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Samuel L. Jackson, James McAvoy e Bruce Willis in "Glass" di M. Night Shyamalan 

M. Night Shyamalan: “Il sovrannaturale? Non so se esiste, per questo lo racconto”

Il regista indiano naturalizzato americano autore di successi come “Il sesto senso”, torna con “Glass” che mette insieme i suoi due film sui supereroi: “Unbreakable” e “Split”
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LONDRA - M. Night Shyamalan è sempre stato un personaggio sopra le righe. Con quel vezzo di farsi chiamare Night (al posto di Manoj Melyattu, essendo indiano naturalizzato americano). I suoi film hanno conquistato il pubblico per le atmosfere avvolgenti, gli elementi sovrannaturali, i finali sorprendenti. Quando girò Il sesto senso, esattamente vent'anni fa, aveva 29 anni. Subito dopo arrivò Unbreakable-Il predestinato, un grande successo che pure fece provare all'ambizioso cineasta il sapore della sconfitta: per non essere riuscito a superarsi negli incassi.

Il regista con Jackson, Sarah Paulson e McAvoy a Londra (ansa)

Da allora la carriera lunga 13 film è stata altalenante come poche a Hollywood. Dalla doppia candidatura all'Oscar è passato a una teoria di Pernacchie d'oro, con stroncature di pubblico e critica tra le più sb…
LONDRA - M. Night Shyamalan è sempre stato un personaggio sopra le righe. Con quel vezzo di farsi chiamare Night (al posto di Manoj Melyattu, essendo indiano naturalizzato americano). I suoi film hanno conquistato il pubblico per le atmosfere avvolgenti, gli elementi sovrannaturali, i finali sorprendenti. Quando girò Il sesto senso, esattamente vent'anni fa, aveva 29 anni. Subito dopo arrivò Unbreakable-Il predestinato, un grande successo che pure fece provare all'ambizioso cineasta il sapore della sconfitta: per non essere riuscito a superarsi negli incassi.

Il regista con Jackson, Sarah Paulson e McAvoy a Londra (ansa)

Da allora la carriera lunga 13 film è stata altalenante come poche a Hollywood. Dalla doppia candidatura all'Oscar è passato a una teoria di Pernacchie d'oro, con stroncature di pubblico e critica tra le più sbeffeggianti nella storia del cinema. Dopo il bagno di sangue da 172 milioni di dollari di After earth (e Will Smith a dire che era stato il suo più grande errore), Shyamalan è diventato un paria. Si è chiuso nella tenuta di Philadelphia, città in cui vive con moglie e tre figlie, dove ha girato quasi tutti i suoi film e ha provato a ricominciare: The Visit, horror da 5 milioni, è stato rifiutato praticamente da ogni executive, il regista ci ha rimesso mano e denari (ipotecando casa) e ha incassato 98 milioni. La serie Wayward Pines ha avuto successo ed è arrivata la riscossa di Split, thriller sull'assassino con 23 personalità (chiamate "l'orda"), con James McAvoy; 9 milioni di budget, 280 al botteghino.

E mentre si parla di shyamalanaissance, ecco un colpo di scena degno dei suoi film: nell'ultima inquadratura di Split compare Bruce Willis. Si scopre che lo psicopatico Kevin Wendell Crumb, capace di diventare la sovrumana Bestia è un supereroe, come David Dunn, il Predestinato con il tocco per i malvagi e Elijah Price, il cattivo dalle ossa di vetro e la mente geniale, Samuel L. Jackson. A lui è dedicato il titolo del film che mette insieme i tre personaggi in un ospedale psichiatrico alla Qualcuno volò sul nido del cuculo e chiude la trilogia: Glass, in sala il 17 gennaio. L'incontro con Shyamalan è al Corinthia Hotel, nell'atmosfera ovattata arrivano da oltreoceano le reazioni divise dei critici.

Samuel L. Jackson 

Shyamalan, come si sente in questo esatto momento?
"Vivo un frullato di sensazioni. La prima è la gratitudine per le opportunità che ho avuto. E il terrore per il futuro: che farò ora? Solitudine: come sempre alla fine di un progetto. Un film è come una tappa del circo, ti fermi e poi devi ripartire. Spero in qualche personaggio che spunti dalla mente a farmi compagnia".

