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Alfonso Cuarón con il Leone d'oro per "Roma" (afp)

Il futuro dei festival passa per lo streaming

Segnano una svolta la vittoria alla Mostra di Venezia di “Roma” di Alfonso Cuarón, che conquista il Leone d'oro, e dei fratelli Coen, premiati per la sceneggiatura
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VENEZIA - Il Leone d'oro a Roma, da più parti annunciato, segna, se non una svolta, sicuramente un caso singolare, o un rischio già paventato. Un film distribuito da Netflix vince una delle manifestazioni cinematografiche più prestigiose del mondo. Si tratta peraltro di un perfetto film da festival, per lo stile, per il tema. E va ricordato che comunque oltre al passaggio in streaming uscirà in sala (anche in Italia). Gli ottimisti diranno che si tratta di una felice sinergia, di nuove prospettive della fruizione di immagini. I pessimisti, che c'è il rischio che i festival e l'uscita in sala diventino un passaggio tecnico, promozionale, per un'offerta che ha il suo cuore in una distribuzione on line in mano ad alcune multinazionali.

Come il vincitore, anche il resto del palmarès è ineccepibile (e dunque abbastanza prevedibile). La giuria ha salvato l'onore del gender segnalando l'unica autrice donna, Jennifer Ke…
VENEZIA - Il Leone d'oro a Roma, da più parti annunciato, segna, se non una svolta, sicuramente un caso singolare, o un rischio già paventato. Un film distribuito da Netflix vince una delle manifestazioni cinematografiche più prestigiose del mondo. Si tratta peraltro di un perfetto film da festival, per lo stile, per il tema. E va ricordato che comunque oltre al passaggio in streaming uscirà in sala (anche in Italia). Gli ottimisti diranno che si tratta di una felice sinergia, di nuove prospettive della fruizione di immagini. I pessimisti, che c'è il rischio che i festival e l'uscita in sala diventino un passaggio tecnico, promozionale, per un'offerta che ha il suo cuore in una distribuzione on line in mano ad alcune multinazionali.

Come il vincitore, anche il resto del palmarès è ineccepibile (e dunque abbastanza prevedibile). La giuria ha salvato l'onore del gender segnalando l'unica autrice donna, Jennifer Kent, con un film non memorabile. Per il resto, il fatto di accorpare alcuni premi indica scelte nette, idee chiare da parte di una giuria che dà l'idea di esser stata abbastanza compatta. The Sisters brothers di Audiard è parso un film forse troppo poco innovativo, troppo classico, per risultare vincitore: i premi, si sa, sono anche un'indicazione dello stato delle cose, o addirittura di modelli per il cinema del futuro.

Coppa Volpi anche a Olivia Colman miglior attrice in "La favorita" di Yorgos Lanthimos (ansa)


Anche La favorita di Yorgos Lanthimos, come quello di Audiard, ha un punto di forza in una solida sceneggiatura (il primo ha alle spalle un romanzo, questo un radiodramma BBC). Ed è da segnalare in effetti come gli esiti più compiuti vengano (giustamente) considerati film in cui la forza del copione è centrale. E infatti l'ordito del copione ha preparato la vittoria della bravissima Olivia Colman per il il film di Lanthimos (altrettanto meritato, va detto, il premio per l'attore a Willem Dafoe, che con la sua difficilissima interpretazione di Van Gogh tiene in piedi il film altrimenti non memorabile di Julian Schnabel).

Willem Dafoe con la Coppa Volpi per il suo Van Gogh nel film di Julian Schnabel "At eternity's gate" (agf)


Il discorso sulla sceneggiatura vale ovviamente anche per il vincitore della categoria specifica, The ballad of Buster Scruggs, opera minore dei fratelli Coen che era un insieme di racconti brevi (e in cui dunque la dimensione della scrittura era assai visibile). Spiace semmai veder lasciato fuori un film che, nello stesso ambito, avrebbe meritato, come Non- fiction di Assayas.

L'attore Tim Blake Nelson ha ritirato il premio per la sceneggiatura andato ai fratelli Coen  (afp)


E viene in mente che questa tendenza al grande racconto ha forse penalizzato i tre film italiani, i quali, assai diversi tra loro, erano però accomunati, nei loro aspetti migliori, da uno scarto rispetto alla costruzione narrativa: tra il documentario di Minervini, i sabba di Guadagnino, il lirismo e la danza di Martone, la dimensione visionaria o quella non-fiction sono sembrate poco consone ai giurati (che infatti hanno ignorato alcuni titoli in cui il lato visivo era predominante, al di là del valore del singolo film: da Tsukamoto a Reygadas a Nemes).

Segnaliamo infine il dato di Orizzonti, i cui premi compongono una mappa di Paesi più ampia: oltre al vincitore tailandese c'erano fra gli altri Israele, Russia, Cina, Turchia, Kazakhistan e Indonesia. Giusto per ricordare che il cinema, oggi, è qualcosa di più grande di quello che appare spesso sui nostri piccoli e grandi schermi.