Oltre un quarto d'ora di applausi per “Attila” diretto da Chailly e messo in scena da Davide Livermore. Ma cinque minuti di battimani vanno all'Inno di Mameli e al Presidente: “Cultura, ultimo baluardo della democrazia”
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MILANO - In una Scala resa più che mai stupenda dagli addobbi di Sant'Ambrogio l'intero pubblico in piedi, all'inizio, festeggia con cinque minuti di ovazioni il Presidente Mattarella, emblema di unità nazionale malgrado tutto (dirà il capo dello Stato a Chailly al termine della rappresentazione: musica e cultura sono "l'ultimo baluardo della democrazia"). Gli applausi si scaldano e volano, prima dell'Inno di Mameli che giunge dall'orchestra governata da Riccardo Chailly. Il quale si volta verso la platea come per dirigerla. E gli spettatori cantano l'inno italiano, prima sommessi e poi in crescendo, unendosi alle voci dei coristi nel retropalco.
(ansa)
Comincia così il 7 dicembre della Scala, e questo clima "politico" plasma una serata che verrà conclusa da quattordici minuti di acclamazioni trionfali. È puramente…!-->!-->
MILANO - In una Scala resa più che mai stupenda dagli addobbi di Sant'Ambrogio l'intero pubblico in piedi, all'inizio, festeggia con cinque minuti di ovazioni il Presidente Mattarella, emblema di unità nazionale malgrado tutto (dirà il capo dello Stato a Chailly al termine della rappresentazione: musica e cultura sono "l'ultimo baluardo della democrazia"). Gli applausi si scaldano e volano, prima dell'Inno di Mameli che giunge dall'orchestra governata da Riccardo Chailly. Il quale si volta verso la platea come per dirigerla. E gli spettatori cantano l'inno italiano, prima sommessi e poi in crescendo, unendosi alle voci dei coristi nel retropalco.
(ansa)
Comincia così il 7 dicembre della Scala, e questo clima "politico" plasma una serata che verrà conclusa da quattordici minuti di acclamazioni trionfali. È puramente italica l'emozione prorompente della musica di Verdi, ed è sofferta l'onda di un libretto che parla di un Paese colmo di "macerie, deserti, rovine e squallore": l'appello di un testo risorgimentale è forte e chiaro, e comunica benissimo tuttora il suo messaggio. L'opera verdiana Attila ha aperto a Milano la stagione del teatro più simbolico dell'arte lirica nel mondo, luogo fattosi più che mai vitale grazie a quest'evento ricco d'implicazioni. Ad assistervi, con Mattarella, c'erano la presidente del Senato Alberti Casellati, il sindaco Sala, il presidente della Regione Fontana e tre ministri: Bonisoli, Bussetti e Tria.
Un quarto d'ora di applausi per i protagonisti (ap)
Chailly guida con piglio entusiasta le asprezze, la passionalità, le tinte ora militaresche ora ecclesiastiche, i cori poderosi e l'incantevole Preludio di questo titolo creato dal giovane Verdi e imperniato sullo scontro, la violenza e la vendetta. Chissà se la platea mondana e super-pagante (3000 euro costano i posti migliori e l'incasso ha superato i due milioni e mezzo di euro) riesce a seguire l'intricata vicenda, che il regista Davide Livermore sposta dal quinto secolo a un Novecento di fasto délabré, tra gli anni 20 e i 40. Quindi niente corna sugli elmi né lance né pelli di montone, ma meravigliosi costumi (di Gianluca Falaschi) che mescolano epoche e stili con voluttà post-moderna. Abbondano pistole e fucili, Attila irrompe a cavallo con cappotto stalinista e la maliarda Odabella è una Walkiria col collier di perle, porta setose camicie da notte e abiti lustrinati con pettinatura alla Barbara Stanwick. Le scene di Giò Forma sono efficaci nei cumuli materici, nelle vetrate espressioniste, nei tralicci rugginosi, negli sfondi di città distrutte dai bombardamenti e nel gigantesco ponte sbreccato che s'apre in due. Le citazioni neorealiste si alternano ad aromi nazi e fasci, a echi dei due conflitti mondiali, a feticismi sadomaso, a divise infangate, ad atmosfere viscontiane, a squarci lattiginosi e fumosi (belle luci di Antonio Castro) e a schermi occupati dal bianco e nero da cinéphile dei video curati da D-WOK.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella applaudito per cinque lunghi minuti alla Scala
Sospingono l'azione il basso Ildar Abdrazakov nella parte del protagonista, l'indomita Odabella affidata al soprano Saioa Hernandez, l'ambiguo generale romano Ezio (è il baritono George Petean) e il tenore Fabio Sartori come Foresto, cavaliere aquileiese amato da Odabella. Attorno a loro gravitano plotoni di soldati e folle di "ostrogoti, gepidi, eruli, turingi, sacerdotesse, donzelle, vergini, schiavi, eremiti, fanciulli" (lo dice il libretto), qui tradotti in masse di vittime e guerrieri novecenteschi.
Il regista Davide Livermore con il Presidente Mattarella (ansa)
Il sovrano unno è di sicuro il più attraente del contesto affollatissimo, più integro e simpatico del nostro connazionale Ezio, che si dimostra incline a scambi motivati più dalla brama di governo che dall'amor patrio. Ad Attila in marcia verso Roma, il viscido figuro propone un accordo di spartizione territoriale che l'unno colossale rigetta con toni di sprezzo etico. Nel prologo Odabella, figlia del signore di Aquileia, rivede morire il padre ammazzato da Attila in un filmico flashback, e la bimba di allora che si è fatta adulta intende vendicarsi uccidendo il condottiero barbaro. Attila sogna un vecchio che gli sbarra la strada per Roma, e poco dopo si realizza veramente il suo incontro con Papa Leone, il quale lo blocca rivendicando il sacro suolo romano. Con ingranaggio virtuosistico, Livermore mette in scena questa situazione per mezzo del celebre quadro di Raffaello: prima lo anima nell'incubo dell'unno con la computer-graphic, poi ne fa un tableau vivant. Nel terzo atto il banchetto è un'allucinazione decadente e perversa da Caduta degli dei, e lo sterminatore vorrebbe sposare Odabella. Ma l'indomita amazzone porta a termine il suo progetto di partenza trafiggendolo a morte. La condanna di perire non in maschie battaglie, bensì ucciso da una ragazza arrabbiata, imprime ad Attila un ulteriore appeal.
Da sinistra, Saioa Hernandez, Ildar Abdrazakov e Fabio Sartori (ansa)