Carlo Giuffré, ossia il teatro che da comico si fa sociale
Rodolfo di Giammarco
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di RODOLFO di GIAMMARCO
L'attore si è spento a Napoli a 90 anni. Era uno dei più grandi interpreti delle commedie di Eduardo De Filippo: in 70 anni di carriera aveva recitato in 85 film
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C'è una battuta in cui mi dichiaro vecchio, stanco, malato e alla fine dei miei giorni, e io come attore lo sono effettivamente, vecchio e stanco, visto che ho debuttato con Eduardo nel lontano 1948" disse Carlo Giuffrè quattro anni fa, debuttando nel suo ultimo spettacolo replicato fino al 2015, La lista di Schindler, adattamento e regia (per un affettuoso passaggio del testimone) di suo figlio Francesco dal libro che ispirò il film di Spielberg.
Ora, per un'ischemia che lo ha colpito mercoledì, il grande artista s'è spento a Roma, senza scomparire in palcoscenico, lo desiderava tanto, come Molière. Con lui, nato a Napoli nel 1928, vicino al traguardo dei 90 anni, ci lascia un attore eduardiano di rappresentativo stampo sociale, ma anche un sapiente comico di certi proverbiali repertori della commedia, e pure (indietro nel tempo) un prototipo di personaggi aitanti di drammaturgie inquiete. Un campione del teatro italiano che…
C'è una battuta in cui mi dichiaro vecchio, stanco, malato e alla fine dei miei giorni, e io come attore lo sono effettivamente, vecchio e stanco, visto che ho debuttato con Eduardo nel lontano 1948" disse Carlo Giuffrè quattro anni fa, debuttando nel suo ultimo spettacolo replicato fino al 2015, La lista di Schindler, adattamento e regia (per un affettuoso passaggio del testimone) di suo figlio Francesco dal libro che ispirò il film di Spielberg.
Ora, per un'ischemia che lo ha colpito mercoledì, il grande artista s'è spento a Roma, senza scomparire in palcoscenico, lo desiderava tanto, come Molière. Con lui, nato a Napoli nel 1928, vicino al traguardo dei 90 anni, ci lascia un attore eduardiano di rappresentativo stampo sociale, ma anche un sapiente comico di certi proverbiali repertori della commedia, e pure (indietro nel tempo) un prototipo di personaggi aitanti di drammaturgie inquiete. Un campione del teatro italiano che ha calcato i palcoscenici per quasi 70 anni, ed è apparso in 85 film, da Napoli milionaria che Eduardo convertì in pellicola nel 1950, con in più una ricca teoria di impegni televisivi.
Se Carlo Giuffré ha maturato nei decenni un profilo sempre più stimato di primattore e capocomico alla ricerca di un segno distintivo nell'ambito della cultura d'autore, raggiungendo poetiche di intensità con una mezza dozzina di copioni considerati i capolavori di Eduardo De Filippo, gli faremmo torto non considerando oggi la vocazione umoristica da cui s'avviò il suo talento assieme a quello del fratello Aldo, un sodalizio versatile che fece leva sulle tecniche della farsa e che crebbe con appuntamenti alterni e felici salvo qualche inevitabile stasi di armonia tra fratelli, fino a una definitiva e forse logica separazione, approdata a un doppio percorso fino alla morte di Aldo nel 2010.
Con il fratello Aldo nello spettacolo 'La fortuna con la Effe maiuscola' (fotogramma)
Dopo l'importante collaudo con Eduardo, la natura di interprete problematico e asciutto portò Carlo a essere scritturato nel 1963 per otto stagioni dalla Compagnia dei Giovani di De Lello-Falk-Valli-Albani, la nostra formazione più incline a spettacoli d'arte, per messinscene tra l'altro di Pirandello, di Cechov, di Patroni Griffi, e dell'Egmont di Goethe diretto da Visconti. In seguito Carlo volle ribilanciare il cammino di teatrante con il genere delle pièce di tradizione umoristica cui erano risalite le sue prime esperienze, e ci fu un riavvicinamento ad Aldo, o comunque un'opzione per testi cordiali come Miseria e nobiltà e Il medico dei pazzi. Ma la fase più premiante, di cui andava giustamente orgoglioso, ebbe a che fare con il ruolo di portavoce, di rappresentante morale e registico, e di sofferto impersonatore post-borghese di una serie di canoni eduardiani, legando il proprio nome a Le voci di dentro, Napoli milionaria, Non ti pago, Natale in casa Cupiello, Questi fantasmi!, Il sindaco del rione Sanità.
Con Roberto Benigni in "Pinocchio" (ansa)
Ne traeva, con sincerità matura, un senso di prestigio etico, un vanto di tutela e di tributo a un teatro della crisi che parlava oltre gli steccati del '900. La scena era il motivo del suo esistere, e gli faceva dimenticare gli stenti e la fame sofferti da piccolo, quando, orfano del padre, la madre fu costretta a lasciare lui e Aldo in un collegio per poveri. Di carattere era piuttosto severo, l'opposto della macchina recitante a volte spassosa. Non amava vario cinema che aveva fatto, dove appariva come un bellimbusto, ma ricordava i film con Rossellini, Germi, Liliana Cavani, Monicelli, Risi, Steno, Salce. Aveva un piccolo conto in sospeso coi tagli al suo Geppetto nel Pinocchio di Roberto Benigni.È significativo che lui, un pezzo di storia della scena, ci abbia lasciati con un testo sulla Storia, su Oskar Schindler.