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Ryan Gosling in "First man" di Damien Chazelle 

Malinconico Gosling, primo uomo sulla luna di Chazelle

"First man" racconta la missione dell'astronauta americano Neil Armstrong. Ma è difficile incuriosire lo spettatore con una storia già nota
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VENEZIA - Attesissima l'apertura della Mostra con il nuovo film di Damien Chazelle, che l'aveva già inaugurata due anni fa con La La Land. Ryan Gosling questa volta interpreta nientemeno che Neil Armstrong, l'uomo che posò per primo il piede sulla luna, e First Man (scritto dall'abile Josh Singer, quello di The Post e Il caso Spotlight) ne racconta la vita negli anni precedenti: la morte della figlia a 2 anni per un tumore, la vita privata, i cambi di missione e di residenza, la morte, man mano, di vari colleghi. Piccoli episodi, a volte, in una dimensione anti-eroica e con un personaggio melanconico, che Gosling riesce a rendere, se non prossimo allo spettatore, abbastanza enigmatico da incuriosirlo.

Il problema era come raccontare in maniera nuova una storia (e delle immagini) notissime, e Chazelle, c'è da dire, si ingegna. Punta su una visione claustrofobica e realistica della missione, tra gusto vintage della ferraglia e nostalgia della di…
VENEZIA - Attesissima l'apertura della Mostra con il nuovo film di Damien Chazelle, che l'aveva già inaugurata due anni fa con La La Land. Ryan Gosling questa volta interpreta nientemeno che Neil Armstrong, l'uomo che posò per primo il piede sulla luna, e First Man (scritto dall'abile Josh Singer, quello di The Post e Il caso Spotlight) ne racconta la vita negli anni precedenti: la morte della figlia a 2 anni per un tumore, la vita privata, i cambi di missione e di residenza, la morte, man mano, di vari colleghi. Piccoli episodi, a volte, in una dimensione anti-eroica e con un personaggio melanconico, che Gosling riesce a rendere, se non prossimo allo spettatore, abbastanza enigmatico da incuriosirlo.

Il problema era come raccontare in maniera nuova una storia (e delle immagini) notissime, e Chazelle, c'è da dire, si ingegna. Punta su una visione claustrofobica e realistica della missione, tra gusto vintage della ferraglia e nostalgia della dimensione umana; anche se alla fine il film non riesce davvero a stravolgere le regole dell'epica spaziale come La La Land reinventava quelle del musical. Si aspettano con suspense le immagini dell'allunaggio, chiedendoci come saranno reinventate: e lì, al momento culminante, la sfida del regista è vinta solo fino a un certo punto.


La cosa più originale è forse il versante privato, l'idea di fare un controcanto intimista alla corsa allo spazio: la moglie di Armstrong (Claire Foy, anche lei molto brava) vede la vanità della corsa allo spazio, che a tratti sembra intuire nella sua dimensione quasi esclusivamente propagandistica, da guerra fredda: "Siete come dei ragazzini che giovano coi modellini!", grida a un certo punto. Ma questo elemento, come altri momenti appena accennati (un breve intervento d'epoca di Kurt Vonnegut, il montaggio alternato tra un decollo e una poesia antirazzista sull'"uomo bianco nello spazio") sono depotenziati dal fatto che lo spettatore sa già che la missione sarà un trionfo.

Il regista Damien Chazelle (afp)


Da un certo punto, quella di Armstrong sembra diventare quasi un'ossessione, come se lui andasse sulla Luna, novello Astolfo ariostesco, per ritrovare il senno e la quiete. Il rischio è però che tutta la vicenda si risolva nelle dimensioni di un dramma famigliare, quando sul finale arrivano i ricordi in colori Ektachrome da filmino familiare (sì, c'era già qualcosa di simile in La La Land), e un richiamo visivo all'ultima, celebre immagine di Pickpocket di Robert Bresson. In quel film il protagonista, finito in carcere, trovava la Grazia e commentava: "Che lunga strada ho dovuto percorrere fino a te". Armstrong, addirittura, deve andare fino alla luna per trovare la pace o se stesso, e non è detto che alla fine ci riesca.

Giudizio: tre stelle su cinque