina afroamericana che il pubblico aveva adorato. Dopo il 1972 arrivarono le parrucche bionde, gli zibellini, i look eccentrici e le scollature generose inadeguate a una donna con il suo fisico (negli ultimi anni l'obesità era diventata un problema cronico che neanche più i medici di fiducia riuscivano ad affrontare). Ma non ha mai perso lo smalto della grande interprete. Ha affrontato con dignità gli anni della disco (con album prodotti da Luther Vandross) e dell'hip hop, fino a sostituire Pavaraotti nel Nessun dorma ai Grammy. Infine, per mezzo secolo ha sfidato qualsiasi principessa si sia affacciata nel regno del soul (da Chaka Khan a Whitney Houston e Mary J. Blige) senza mai cedere la corona.

(agf)