Il direttore Chailly si "impone" un'articolazione interna poco varia e avara di colori. Ma nel disordine narrativo Livermore si diverte
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MILANO - L'avvincente imperfezione di Attila non si discute. Ne fa fede la sommarietà drammaturgica e la sciatteria di alcune soluzioni vocali e strumentali, bilanciate dalla ricerca quasi ossessiva di "originalità" nella scrittura orchestrale e di narratività insolite. Verdi guarda avanti ma non ha tutti gli strumenti per farlo: cultura e competenza teatrale e musicale sono adatti a Masnadieri non ancora a Macbeth, che tuttavia è degli stessi mesi. E il drammone ha troppe "posizioni" sceniche non reattive, di impostazione melodrammatica oramai aliena al nuovo teatro che Verdi cercava.
La qualità carsica della musica non interessa a Riccardo Chailly. La sua concertazione non tralascia una nota, un accordo anche frettoloso, da recitativo, una modulazione di pura funzionalità narrativa. Attila "deve" in ogni pagina, anche la meno riuscita, dare una risposta positiva all'idea che, con Giovanna d'Arco e M…
MILANO - L'avvincente imperfezione di Attila non si discute. Ne fa fede la sommarietà drammaturgica e la sciatteria di alcune soluzioni vocali e strumentali, bilanciate dalla ricerca quasi ossessiva di "originalità" nella scrittura orchestrale e di narratività insolite. Verdi guarda avanti ma non ha tutti gli strumenti per farlo: cultura e competenza teatrale e musicale sono adatti a Masnadieri non ancora a Macbeth, che tuttavia è degli stessi mesi. E il drammone ha troppe "posizioni" sceniche non reattive, di impostazione melodrammatica oramai aliena al nuovo teatro che Verdi cercava.
La qualità carsica della musica non interessa a Riccardo Chailly. La sua concertazione non tralascia una nota, un accordo anche frettoloso, da recitativo, una modulazione di pura funzionalità narrativa. Attila "deve" in ogni pagina, anche la meno riuscita, dare una risposta positiva all'idea che, con Giovanna d'Arco e Macbeth, faccia parte del trittico della magnifica imperfezione giovanile d'autore. L'atto di fede include l'edizione critica e metronomi verdiani recentemente attribuiti. Ma non si pone il dubbio che il fuoco drammatico impressionante di Attila sia frutto anche delle immaturità e disuguaglianze, non solo dei presagi macbettiani e del carattere senza "alterazioni" di sorta" dei personaggi, in particolare di Odabella programmata per uccidere e unica eroina verdiana che commette un assassinio a sangue freddo.
(fotogramma)
Elevando ogni dettaglio al ruolo di vocabolo musicale principale, con remunerativa attenzione per i "pizzicati" sui cui fonda un lessico insperato, Chailly si "impone" un'articolazione interna poco varia e avara di colori. La oculata gestione dei contrasti e il respiro musicale organicamente di tinta nobiliare - fin troppo, in un'opera di "barbari" - rende un po' prevedibile e non sempre drammaturgicamente "parlante" una direzione splendida dal punto di vista tecnico e concettuale. Buon per la compagnia vocale, coro compreso: canta bene e senza affanno: "ascoltando" e appoggiandosi sempre all'eccellente orchestra. Domina Ildar Abdrazakov, lo incalzano artisticamente Saioa Hernández, Fabio Sartori e George Petean.
Nell'imperfezione e nel disordine narrativo di Attila, Davide Livermore s'è divertito. Affiancato da Giò Forma e D-Wok e le luci di Antonio Castro (e con un campionario di costumi che solo Gianluigi Falaschi può disegnare) s'è preso tutti i rischi, le bizzarrie e le libertà registiche e tecnologiche possibili, ma è stato certosino nell'osservare le "didascalie musicali". Così lo spettacolo ha messo (quasi) tutti d'accordo.