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Il vincitore Rami Malek protagonista di "Bohemian rhapsody" nei panni di Freddie Mercury tra Brian May e Roger Taylor dei Queen (reuters)

Rapsodia Golden Globe

Contro ogni previsione il film su Freddie Mercury batte la "stella" di Lady Gaga. Vince 'Roma' di Cuaron. E Netflix si afferma tra cinema e televisione
4 minuti di lettura
di Silvia Bizio

LOS ANGELES -
I Golden Globe superano l'esame di maturità con l'edizione 76: non sono più l'eterno cugino minore degli Oscar, ma una grande celebrazione matura e genuina del meglio del cinema e della televisione. La Hollywood Foreign Press Association ha assegnato a Bohemian rhapsody e a Green book i premi come miglior film drammatico e commedia/musical (anche se per molti i due film avrebbero dovuto concorrere nell'opposta categoria), contro i favoriti A star is born e Vice. Il film di Bradley Cooper con Lady Gaga è uscito a mani semivuote: una sola vittoria per la canzone Shallow.

I presentatori dei Golden Globe 2019 Andy Samberg e Sandra Oh (ap)

Ignorate le controversie: Bohemian rhapsody è stato criticato da alcuni per non aver esplorato abbastanza il lato gay e dark di Freddie Mercury e per il regista Bryan Singer accus…
di Silvia Bizio

LOS ANGELES -
I Golden Globe superano l'esame di maturità con l'edizione 76: non sono più l'eterno cugino minore degli Oscar, ma una grande celebrazione matura e genuina del meglio del cinema e della televisione. La Hollywood Foreign Press Association ha assegnato a Bohemian rhapsody e a Green book i premi come miglior film drammatico e commedia/musical (anche se per molti i due film avrebbero dovuto concorrere nell'opposta categoria), contro i favoriti A star is born e Vice. Il film di Bradley Cooper con Lady Gaga è uscito a mani semivuote: una sola vittoria per la canzone Shallow.

I presentatori dei Golden Globe 2019 Andy Samberg e Sandra Oh (ap)

Ignorate le controversie: Bohemian rhapsody è stato criticato da alcuni per non aver esplorato abbastanza il lato gay e dark di Freddie Mercury e per il regista Bryan Singer accusato di molestie su minori, non a caso assente in sala e nei ringraziamenti del produttore Graham King. Anche Green book aveva fatto discutere quando il suo protagonista Viggo Mortensen aveva incautamente (e in buona fede) usato la parola nigger, impronunciabile per un bianco qui in America, durante un incontro col pubblico. A Vice, con Christian Bale nel ruolo di Dick Cheney, un premio su sei candidature, Green book vince per sceneggiatura, film e consolida la presenza a Hollywood di Mahershala Ali, migliore attore.

I Globe hanno però perso l'occasione di fare la storia premiando Spike Lee per la regia (per BlacKkKlansman - mai un regista nero ha vinto ai Globe) dando il premio ad Alfonso Cuarón per Roma. Ma le vittorie di Regina King, Octavia Spencer, produttrice di Green book, e di Ali dimostrano la crescente presenza afroamericana. E Sandra Oh (Grey's Anatomy) ha segnato la storia dei Globe in tre modi: è la prima attrice di origine asiatica a condurre, a vincere più Globe, a trionfare come miglior attrice in una serie tv drammatica, Killing Eve.

La sorpresa di Glenn Close miglior protagonista con "The wife"  

Commovente poi il discorso per le donne di Glenn Close, miglior attrice drammatica per The wife. Netflix domina con cinque Globe, superando Amazon e HBO, una vittoria ciascuno, e le azioni del gigante dello streaming arrivano a 312 dollari. In sala stampa Cuarón ha difeso Netflix contro chi accusa la piattaforma di uccidere il cinema indipendente: "Quanti film in bianco e nero in spagnolo e mixteco senza star resisterebbero in sala?".

 

Sul palco si celebrano i diritti

di Natalia Aspesi

Con i 25 Globe assegnati l'altra notte dai 90 giornalisti stranieri che lavorano a Hollywood, il cinema e la televisione paiono uscire sia dal dominio della critica più impegnata che da quello rinchiuso nel recinto del successo di pubblico. Forse c'erano film più belli, film più popolari, serie televisive più intriganti o più seguite. Ma questa volta, in America, in rappresentanza del mondo, ha vinto quella cosa in difficoltà quasi ovunque che si chiama democrazia, ricordandone attraverso i premi a film, attori, musiche, registi, sceneggiature, le difficoltà e le deviazioni di ieri ma soprattutto di oggi: il riesplodere ovunque del razzismo contro lo straniero, il colore della pelle, la povertà, la diversa religione e cultura e la cultura stessa, e ancora, l'omosessualità.