Quando ha immaginato "Unbreakable" i cinefumetti non esistevano.
"L'idea mi venne al montaggio di Il sesto senso. Dopo un film di fantasmi volevo qualcosa di fumettistico. Ma dark, antico, che non avesse paura di entrare in luoghi scomodi e silenziosi. Avevo 27 anni ed ero senza paura. Invecchiando diventa più difficile. Vuoi proteggerti, non vuoi più essere ferito. I produttori dapprima non volevano il film: 'quello dei fumetti è un pubblico di nicchia, per pochi patiti'. Nella promozione lo presentarono come un generico thriller. E invece io raccontavo un uomo che credeva di essere un supereroe. Le prime reazioni furono negative: troppo strano, incomprensibile. Quei giudizi mi ferirono, il coraggio non fu premiato. Ma farlo oggi mi ha permesso di inserire l'elemento della nostalgia, le scene inedite del primo film di Willis e del bambino al confronto con l'oggi: uno invecchiato l'altro ormai uomo, ti fanno riflettere sul passaggio del tempo".

Jackson in "Unbreakable" (2000) 

Ci sono voluti 19 anni per chiudere la trilogia.
"E' bello ora chiudere definitivamente questo capitolo, voltare pagina. Tra l'altro dopo l'esplosione dei fumetti ho potuto giocare con il metacinema. Tutti mi chiedevano il sequel, anche perché Unbreakable fu pensato come una trilogia. Willis chiedeva, Jackson mi fermava ovunque, persino al semaforo per strada a Beverly Hills, tirava giù il finestrino: 'Quando fai il sequel, figlio di...?'. E io: 'ci sto lavorando', anche se non era vero. Così, girato Split l'ho invitato a vederlo. E alla fine ha capito: 'ma allora ora lo facciamo il film, figlio di...'. In Glass ho dovuto mettere insieme due generazioni molto diverse, quella di Split (2016) e quella di Unbreakable (2000)".

Bruce Willis (2000) 

"Glass" guarda a Hitchcock, lei sembra guardare al cinema europeo.
"Mi riconosco nel cinema europeo, nell'approccio alla vicenda umana, nella forma. Ma sono una contraddizione difficile da classificare. Il mio stile è peculiare, ma le storie sono accessibili. Perciò non sono considerato un autore, ma non sono neanche accettato nel maistream. Malgrado tutto però ho avuto una carriera incredibile. E ora che sono riuscito a fare Glass sono finalmene in pace con me stesso".

Il suo cinema "crede nella meraviglia che c'è in ogni uomo".
"Sì, nel piccolo pezzo di dio che è in ciascuno di noi. Lo chiamano sovrannaturale, non so se sia la parola giusta, credo in qualcosa oltre ciò che vediamo. Ma non ne ho le prove quindi continuo a fare film che raccontano...e se?".

James McAvoy in "Split" (2016) 

Lei è cresciuto in una famiglia hindu, ma ha frequentato una chiesa cattolica.
"I miei genitori, medici, sono hindu. C'era molta spiritualità in casa, ma è stata una suora cattolica a insegnarmi la disciplina. Trovarsi a metà strada tra due religioni così diverse è stato un stimolo forte. A scuola ero l'unico a non fare la comunione, a non mangiare il corpo di Cristo... e in casa sentivo parlare del dio elefante... un dio distruttore...Vivevo in due mondi che si negavano l'uno con l'altro. E così ho creato un mio mondo immaginario".

Bruce Willis a Londra (ansa)

I suoi film raccontano anche il presente. "The village" descriveva l'America del terrorismo e l'era Bush. Oggi c'è Trump.
"E' folle come la cultura pop si sia sovrapposta alla moralità: Trump è un prodotto pop. L'America è divisa da sempre in chi crede nella schiavitù e in chi non ci crede. In fondo, la mappa delle differenze tra democratici e repubblicani esposta al museo della schiavitù è la stessa delle origini del paese. La paura dell'altro fa parte della storia dell'uomo. L'homo sapiens ha distrutto tutto quel che aveva attorno. Unirci contro un nemico crea un legame più forte dei rapporti personali. Questo ci ha trasformati nella creatura più letale del pianeta. E' proprio quel che sta facendo Trump".