Amicizia e pregiudizi, a spasso negli Usa del razzismo
Natalia Aspesi
,
di NATALIA ASPESI
Candidato a cinque Oscar, Green book racconta il complicato rapporto tra un apprezzato pianista e il suo autista negli anni della segregazione
3 minuti di lettura
C'è un bianco, Viggo Mortensen, e c'è un nero, Mahershala Ali: l'afroamericano Don Shirley, di origine giamaicana è molto bello, elegante, raffinato, con lunghe dita sottili, vive in un lussuoso appartamento sopra il Carnegie Hall e legge i quotidiani piegati come fanno i nobili inglesi a colazione. L'italoamericano del Bronx, Tony Lip, che ama stare in cucina con la famiglia e i parenti urlando in siciliano, nella versione originale, ha il corpo molle del mangione, infatti con le mani si caccia sempre in bocca pollo fritto o una intera pizza come un prestigiatore, fuma in continuazione, è ignorante e naturalmente razzista: quando in casa la bella e dolce moglie dà da bere a due operai di colore, lui poi butta i bicchieri nella spazzatura.
Ma siamo nel 1962 e Green Book diretto dal bianco Peter Farrelly, oltre a essere un film intelligente, con due formidabili attori, tre Golden Globe e cinque candidature agli Oscar, è diverte…
C'è un bianco, Viggo Mortensen, e c'è un nero, Mahershala Ali: l'afroamericano Don Shirley, di origine giamaicana è molto bello, elegante, raffinato, con lunghe dita sottili, vive in un lussuoso appartamento sopra il Carnegie Hall e legge i quotidiani piegati come fanno i nobili inglesi a colazione. L'italoamericano del Bronx, Tony Lip, che ama stare in cucina con la famiglia e i parenti urlando in siciliano, nella versione originale, ha il corpo molle del mangione, infatti con le mani si caccia sempre in bocca pollo fritto o una intera pizza come un prestigiatore, fuma in continuazione, è ignorante e naturalmente razzista: quando in casa la bella e dolce moglie dà da bere a due operai di colore, lui poi butta i bicchieri nella spazzatura.
Ma siamo nel 1962 e Green Book diretto dal bianco Peter Farrelly, oltre a essere un film intelligente, con due formidabili attori, tre Golden Globe e cinque candidature agli Oscar, è divertente, rasserenante, anche se, pardon, obbliga a qualche riflessione; perché gli abusi o peggio, non sono confinati in una passato cattivo e cancellato, ed è forse per questo che la Hollywood democratica sta producendo molte storie di vite afroamericane, drammatiche o leggere, che arrivano in un Europa, soprattutto in un'Italia dove insicurezza e razzismo si intrecciano colpevolmente. Il titolo del film si riferisce a un opuscolo, appunto il green book dal nome del suo editore uscito sino al 1966, che segnalava ai viaggiatori neri quali strade evitare, in quali alberghi, tavole calde, pompe di benzina, fermarsi per non essere insultati, cacciati, assaliti: cosa che rischia anche il famoso, tra i bianchi chic, pianista.
Il film è la storia dicono del tutto vera di un tour di concerti attraverso gli stati americani del profondo Sud intrapreso dal pianista e compositore di colore e dal suo autista e guardia del corpo bianco: l'automobile di lusso con un regale passeggero nero seduto dietro e un bianco al posto di guida mentre dovrebbe essere il contrario, suscita curiosità, stupore, battute, rifiuto e rabbia. E nei due mesi, nella realtà un anno intero, di quel viaggio sempre più pericoloso la diffidenza tra i due uomini così diversi a poco a poco si attenua sino, nel film e nelle aspettative del pubblico, a trasformarsi in una vera amicizia. Don insegna a Tony come scrivere romantiche lettere d'amore alla moglie, Tony fa scoprire a Don il pollo fritto da mangiare con le mani.
Il pianista si esibisce con il suo trio in case aristocratiche, nei teatri importanti, ad affollate cene di gala in grandi alberghi: è una star sul palcoscenico ma nelle ricche dimore non può servirsi dei bagni di casa e gli indicano il gabbiotto in giardino riservato alla servitù di colore, negli alberghi non può avere un tavolo dove cena chi è lì per ascoltarlo e applaudirlo. Don per estrema dignità non reagisce mai, Tony comincia a menare, come del resto era suo compito quando glielo chiedevano i capi mafiosi. Don è ricco e Tony si arrangia, però ha una moglie e dei figli che lo amano, mentre Don è solo, isolato perché gay, ma soprattutto perché la cultura, il denaro, l'ammirazione lo separano dalla sua gente che viaggiando vede faticare ancora come schiavi nei campi di cotone.
Mahershala Ali e il regista Peter Farrelly
Nel 1962 il presidente John Kennedy aveva reso illegale la ghettizzazione in zone separate, solo due anni dopo sarebbe stata proibita la discriminazione nei luoghi pubblici e una legge imposta dal presidente Johnson avrebbe reso possibile il voto agli afroamericani che ne avevano il diritto dalla fine degli anni 50 ma venivano respinti all'iscrizione. Quando Don e Tony percorrono la Pennsylvania, il Kentucky, l'Indiana, la Georgia, l'Arkansas, la polizia applica ancora il "sundown act" che proibisce ai neri di circolare dopo il tramonto: capita anche allo squisito pianista e pure a chi non si vergogna di fargli da autista, rinchiusi in gabbie diverse per via della segregazione. E a questo punto c'è una scena sorprendente e documentata: il nero chiede di poter telefonare a un avvocato il che non può essergli negato, e lui chiama direttamente il presidente Kennedy suo estimatore.
Don Shirley aveva cominciato a suonare a due anni, a 9 era stato accettato al conservatorio di Leningrado, a diciotto suonava Tchaikovsky con la Boston Pop, all'università di Chicago si era laureato in psicologia, musica e arti liturgiche, si sarebbe poi esibito come solista con importanti orchestre sinfoniche in celebrati teatri: alla Scala negli anni 60 suonò al pianoforte da guest artist Rhapsody in blue di Gershwin. Avrebbe composto un poema sinfonico basato sul Finnegans Wake di James Joyce e variazioni sul mito di Orfeo.
Un altro momento molto bello e vero è quando in un affollato bar di soli neri, Don si siede al piano, alza un dito, tocca solenne un tasto, poi lentamente un altro e un altro ancora e finalmente scatena un'orgia di suoni incantevoli, allontanando un bicchiere di whisky che i musicisti neri, ma non quelli bianchi e famosi avevano l'abitudine di tenere vicino. Alla sceneggiatura ha collaborato Nick Vallelonga figlio di Tony con le registrazioni dei racconti del padre. Tornato a lavorare al Club Copacabana a New York, Tony ha conosciuto il regista Coppola che gli ha dato una parte nel Padrino, e ha anche lavorato nella serie dei Soprano. È morto nel 2013 a ottantatre anni, a pochi mesi di distanza da Don che ne aveva ottantasei e che oggi come musicista, è stato dimenticato.