Addio a Bertolucci: rogo e assoluzione, il tango scandaloso che ci cambiò
Natalia Aspesi
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di NATALIA ASPESI
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Quando uscì nelle sale era il dicembre del 1972, anno drammatico nel pieno della strategia della tensione e del primo rapimento delle Br: eppure improvvisamente, un film divenne il capro espiatorio di tanta confusione e pericolo
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Quarantasei anni dopo lo scandalo, 42 dopo la condanna definitiva e il rogo purificatore, 31 anni dopo l'assoluzione, Ultimo tango a Parigi restaurato, senza tagli, nel maggio scorso è tornato nei cinema, a Milano alla Fondazione Prada, Germano Celant a presentarlo assieme al suo autore, Bernardo Bertolucci, sulla sua carrozzella, smagrito, la bella faccia stanca, oppresso forse dal dover parlare per l'ennesima volta di questa meraviglia dannata. Intatta anzi più stordente la bellezza del film, la sua storia, i suoi colori dorati di ombra e penombra, quello straziante Marlon Brando di cui finalmente si sente la vera voce soffice di dolore, il corpicino adolescente e impuro di Maria Schneider, che gioca pericolosamente e altezzosamente con quello sconosciuto, di lei tanto più vecchio.
Quando uscì nelle sale era il dicembre del 1972, anno drammatico nel pieno della strategia della tensione e del primo rapimento delle Br: eppure improvvisamente, un fi…
Quarantasei anni dopo lo scandalo, 42 dopo la condanna definitiva e il rogo purificatore, 31 anni dopo l'assoluzione, Ultimo tango a Parigi restaurato, senza tagli, nel maggio scorso è tornato nei cinema, a Milano alla Fondazione Prada, Germano Celant a presentarlo assieme al suo autore, Bernardo Bertolucci, sulla sua carrozzella, smagrito, la bella faccia stanca, oppresso forse dal dover parlare per l'ennesima volta di questa meraviglia dannata. Intatta anzi più stordente la bellezza del film, la sua storia, i suoi colori dorati di ombra e penombra, quello straziante Marlon Brando di cui finalmente si sente la vera voce soffice di dolore, il corpicino adolescente e impuro di Maria Schneider, che gioca pericolosamente e altezzosamente con quello sconosciuto, di lei tanto più vecchio.
Quando uscì nelle sale era il dicembre del 1972, anno drammatico nel pieno della strategia della tensione e del primo rapimento delle Br: eppure improvvisamente, un film divenne il capro espiatorio di tanta confusione e pericolo; giornalisti, critici, partiti, magistrati, ministri, vescovi, scrittori, persino il presidente della Repubblica inscenarono una durissima guerra attorno al cosiddetto comune senso del pudore che una sodomizzazione in cui il sodomizzatore non si toglie né slaccia i pantaloni, avrebbe violato: libertà di espressione o crimine, sempre in nome della difesa del fanciullo che tanto il film non poteva vederlo essendo proibito ai minori? Il negativo fu bruciato, Bertolucci condannato alla galera con la condizionale. Anni di battaglie, ricorsi, nuovi processi, interrogazioni parlamentari perché il sano popolo italiano non fosse lordato da una pratica demoniaca di cui nella realtà non era certo ignaro. Per anni, quello che era stato un grande film dolente con un Brando al suo culmine, perseguitato poi come nessun altro, era ed è ricordato meschinamente per la cosiddetta "scena del burro": anche adesso che l'autore è morto, da chi probabilmente non l'ha mai visto. Anni dopo Maria Schneider attribuì la sua vita difficile a quel celebre film, e soprattutto a quella scena torbida in cui piange sul serio, ma da cui non ha il coraggio di fuggire.
Sul set con Marlon Brando e Maria Schneider (ap)
Quando poi, nel 2011, a soli 57 anni, l'attrice muore, Bertolucci parla, ma ognuno interpreta le sue parole secondo il proprio pensiero: lo aveva ideato Brando e il regista non si oppose, era sulla sceneggiatura o non c'era, non glielo avevano detto ma non si ribellò, fu sostituita da una poverina o invece no. Fu comunque l'uso anomalo del panetto di burro a entrare nella storia del cinema e del mercato caseario: o anche delle istruzioni per l'uso, mentre la povera Maria umiliata, con tutto il suo rancore, è stata dimenticata.
(ansa)
Adesso, tanti anni dopo, nessuno si è offeso, neanche le signore più timorate, nel vedere in televisione A very english scandal, in cui l'amabile Hugh Grant travestito da Jeromy Thorpe, il politico inglese molto gay, sostituisce il burro con apposita crema. Il protagonista di Ultimo tango è un Brando in decadenza, stempiato, ingrassato, già allontanato da Hollywood, eppure mai così carnale: per sempre irraggiungibile immagine del peccatore con cui condividere finalmente ogni tipo di peccato. Adesso rivedendo questo film eterno, quel sesso imposto e ricambiato dice altro: dice che il dolore estremo di una perdita incomprensibile, come il suicidio di una moglie, non può sfidare l'indifferenza, la curiosità, il potere della giovinezza, senza perdersi; che la supremazia fisica del maschio è un'illusione, se poi a decidere è il più forte, la vittima molto consenziente sino a che il gioco è marginale alla propria vita, che è altra. Nel film si sa che è l'uomo il perdente, nella realtà a perdere è quasi sempre la donna.