Piccolo grande Baglioni, 50 anni di musica all’Arena
Gino Castaldo , di GINO CASTALDOVerona esibizione kolossal. Tre date e diretta su Rai 1. Il cantante è al centro della scena. In attesa del prossimo Sanremo
Sarà anche piccolo, ma questo grande amore perdura incrollabile nel tempo. È la prima solida pietra che Baglioni poggia al centro dell'Arena di Verona, all'inizio di questo enorme kolossal che vuole raccontare 50 anni di vita musicale, in ordine rigorosamente cronologico e che da metà ottobre arriverà nei palasport. Si comincia dal lontano 1972 di Questo piccolo grande amore e Porta Portese e si finisce col più vicino 2013 di Con voi, nella prima delle tre date (quella di stasera sarà trasmessa in diretta su Rai 1 per la regia di Duccio Forzano) in una lussureggiante mescolanza di note e illustrazioni sceniche che diventano pezzo dopo pezzo un protettivo e rassicurante tempio della canzone popolare.
Lo sforzo è enorme, l'ambizione altissima e i visitatori se ne accorgono, sono accalorati e soggiogati dalle eccezionali visualizzazioni immaginate da Giuliano Peparini, coreografie di gusto internazionale che coinvolgono oltre …
Lo sforzo è enorme, l'ambizione altissima e i visitatori se ne accorgono, sono accalorati e soggiogati dalle eccezionali visualizzazioni immaginate da Giuliano Peparini, coreografie di gusto internazionale che coinvolgono oltre …
Sarà anche piccolo, ma questo grande amore perdura incrollabile nel tempo. È la prima solida pietra che Baglioni poggia al centro dell'Arena di Verona, all'inizio di questo enorme kolossal che vuole raccontare 50 anni di vita musicale, in ordine rigorosamente cronologico e che da metà ottobre arriverà nei palasport. Si comincia dal lontano 1972 di Questo piccolo grande amore e Porta Portese e si finisce col più vicino 2013 di Con voi, nella prima delle tre date (quella di stasera sarà trasmessa in diretta su Rai 1 per la regia di Duccio Forzano) in una lussureggiante mescolanza di note e illustrazioni sceniche che diventano pezzo dopo pezzo un protettivo e rassicurante tempio della canzone popolare.
Lo sforzo è enorme, l'ambizione altissima e i visitatori se ne accorgono, sono accalorati e soggiogati dalle eccezionali visualizzazioni immaginate da Giuliano Peparini, coreografie di gusto internazionale che coinvolgono oltre cento performer tra ballerini, acrobati, figuranti, e non fanno rimpiangere la totale assenza di schermi e proiezioni digitali. L'effetto è tutto analogico, fisico, un'immersione teatrale in un viaggio di canzoni non privo di sorprese, come quando un funambolo gioca coi salti nel vuoto mentre Baglioni canta Notte di note. "È la prima volta che all'Arena di Verona ci si esibisce al centro", ha sottolineato nella conferenza stampa del pomeriggio, "anzi, in un certo senso in tutti questi anni è stata sempre tradita".
Sembra una riunione di fedelissimi, un rito di riconoscimento collettivo, tutti cantano tutto, aspettano e applaudono una dopo l'altra Amore bello, W l'Inghilterra, dove i ballerini compongono un incrocio di fasce che diventa la bandiera inglese, Io me ne andrei, Sabato pomeriggio, non manca nulla o quasi, delle canzoni che per ovvie ragioni ci "devono" essere, con un preciso racconto di evoluzione, evidente quando si arriva a I vecchi (1981) e Strada facendo (1981) e poi alla maturità di Oltre (1990) con Mille giorni di me e di te. Il limite è ovvio, la gerarchia cronologica è crudele e inevitabilmente l'ultima ora è quella più debole, ma il languore è palpabile, si percepisce nell'aria, nella vibrazione prodotta all'unisono dai 17000 che gremiscono l'Arena grazie a questa inedita utilizzazione completa degli spalti. Baglioni del resto è maestro di sensibilità popolare, e col trionfo sanremese alle spalle e in attesa di bissare al festival nel 2019 ha ancora di più allargato la sua presa, quella sensazione di ecumenica universalità della canzone.
