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Foto Daniele Barraco 

De Gregori: “Al tempo dello streaming il piacere è riconnettersi dal vivo”

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Il cantautore presenta i suoi nuovi progetti: un mese di "residenza" al Teatro di Garbatella a Roma per una serie di esibizioni per pochi spettatori e poi un tour con orchestra
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ROMA - Col suo passo felpato e i 192 centimetri di altezza, Francesco De Gregori sembra un trampoliere pensoso in bilico sul filo delle riflessioni. E passeggia verso di noi portando un vassoio carico di nuove idee: un documentario nuovo di zecca (Vero dal vivo, diretto da Daniele Barraco, su Rai3 il 1 dicembre), una serie estiva di concerti con orchestra in grandi arene d'arte, a partire dall'11 giugno con l'inaugurazione della stagione estiva del Teatro dell'Opera di Roma a Caracalla. Ma soprattutto uno strano ed elettrizzante debutto, il 28 febbraio, in una cosiddetta "residence", ovvero un mese di concerti intimi e raccolti, a tu per tu con soli 230 spettatori, al teatro della Garbatella nell'omonimo quartiere romano: "Più che un debutto direi un desiderio che mi viene dal ricordo di un'esperienza al teatro dei Satiri, appena 80 posti, che apparteneva al conte di Partanna, un omosessuale dandy elegantissimo, e noi eravamo partiti per f…
ROMA - Col suo passo felpato e i 192 centimetri di altezza, Francesco De Gregori sembra un trampoliere pensoso in bilico sul filo delle riflessioni. E passeggia verso di noi portando un vassoio carico di nuove idee: un documentario nuovo di zecca (Vero dal vivo, diretto da Daniele Barraco, su Rai3 il 1 dicembre), una serie estiva di concerti con orchestra in grandi arene d'arte, a partire dall'11 giugno con l'inaugurazione della stagione estiva del Teatro dell'Opera di Roma a Caracalla. Ma soprattutto uno strano ed elettrizzante debutto, il 28 febbraio, in una cosiddetta "residence", ovvero un mese di concerti intimi e raccolti, a tu per tu con soli 230 spettatori, al teatro della Garbatella nell'omonimo quartiere romano: "Più che un debutto direi un desiderio che mi viene dal ricordo di un'esperienza al teatro dei Satiri, appena 80 posti, che apparteneva al conte di Partanna, un omosessuale dandy elegantissimo, e noi eravamo partiti per fare tre giorni e alla fine ci rimanemmo un mese. Parliamo della metà degli anni 70".

Perché dice "noi"?
"Perché eravamo in tre, io, Antonello Venditti e Riccardo Cocciante".

Niente a che vedere con quello che sta facendo Bruce Springsteen a New York, da solo in teatro, ormai da un anno?
"No, lo ammetterei tranquillamente, ma in realtà è un'idea che coltivo da tempo. Forse Springsteen me l'ha richiamata, ma ero talmente ignaro che il primo titolo era stato "Off Broadway", poi ho detto meglio di no, e infatti si chiamerà "Off the record". Io e la mia band suoneremo di tutto e di più con una certa nonchalance per la calligrafia. Del resto, avendo avuto l'imprinting del Folkstudio ti rimane nel sangue quel modo di stare a tu per tu con i frequentatori del locale, li vedi negli occhi, magari stai lì con loro e poi sali sul palco, di sicuro chiamerò qualche amico, gli dirò di passare a trovarmi, ma senza formalità. Credo che mi divertirò, anche per il solo fatto di non viaggiare, di non dover tornare in albergo, alle 11 e mezzo è finito, una pizza e poi a casa, magnifico".

Foto Daniele Barraco 

È presumibile che il suo desiderio corrisponda a quello del pubblico, superare lo schema del concerto, rivedere l'artista in una dimensione umana...
"Lo spero, e poi penso che la stessa gente che oggi ascolta la musica in streaming senza più contatto fisico con l'oggetto, abbia piacere a riconnettersi col suono dal vivo".

Visto che parliamo di memorie lontane, la sua età, 67 anni, per un uomo è cruciale, come sta vivendo il problema dell'invecchiamento?
"Potrei dire che non ho ancora l'età. Anche perché quando penso al mio futuro immediato mi viene sempre in testa questa frase: quando sarò vecchio... Io automaticamente ragiono così: quando sarò vecchio farò questo e quest'altro. Forse c'è qualcosa che non funziona ma del resto ho solo 67 anni, certo se mi paragono a Benji e Fede sono vecchio, ma la verità è che chi ha a che fare con la musica non cresce mai, forse invecchia, ma sicuramente non cresce, si rimane dei fanciullini. Ho una vita ricca di emozioni, di idee, suggestioni, vivo immerso nella realtà quotidiana, leggo, m'informo, tutto questo mi fa sentire sereno su quello che mi aspetta".


Come è cambiata la sua visione del mondo? Col tempo è diventato più ottimista o pessimista?
"Non mi riesce di valutare il presente secondo queste categorie. Risponderei con un gioco di parole. Quando eravamo giovani si diceva che 'il personale è politico', per dire che il nostro vissuto di individui andava a convogliare in una visione più collettiva e quindi politica. Oggi direi il contrario, che il politico è diventato personale. Non che mi chiuda in me stesso, ma è come se tutto quello che vedo accadere intorno, bello o brutto che sia, venisse ricondotto a quello che sono io come individuo, alla mia sfera affettiva e sentimentale, come se avessi trovato una ragione di quiete, che mi fa sentire partecipe senza che io mi debba interrogare più di tanto sui destini del mondo, e questo ha sicuramente a che fare con l'età. Ne abbiamo già viste tante, siamo stati una generazione fortunata e famosa, ma le nostre scosse le abbiamo vissute".

Cosa dirà al pubblico di Roma quando si ritroverà a tu per tu con la gente nel piccolo teatro della Garbatella, come negli anni Settanta al Folkstudio?
"Non lo so. Certo non dirò "Ciao Roma!", forse comincerò a suonare un'ora prima così che la gente entrando mi trovi già in concerto, oppure starò al bar a chiacchierare, prima di iniziare. Ma forse è troppo, non esageriamo. Diciamo che non so come reagirò ma ho una gran voglia di farlo, e quindi penso che reagirò bene".