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“The Mountain”: quando il regista rovina se stesso

La recensione. L'opera prima dell'americano Alverson parte da uno spunto originale ma poi si perde in stucchevoli estetismi
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Venezia - The Mountain, opera prima dell'americano Alverson, è un caso curioso di film dalle grandi potenzialità completamente rovinato dall'autore stesso. Lo spunto iniziale è molto originale: negli anni 50 un dottore (Jeff Goldblum, splendido e sprecato anche lui) vaga per ospedali offrendo i propri servigi di specialista in lobotomie ed elettroshock: uno strano personaggio, metà rappresentante del potere medico e metà cialtrone.

Lo accompagna un giovane (il catatonico Tye Sheridan), la cui madre è a sua volta internata in manicomio. Sembra oltretutto evidente il talento visivo del regista, che però strafà da subito, con la prima inquadratura al ralenti su una voce fuori campo, e prosegue con estetismo stucchevole, estetizzando le immagini dei malati di mente in insopportabili tableaux vivants, con ovvi riferimenti fotografici e pittorici (Edward Hopper, e ti pareva). Ogni dubbio si risolve nel prosieguo, quando tutto …
Venezia - The Mountain, opera prima dell'americano Alverson, è un caso curioso di film dalle grandi potenzialità completamente rovinato dall'autore stesso. Lo spunto iniziale è molto originale: negli anni 50 un dottore (Jeff Goldblum, splendido e sprecato anche lui) vaga per ospedali offrendo i propri servigi di specialista in lobotomie ed elettroshock: uno strano personaggio, metà rappresentante del potere medico e metà cialtrone.

Lo accompagna un giovane (il catatonico Tye Sheridan), la cui madre è a sua volta internata in manicomio. Sembra oltretutto evidente il talento visivo del regista, che però strafà da subito, con la prima inquadratura al ralenti su una voce fuori campo, e prosegue con estetismo stucchevole, estetizzando le immagini dei malati di mente in insopportabili tableaux vivants, con ovvi riferimenti fotografici e pittorici (Edward Hopper, e ti pareva). Ogni dubbio si risolve nel prosieguo, quando tutto prende una via delirante: entra in scena un insopportabile Denis Lavant ubriaco monologante ("questa non è una montagna, è l'immagine di una montagna"), e si fa strada una sempre più esplicita volontà di cercare l'Arte e la Filosofia.  Trovando, in ultima istanza, il Kitsch.

Giudizio: una stella e 1/2