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Cristina Donadio in "Il vizio della speranza" di Edoardo De Angelis 

Cristina Donadio: “Scianel mi manca ma ancor di più quel set di Fellini”

Dopo il successo di “Gomorra”, l'attrice napoletana torna nel film di Edoardo De Angelis “Il vizio della speranza” e in due lavori teatrali: una pièce di Enzo Moscato, e una Medea tra Euripide e Pasolini
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ROMA - Cristina Donadio - la Scianel di Gomorra - ha un taglio raffinato e lo sguardo da tigre. In un caffè romano si gode una breve sosta prima di tornarsene a casa a Posillipo "sulla spiaggia, ieri ho ancora fatto il bagno. Sono venuta solo per registrare la voce di un corto sull'amore vissuto a qualunque età. Io ci credo. Penso sempre che tutto quello che ho vissuto sia meraviglioso, ma il bello deve ancora venire. Forse perché ho fatto tutto troppo presto: madre a 16 anni, mi sono sposata, sono diventata vedova, poi un altro grande amore... Sono come la mia città: Napoli è un'entità sospesa tra passato difficile e pesante e un futuro che sarà sicuramente bello".

Vittima del 'Vizio della speranza', per citare il titolo del film di Edoardo De Angelis che si vedrà alla Festa di Roma?
"Un film doloroso e importante. Un microcosmo di anime perse, dove c'è una rivoluzione che è il v…
ROMA - Cristina Donadio - la Scianel di Gomorra - ha un taglio raffinato e lo sguardo da tigre. In un caffè romano si gode una breve sosta prima di tornarsene a casa a Posillipo "sulla spiaggia, ieri ho ancora fatto il bagno. Sono venuta solo per registrare la voce di un corto sull'amore vissuto a qualunque età. Io ci credo. Penso sempre che tutto quello che ho vissuto sia meraviglioso, ma il bello deve ancora venire. Forse perché ho fatto tutto troppo presto: madre a 16 anni, mi sono sposata, sono diventata vedova, poi un altro grande amore... Sono come la mia città: Napoli è un'entità sospesa tra passato difficile e pesante e un futuro che sarà sicuramente bello".

Vittima del 'Vizio della speranza', per citare il titolo del film di Edoardo De Angelis che si vedrà alla Festa di Roma?
"Un film doloroso e importante. Un microcosmo di anime perse, dove c'è una rivoluzione che è il vizio della speranza, il ritorno alla vita. E questo va oltre il microcosmo di Castel Volturno disegnato da Edoardo. De Angelis torna nei luoghi di Indivisibili per raccontarci di Maria, Pina Turco, colei che conduce le prostitute incinte in un luogo dove potranno partorire. I bambini verranno destinati a una vita che prescinde dalla volontà loro e delle loro madri. Io recito la parte di sua madre. Con lei c'eravamo incontrate già in Gomorra: Pina era Debora, la moglie di Ciro l'immortale, e io Scianel. Poi ci siamo scontrate a colpi di spazzola in La parrucchiera di Stefano Incerti. Questa mia madre è una donna che si lascia andare sopraffatta dal passato. Ama sua figlia ma è inconsapevole dell'orrore che ha messo in questo rapporto".


Anche lei è stata una madre giovane e inconsapevole?
"Sa, lo sono diventata a 16 anni. Mia madre ha cresciuto entrambi: figlia e nipote. Mio figlio è stato il mio migliore amico. Ma ho fatto tanti errori. Oggi mio figlio è un genitore migliore di me. Ed è capace di mettere limiti, mentre io mangiavo la vita a morsi. E la facevo mangiare anche a lui".

Avrebbe voluto altri figli?
"Sono felicemente nonna, e spero presto bisnonna. Mamma mi portava mio figlio a scuola nell'intervallo perché lo allattassi, poi a casa mi diceva "ma quale bagnetto, vai a studiare chimica". Ora mio figlio dice "pensa a recitare". Ma a una bisnonna non negheranno un bagnetto...".

Sul set con la regista Francesca Comencini 

Il più grande rimpianto della carriera?
"Aver abbandonato il set di La città delle donne di Fellini. Al provino mi fece un disegno: "Questo è il tuo personaggio, sarai il sogno ricorrente di Marcello Mastroianni". Dopo un mese di inattività sul set mollai per fare la protagonista in un'opera prima. Che scelta stupida".

Ha mai subito molestie lavorando?
"Ma certo. Come molte donne. La volta che mi ha più colpito è stato quando lo ha fatto uno degli attori più amati del nostro cinema. Erano lui e il regista, facevamo il provino. Loro intorno come squali, io seduta. Parlavano di me in terza persona, come fossi un pezzo di carne. "Ti ricorda la Cardinale?" e poi "che bel décolleté"... che tristezza. Era talmente offensivo stare lì tra loro. Mi alzai e dissi "se avete finito, io adesso me ne vado". Non ebbi il ruolo, il film ebbe successo".

Oggi che progetti ha?
"Due lavori a teatro: con Enzo Moscato mettiamo in scena un suo testo su tre sorelle attraversate dalla follia degli anni 80 a Napoli. Cupo ed esilarante. E poi un personaggio che mi riporta a Scianel. Perché quando sono entrata nella "scianellitudine", ho giocato con gli archetipi di Clitennestra, Medea, Lady Macbeth. Mi hanno offerto di essere Medea il prossimo anno a Matera: una Medea che parte da Euripide per arrivare a Pasolini".

È finita anche lessicografa sullo Zanichelli...
"Sì. Mi hanno affidato la voce "verace". All'inizio l'ho detestata, poi ho capito che è una parola a due anime: la convenzione napoletana, ma anche l'autenticità che non è consolatoria".

Nel ruolo di Scianel in 'Gomorra' 

La scena che le resta di 'Gomorra'?
"Quella del vibratore, che è diventata un culto. Venne fuori da un aperitivo con Francesca Comencini e Valeria Parrella. Un po' ubriache, da cattive ragazze, iniziammo a fare racconti intimi, sopra le righe. Si parlò di questo oggetto. Francesca disse "ma se Scianel...". Non eravamo certe che la scena sarebbe passata, ne siamo orgogliose. Gomorra mi manca, mi manca il set. Ma tutti devono morire".

Ci sono stati anche momenti difficili.
"Sì. Ho affrontato un tumore al seno proprio all'inizio delle riprese, l'ho vissuto in silenzio. In quel momento non volevo togliere niente a Scianel, vivevo la mia fragilità a casa, non volevo che cambiasse lo sguardo degli altri nei miei confronti. Quando ho letto le cose che ha detto Nadia Toffa mi è venuta voglia di abbracciarla. Malgrado pensi che abbia sbagliato alcuni toni in una materia delicatissima, che si confronta col dolore, oggi l'abbraccerei ancora più forte: voleva regalare il vizio della speranza, ma in una malattia come il cancro la speranza non basta".