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 Il geologo Aldo Segre con l'alpinista Alessio Ollier 

Missione Antartide: le foto mai viste dei tre italiani che fecero l'impresa

L'anniversario della spedizione al Polo Sud: cinquant'anni fa Carlo Mauri, Alessio Ollier e Ignazio Piussi furono scelti dal Club Alpino e salirono sulle cime inviolate del continente di ghiaccio
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Tre alpinisti in Antartide. Era l'inverno del 1968, cinquant'anni fa, quando gli scalatori Carlo Mauri, Alessio Ollier e Ignazio Piussi entrarono nella storia per essere i primi italiani ad esplorare il Polo Sud e a salire le cime inviolate del continente di ghiaccio. Il Club Alpino Italiano li scelse in rappresentanza delle Alpi occidentali, centrali ed orientali, per la prima spedizione alpinistico-scientifica italiana al circolo polare antartico organizzata con il Cnr. Mauri ed Ollier, il primo originario di Lecco, classe 1930, ed il secondo guida alpina di Courmayeur, nato nel 1934, scalarono quatto cime, accompagnati dal geologo Aldo Segre, mentre Piussi e il geologo Marcello Manzoni nelle loro esplorazioni ed ascensioni compiute in altre aree scoprirono anche una foresta fossile.

Il 12 dicembre del '68 Mauri e Ollier partono in aereo dalla base neozelandese di Scott e atterreranno sullo Skelton Glacier, a 2000 metri di quota. Il quadrimotore Hercules …
Tre alpinisti in Antartide. Era l'inverno del 1968, cinquant'anni fa, quando gli scalatori Carlo Mauri, Alessio Ollier e Ignazio Piussi entrarono nella storia per essere i primi italiani ad esplorare il Polo Sud e a salire le cime inviolate del continente di ghiaccio. Il Club Alpino Italiano li scelse in rappresentanza delle Alpi occidentali, centrali ed orientali, per la prima spedizione alpinistico-scientifica italiana al circolo polare antartico organizzata con il Cnr. Mauri ed Ollier, il primo originario di Lecco, classe 1930, ed il secondo guida alpina di Courmayeur, nato nel 1934, scalarono quatto cime, accompagnati dal geologo Aldo Segre, mentre Piussi e il geologo Marcello Manzoni nelle loro esplorazioni ed ascensioni compiute in altre aree scoprirono anche una foresta fossile.

Il 12 dicembre del '68 Mauri e Ollier partono in aereo dalla base neozelandese di Scott e atterreranno sullo Skelton Glacier, a 2000 metri di quota. Il quadrimotore Hercules riesce ad atterrare solo al quarto tentativo sul ghiacciaio, dove mai velivolo si era posato prima. Il tempo di scaricare i materiali senza spegnere i motori per non congelare gli oli e l'aereo riparte, lasciando il gruppo sperduto in un paesaggio irreale. Qui, i due alpinisti resteranno per circa trenta giorni attraversando seicento chilometri di ghiacciaio, in parte a piedi e in parte su mezzi cingolati, scalando quattro montagne ancora mai battute dall'uomo nel gruppo montuoso del Boomerang Range e dormendo sempre in tenda, con temperature intorno ai 40 gradi sotto zero. 
 Carlo Mauri 

A distanza di mezzo secolo, spuntano alcune diapositive mai viste prima di quella spedizione. Provengono dall'archivio della famiglia Ollier di Courmayeur, quattro generazioni di guide alpine. Il fratello di Alessio, Attilio, sempre tra il '68 e il '69 partecipò alla prima spedizione italiana verso il Polo Nord con Guido Monzino. È proprio Attilio, 76 anni, ad aver recuperato il materiale fotografico che il fratello (scomparso nel 2007) teneva in una scatola in garage. Queste immagini inedite testimoniano chiaramente le enormi difficoltà e la sensazione di straniamento che gli alpinisti italiani dovettero affrontare in quella situazione estrema. Già solo dover piantare la tenda sul ghiaccio vivo si rivelò un'operazione ardua. Per non parlare del blizzard, il vento tremendo che soffia e colpisce come una frusta. "Alessio - ricorda il fratello leggendo i diari - indossava fino a tre pantaloni di lana uno sopra l'altro, di cui uno imbottito con piumino d'oca e gli altri di lana, due paia di mutande, maglia, camicia, maglione, giacca imbottita e giacca a vento, passamontagna, due cappucci, svariati calzettoni, scarpe e soprascarpe, tre paia di guanti". Riuscire a cuocere un piatto di pasta o una minestra in tenda era una vittoria. Spesso, aprendo gli zaini lungo il cammino per rifocillarsi, tirate fuori le vivande dovettero rassegnarsi a rimetterle dentro perché si erano congelate: qualunque cosa, dal formaggio al cioccolato, diventava duro come un sasso. Più di tutto, ciò che li destabilizzava era l'isolamento. Dovettero trascorrere un mese in esplorazione esterna, immersi nel bianco totale. Mauri descrisse nel suo diario quell'avventura come "una risalita da un pozzo profondo, buio".
 L'atterraggio sul ghiacciaio Skelton 

L'alpinista lecchese scrisse di aver avvertito la sensazione che il ghiaccio gli penetrasse nel sangue: "avevo lottato un mese contro il mostro bianco del gelo, avevo resistito, ma negli ultimi giorni sentivo che il mostro stava per inghiottirmi. Non erano la mia faccia, le mie mani, i miei piedi che stavano diventando ghiaccio, era qualcosa di più profondo, di intimo. Anche l'immagine di mia moglie e dei miei figli stava scivolando via". L'esplorazione in Antartide si trasformò così per i due alpinisti in una inattesa esplorazione dentro loro stessi. Sempre Mauri, al termine della spedizione, inviò una lettera al presidente della Società delle Guide di Courmayeur per ringraziarlo del panettone che gli aveva fatto recapitare fino al Polo Sud per Natale. "Siamo rientrati alla base di Scott. È stato un mese duro, anzi durissimo. Un mese in ghiacciaia, nella ghiacciaia della Terra. Durante questa difficile e, ora che è finita, bella esperienza, ho incontrato un meraviglioso uomo, un amico in Alessio Ollier. Questo è quanto ho segnato il giorno 12 dicembre nei mie appunti: ritirati nei sacchi piuma, senza lasciare fuori nemmeno l'aria da respirare...parliamo. Sai Alessio che mi sostiene molto, l'avere te come compagno, sono anni, da quando andavo con Bonatti, che non trovavo un compagno come te".