È un meticoloso maestro di cerimonie, e questa volta evoca senza mezzi termini l'utopia dell'opera totale: "Del resto ci pensavo fin da adolescente quando con gli amici ci mettemmo a costruire spettacoli in cui c'era tutto, musica, recitazione, danza". Per i fan è una festa, maestosa e retorica quanto occorre, ci sono le canzoni, 35 sulle circa quattrocento che ha scritto, che tutti vogliono ascoltare, avvinti da questa idea di circolarità che è anche il titolo del tour: "Al centro" sta per palco messo al centro della scena, ma anche per "un ideale centro di vita che non si raggiunge mai". Tutto gira intorno ai movimenti scenici che animano le canzoni, con musicisti e coristi disposti ai quattro angoli del palco, e otto pedane motorizzate che si alzano e abbassano. L'impressione è che il legame che unisce Baglioni al suo fedele pubblico si rafforzi sempre di più, come se la gente sentisse sempre più forte il bisogno di rispecchiarsi in racconti di vita che abbiano un sentore di sentimento e di bellezza. Io sono qui, canta Baglioni all'apice del concerto, e sembra proprio che il pubblico non voglia sentire che questo.
Lo sforzo è enorme, l'ambizione altissima e i visitatori se ne accorgono, sono accalorati e soggiogati dalle eccezionali visualizzazioni immaginate da Giuliano Peparini, coreografie di gusto internazionale che coinvolgono oltre cento performer tra ballerini, acrobati, figuranti, e non fanno rimpiangere la totale assenza di schermi e proiezioni digitali. L'effetto è tutto analogico, fisico, un'immersione teatrale in un viaggio di canzoni non privo di sorprese, come quando un funambolo gioca coi salti nel vuoto mentre Baglioni canta Notte di note. "È la prima volta che all'Arena di Verona ci si esibisce al centro", ha sottolineato nella conferenza stampa del pomeriggio, "anzi, in un certo senso in tutti questi anni è stata sempre tradita".
Sembra una riunione di fedelissimi, un rito di riconoscimento collettivo, tutti cantano tutto, aspettano e applaudono una dopo l'altra Amore bello, W l'Inghilterra, dove i ballerini compongono un incrocio di fasce che diventa la bandiera inglese, Io me ne andrei, Sabato pomeriggio, non manca nulla o quasi, delle canzoni che per ovvie ragioni ci "devono" essere, con un preciso racconto di evoluzione, evidente quando si arriva a I vecchi (1981) e Strada facendo (1981) e poi alla maturità di Oltre (1990) con Mille giorni di me e di te. Il limite è ovvio, la gerarchia cronologica è crudele e inevitabilmente l'ultima ora è quella più debole, ma il languore è palpabile, si percepisce nell'aria, nella vibrazione prodotta all'unisono dai 17000 che gremiscono l'Arena grazie a questa inedita utilizzazione completa degli spalti. Baglioni del resto è maestro di sensibilità popolare, e col trionfo sanremese alle spalle e in attesa di bissare al festival nel 2019 ha ancora di più allargato la sua presa, quella sensazione di ecumenica universalità della canzone.
È un meticoloso maestro di cerimonie, e questa volta evoca senza mezzi termini l'utopia dell'opera totale: "Del resto ci pensavo fin da adolescente quando con gli amici ci mettemmo a costruire spettacoli in cui c'era tutto, musica, recitazione, danza". Per i fan è una festa, maestosa e retorica quanto occorre, ci sono le canzoni, 35 sulle circa quattrocento che ha scritto, che tutti vogliono ascoltare, avvinti da questa idea di circolarità che è anche il titolo del tour: "Al centro" sta per palco messo al centro della scena, ma anche per "un ideale centro di vita che non si raggiunge mai". Tutto gira intorno ai movimenti scenici che animano le canzoni, con musicisti e coristi disposti ai quattro angoli del palco, e otto pedane motorizzate che si alzano e abbassano. L'impressione è che il legame che unisce Baglioni al suo fedele pubblico si rafforzi sempre di più, come se la gente sentisse sempre più forte il bisogno di rispecchiarsi in racconti di vita che abbiano un sentore di sentimento e di bellezza. Io sono qui, canta Baglioni all'apice del concerto, e sembra proprio che il pubblico non voglia sentire che questo.