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La "Carmen"diretta da Valentina Carrasco 

Sesso e politica, così l’opera vive nel presente

Dall’Attila alla Carmen, i registi stravolgono la tradizione con allestimenti legati alla contemporaneità
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Sarà un successo o un'inaccettabile dissacrazione? Come verrà accolta la messinscena forse scandalosa e di sicuro attualizzata dell'Attila di Verdi che il 7 dicembre apre la stagione della Scala? Tenendo conto dell'odierna diffidenza verso la cultura, termine che richiama mondi detestati dalla maggioranza, il quesito può sembrare irrilevante. Eppure vi gira intorno il futuro della lirica. Meglio un contesto ligio alla tradizione o forzature che rendano i soggetti più eccitanti?

Diretta da Riccardo Chailly e allestita da David Livermore, che ha inserito la regia "in un Novecento distopico fra le due guerre" (parole sue), Attila è un melodramma risorgimentale sulla riscossa di un popolo (i romani) contro i suoi invasori (gli Unni). Ambientata nel quinto secolo, è una parabola sui tradimenti, le bugie e gli opportunismi della politica, dunque si adatta benissimo all'oggi. E in molti penseranno al crollo avvenuto a Genov…
Sarà un successo o un'inaccettabile dissacrazione? Come verrà accolta la messinscena forse scandalosa e di sicuro attualizzata dell'Attila di Verdi che il 7 dicembre apre la stagione della Scala? Tenendo conto dell'odierna diffidenza verso la cultura, termine che richiama mondi detestati dalla maggioranza, il quesito può sembrare irrilevante. Eppure vi gira intorno il futuro della lirica. Meglio un contesto ligio alla tradizione o forzature che rendano i soggetti più eccitanti?

Diretta da Riccardo Chailly e allestita da David Livermore, che ha inserito la regia "in un Novecento distopico fra le due guerre" (parole sue), Attila è un melodramma risorgimentale sulla riscossa di un popolo (i romani) contro i suoi invasori (gli Unni). Ambientata nel quinto secolo, è una parabola sui tradimenti, le bugie e gli opportunismi della politica, dunque si adatta benissimo all'oggi. E in molti penseranno al crollo avvenuto a Genova guardando la sua scenografia dominata da un gigantesco ponte rotto in due. Comunque vadano le cose, i melomani più conservatori dovranno rassegnarsi: oggi è raro che negli spettacoli di lirica manchino messaggi riferiti alla modernità. All'Opera di Roma debutta domenica un Rigoletto diretto da Daniele Gatti e con la regia di Daniele Abbado che lo ha spostato "negli anni della Repubblica di Salò per sottolineare il nucleo politico dell'opera".

L'"Attila" che debutta il 7 dicembre alla Scala 

Risale a non molti mesi fa la presentazione a Bologna di un Ratto del serraglio che Martin Kusej riempì di allusioni al terrorismo del califfato islamico con sventolio di bandiere dell'Isis. E a Roma, in estate a Caracalla, la Carmen è stata situata dalla regia di Valentina Carrasco sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico, là dove Trump desidera quello che i messicani chiamano "il Muro della vergogna". Della stessa opera di Bizet è stata appena ripresa a Firenze la versione di Leo Muscato con finale posticcio di morte all'inverso: Carmen, invece di farsi ammazzare, uccide Don José, scansando l'ennesimo femminicidio.

Alla Fenice di Venezia la stagione è stata inaugurata pochi giorni fa da un Macbeth verdiano la cui regia ha diviso il pubblico per l'audacia di Damiano Michieletto, provocatore di lunga esperienza che in passato ha concepito, tra l'altro, un Così fan tutte con scambi di coppie in un design-hotel, un Elisir d'amore con bagnini che rimorchiano in spiaggia e un Ballo in maschera tuffato in una campagna elettorale americana. Stavolta ha inventato le ipotesi di una paternità perduta di Macbeth e di una maternità mai vissuta della Lady. Lacune dolorose trasformate in motori di ossessive presenze infantili. "Ho puntato sul lato privato di Macbeth, sulla sua sofferenza e le sue allucinazioni", segnala Michieletto, "e i bambini in scena rendono più terrificante, per contrasto, un'opera già di per sé feroce". Sostiene di non credere alle riletture moderne fini a sé stesse: "Conta lavorare in ottiche integrate con la percezione della vita di adesso. Ma non basta che i costumi e le scene siano attuali: è necessaria una visione coerente. Una regia brutta è antiquata pur se immessa nel nostro tempo".

Il "Macbeth" in scena alla Fenice 

Addirittura obbligatorio, in vista della credibilità, è l'aggiornamento scenico secondo l'americano Peter Sellars, convinto che il teatro debba "vivere nel presente". Firmò negli anni Ottanta una trilogia Mozart-Da Ponte in salsa newyorkese che ispirò molta estetica successiva: all'epoca sembrava sconvolgente rilanciare Le Nozze di Figaro nella Trump Tower, Don Giovanni tra i pusher di Harlem e Così fan tutte in un coffee-shop alla Edward Hopper. "Autenticità non vuol dire una rigida osservanza del libretto", dichiara, "ma restituire allo spettatore impressioni che egli può riconoscere". Ancora più estremo è lo spagnolo Calixto Bieito, il quale rifiuta censure e regolette storiche: "I miei spettacoli sono aggressivi, è vero, ma solo perché seguo lo spirito degli autori. Verdi ha musicato una trama sadica nel Trovatore e ha dipinto una povera puttana nella Traviata. Addobbarla come se recitasse in Via col vento è osceno". Fece arrabbiare il pubblico di Londra un suo Ballo in maschera dove il re di Svezia si barcamenava fra prostitute, travestititi e cortigiani seduti sui gabinetti coi pantaloni scesi: "Era un'immagine rigorosa in quanto fedele al senso della politica che nel mio paese fa schifo, come da voi in Italia".