Alfonso Cuaron regista messicano di "Roma" (ansa)

L'anno scorso ai Golden Globe si era celebrato il #MeToo delle dive, è bastato un anno per precipitare oltre lo scandalo delle molestie, in quello di troppi altri diritti violati, della disumanità, paura, rabbia, o anche solo indifferenza, e da noi martellamento quotidiano di una miserevole politica costretta per sopravvivere allo scoop quotidiano come nei serial. I premi di Los Angeles ci suggeriscono di vedere nei film o nelle fiction, divertenti o drammatici, le realtà di un momento difficile e pericoloso, a cui non bisogna assuefarsi. Green book e la violenza contro gli afroamericani negli Usa ma di conseguenza il rifiuto dei migranti in Europa; il messicano Roma e la differenza di classe tra borghesia e nativi, che sono poi quelli contro cui Trump alza i muri, come il nostro continente contro chi fugge da guerre, terrorismi e indigenza; Bohemian rhapsody, L'assassinio di Gianni Versace e A very english scandal e le vite non ancora del tutto risolte degli omosessuali. Sarebbe bello se anche il cinema italiano e le nostre premiazioni, facessero scelte simili.

 

La Bohème di Freddie Mercury

di Gino Castaldo

Ci sono molte buone ragioni per il furor di popolo che sta trainando il successo di Bohemian rhapsody. È un buon film, Rami Malek riesce a rendere sopportabile l'impossibile impresa di fingere di essere Freddie Mercury, la storia narrata è travolgente e il fatto di essere vera la rende di fatto irresistibile. Alla fine, chi non piange ha un cuore di travertino. Ed è allo stesso tempo un archetipo, un melodramma di stampo antico, con un destino crudele che si accanisce sulla vulnerabilità di un artista, geniale e indifeso. Una Traviata dei tempi moderni, anzi verrebbe da dire una Bohème, ma drammaticamente reale, accaduta, come ben sanno le legioni di fan che ancora oggi vanno a versare lacrime sul marciapiede antistante la casa londinese di Freddie. A differenza della Lady Gaga di A star is born, archetipo anche più astratto e consumato, e per questo penalizzato dai Globe che invece si sono inginocchiati di fronte alla invincibile verità dei Queen.

Lady Gaga con Anthony Rossomando, Andrew Wyatt e Mark Ronson premiati per la miglior canzone originale "Shallow" in "E' nata una stella" (agf)

Al momento è il biopic musicale più premiato in assoluto dal successo popolare, più di Ray (Ray Charles), The Doors, 8 Mile (che però non è alla lettera un biopic) e perfino del più intrigante di tutti ovvero Io non sono qui di Todd Haynes che rileggeva la vita di Bob Dylan utilizzando sei diversi attori tra cui una donna, Cate Blanchett. Ma c'è una ragione che forse spiega più di ogni altra il successo di Bohemian rhapsody. Il mondo dello spettacolo si sta accorgendo che le storie della musica popolare del Novecento sono storie pazzesche, sono i più grandi feuilleton dei nostri tempi, forniti direttamente dalla realtà, non serve inventarli. La vita di Mercury era lì, bramosa di essere raccontata. Ma altre ne arriveranno. Elton John, si parla di David Bowie, John Lennon. L'unica speranza è che ci si ricordi sempre che sono storie vere, delicate, preziose, da maneggiare con molta cura.
 

La signora Maisel e Kominsky: le serie battono i film

di Emiliano Morreale

La vittoria di Bohemian rhapsody in alcune delle principali categorie dei Golden Globe può essere vista come il tentativo di colmare uno iato tra le due Hollywood di oggi: quella che incassa davvero (i blockbuster con supereroi o film d'animazione) e l'immagine che il cinema americano vuole dare di sé, con film umanisti e variamente impegnati. Categoria in cui rientrano l'altro vincitore, Green book e altri film premiati per le interpretazioni, da Vice a The wife a Se la strada potesse parlare. Il biopic su Freddie Mercury è stato un incasso favoloso, un caso quasi unico, e rappresenta però un cinema ancora legato al richiamo della storia e alle performance degli attori unendo varie generazioni (cosa che non è riuscita, invece, a È nata una stella, legato a un immaginario country malinconico e rétro). Il vuoto di un cinema americano "adulto", peraltro, oggi è sostanzialmente colmato dalla serialità televisiva, e non è un caso che negli ultimi anni la maggior attenzione dei media fosse concentrata, in occasione dei Globe, sui vincitori di quella sezione.

Michael Douglas vincitore per "Il metodo Kominsky" (ap)

In fondo cosa sono La fantastica signora Maisel, The Americans o Il metodo Kominsky se non la prosecuzione della Hollywood classica? Le serie sembrano saperlo, e infatti guardano spesso al passato: o per l'età anagrafica dei protagonisti (Il metodo Kominsky) o per l'ambientazione, che pesca nel vintage di varie epoche, dagli anni 50 della Fantastica signora Maisel agli 80 di The Americans. Tuttavia, il loro pubblico è comunque d'élite rispetto ai trionfi hollywoodiani di un tempo. La presenza di Roma tra i premiati, poi, complica ulteriormente il quadro: miglior film in lingua straniera, ma prodotto da Netflix, una piattaforma digitale. I Globe mostrano quest'anno più che mai la difficoltà a orientarsi, e non solo nel cinema americano, con le categorie cui siamo abituati.