La recensione: molti sketch e battute ma una struttura narrativa fiacca per la commedia di Giovanni Veronesi ispirata a Dumas con Favino, Mastandrea, Papaleo e Rubini
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Nel tentativo di rinnovare la commedia italiana, genere oggi dalla collocazione incerta, l'idea di innestarla con il film di cappa e spada poteva non essere sbagliata. I personaggi di Alexandre Dumas, poi, hanno una lunga tradizione nel nostro spettacolo popolare, non solo al cinema (i bellissimi e misconosciuti film di Vittorio Cottafavi negli anni 50, secondo alcuni i più "dumasiani" di tutti), ma anche il celebre radiodramma di Nizza e Morbelli negli anni 30, un fenomeno che oggi si direbbe multimediale, e la versione televisiva del Quartetto Cetra nella "Biblioteca di Studio Uno", negli anni 60.
E il film di Veronesi in effetti è italianissimo, anzi centro-meridionale: girato in Lucania, esibisce paesaggi assai nostrani, con un trionfo di accenti tra Roma e la Sicilia e un occhio al cinema in costume di Monicelli (L'armata Brancaleone, I picari). In realtà, però, il versante spadaccino del film è piuttosto fiacco, e i…
Nel tentativo di rinnovare la commedia italiana, genere oggi dalla collocazione incerta, l'idea di innestarla con il film di cappa e spada poteva non essere sbagliata. I personaggi di Alexandre Dumas, poi, hanno una lunga tradizione nel nostro spettacolo popolare, non solo al cinema (i bellissimi e misconosciuti film di Vittorio Cottafavi negli anni 50, secondo alcuni i più "dumasiani" di tutti), ma anche il celebre radiodramma di Nizza e Morbelli negli anni 30, un fenomeno che oggi si direbbe multimediale, e la versione televisiva del Quartetto Cetra nella "Biblioteca di Studio Uno", negli anni 60.
E il film di Veronesi in effetti è italianissimo, anzi centro-meridionale: girato in Lucania, esibisce paesaggi assai nostrani, con un trionfo di accenti tra Roma e la Sicilia e un occhio al cinema in costume di Monicelli (L'armata Brancaleone, I picari). In realtà, però, il versante spadaccino del film è piuttosto fiacco, e in generale la struttura narrativa del film è poco più di un canovaccio per consentire qualche scambio di battute tra i protagonisti. Unica curiosità, un epilogo malinconico
a sorpresa, che riporta ancora di più il tutto alla dimensione della commedia famigliare italiana.
I quattro amici sono, all'inizio del film, già invecchiati, non "vent'anni dopo" ma addirittura trenta: le vicende si situano all'altezza del secondo romanzo della saga di Dumas, alle soglie del Visconte di Bragelonne: ma la trama è in gran parte di nuova invenzione. D'Artagnan (Favino) fa il guardiano di porci, Aramis (Rubini) è in monastero, Athos (Papaleo) si dà agli stravizi roso dalla sifilide (è bisessuale, aggiornamento abbastanza posticcio), Porthos (Mastandrea) è completamente rimbambito. A richiamarli in servizio è la regina in persona (Margherita Buy) per contrastare i malefici piani del cardinal Mazzarino (Alessandro Haber), che si accanisce contro gli ugonotti di Francia.
Sergio Rubini e Pierfrancesco Favino
Tutto in sostanza è affidato alle battute dei protagonisti, che hanno la misura dello sketch, faticano a reggere l'intera durata del film, e a volte sono piuttosto faciloni (con giochi di parole su parole francesi note al pubblico, da L'Oreal a Roland Garros). Va detto però che l'impressione è che gli attori si divertano davvero, e almeno a tratti il divertimento
è contagioso: soprattutto negli scambi fra un Mastandrea che rifà il suo classico ruolo in costume, e Favino che sfoggia un bizzarro accento para-francese insensato ma spassoso.