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(ansa)

L'eredità Fellini: un genio troppo grande per un cinema troppo piccolo

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Venticinque anni dopo la morte del grande maestro del set resta impresso il malessere antropologico dei suoi ultimi film
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La morte di Fellini, 25 anni fa, sembra a molti, sempre più, una specie di data simbolica. E accanto al regista-mito degli anni Sessanta, il simbolo del Grande Cinema Italiano, si fa strada sempre più la maschera malinconica di un Fellini grande sconfitto, oggetto di rimpianto e forse anche di rimorso. Nell'ultimo film di Paolo Virzì, Notti magiche, a un certo punto si vede Fellini girare il finale della Voce della luna. Non era la prima volta che il regista veniva rappresentato o rappresentava se stesso sullo schermo (la più famosa, forse, in C'eravamo tanto amati di Scola).

"8 1/2" con Marcello Mastroianni vinse l'Oscar nel 1964 nella categoria miglior film straniero (ansa)

Ma stavolta era il Fellini anziano, ormai lontano dal suo periodo glorioso, o forse (come diceva la protagonista di Viale del tramonto) troppo grande per un cinema di…
La morte di Fellini, 25 anni fa, sembra a molti, sempre più, una specie di data simbolica. E accanto al regista-mito degli anni Sessanta, il simbolo del Grande Cinema Italiano, si fa strada sempre più la maschera malinconica di un Fellini grande sconfitto, oggetto di rimpianto e forse anche di rimorso. Nell'ultimo film di Paolo Virzì, Notti magiche, a un certo punto si vede Fellini girare il finale della Voce della luna. Non era la prima volta che il regista veniva rappresentato o rappresentava se stesso sullo schermo (la più famosa, forse, in C'eravamo tanto amati di Scola).

"8 1/2" con Marcello Mastroianni vinse l'Oscar nel 1964 nella categoria miglior film straniero (ansa)

Ma stavolta era il Fellini anziano, ormai lontano dal suo periodo glorioso, o forse (come diceva la protagonista di Viale del tramonto) troppo grande per un cinema diventato troppo piccolo. Anche Roberto Andò, in Viva la libertà, aveva mostrato immagini televisive di un Fellini ormai stanco e prossimo alla fine, disperato.

Fellini tra Marcello Mastroianni e Sofia Loren con l'Oscar alla carriera vinto nel 1993 (ansa)

A riguardare i suoi ultimi film, è proprio l'amarezza, il malessere antropologico a risaltare. Fellini si trovava fuori luogo nell'Italia anni Ottanta, aveva orrore del mondo berlusconiano nel suo primo apparire (in Ginger e Fred c'era la parodia delle tv private del cavalier Lombardoni). Ma l'acutezza del suo malessere derivava forse anche dal vedere, in questa Italia così difficile da amare, i caratteri deformati del mondo che aveva nutrito la sua arte. Quella che gli appariva davanti agli occhi era un'Italia mostruosamente "felliniana", l'inveramento di alcuni caratteri che in lui erano insieme esaltanti e agghiaccianti. Il cinema di Fellini sembrava euforico ed era, secondo la definizione di Pasolini, "quaresimalista".

Sul set di "Amarcord" (ansa)

Da grande antropologo dell'Italia, Fellini era terrorizzato dal vedere le proprie visioni e incubi, privati di fascino e fattisi lugubri. Anche perché, e lui lo sapeva, quel mondo aveva le proprie radici nel fascismo in cui il regista era cresciuto, popolato dagli eterni adolescenti in pantaloni corti di Amarcord, un mondo di case di tolleranza e sessuomanie, di volgarità e follia, che lui pure poteva guardare affascinato e sedotto. Lo si è detto spesso: Fellini ha creato un mondo, è diventato un aggettivo. Ma era un aggettivo che gli corrispondeva solo in parte. Fellini il regista "nostalgico", "onirico" e "universale" era in realtà un artista i cui sogni erano anzitutto incubi, la cui eco mondiale affondava nell'analisi dei caratteri nazionali, e la rievocazione del passato non aveva mai i tratti dell'elegia ma quelli dell'inquietudine, a tratti dello sgomento.

Con Anita Ekberg, protagonista della "Dolce vita", nel 1961  (ansa)

Al contrario di Antonioni, che ha creato uno stile imitabile e adattabile internazionalmente (gli debbono molto in molti, da Wenders a registi dell'Estremo Oriente come Tsai Ming-liang), chi ha provato a imitare troppo Fellini ha regolarmente fallito. Forse anche perché Antonioni aveva cercato una versione "alta" del cinema moderno, confrontandosi con le grandi parole d'ordine: alienazione, incomunicabilità (e non è quella la parte più viva del suo cinema). Fellini invece era partito dal basso, dal circo e dalla radio, dal fumetto e dal varietà, in un equilibrio difficilissimo e irripetibile. In anni recenti, Paolo Sorrentino ha provato a rileggere il suo mondo, ad aggiornarlo al presente, e ha ammesso la filiazione della Grande bellezza dal Fellini anni 60. Ma è come se il regista napoletano avesse dentro di sé anche la disillusione dell'ultimo Fellini, l'impossibilità di oscillare tra euforia e disincanto, la supremazia ormai di una stanchezza che grava su tutto.

Con Alberto Sordi in una scena di "Il tassinaro" (ansa)

Il sogno e il ricordo hanno costruito, nel suo cinema, una strana dimensione temporale, un'archeologia del presente che era stata colta benissimo da un coetaneo del regista, da lui in apparenza lontanissimo, Italo Calvino, che vedeva nei suoi film una sorta di autoanalisi collettiva del Paese: "Come nell'analisi della nevrosi, passato e presente mescolano le loro prospettive come nello scatenarsi dell'attacco isterico s'esteriorizzano in spettacolo (...) Nei tempi stretti delle nostre vite tutto resta lì, angosciosamente presente". L'eredità che Fellini ci lascia non è solo quella din un travolgente cinema famoso nel mondo, della Dolce vita, di 8 1/2, di Amarcord; è anche quella del suo disagio negli ultimi anni. Sì, in fondo siamo anche e ancora come ci ha raccontati Fellini, ma senza nemmeno il fascino di qualche anti-eroe alla Mastroianni: piuttosto, con l'orrore carnevalesco dei mangiatori di gnocco dell'ultimo film e dei giovani sperduti nel basso Impero di Satyricon, dei compulsivi Casanova, delle eterne camicie nere.

A Venezia nel 1985 con Giulietta Masina (ansa)