Sembrava si profilasse all'orizzonte un festival di veleni. I segnali di guerra c'erano tutti, e invece è diventato passo dopo passo, o meglio canzone dopo canzone, il "festival dell'armonia", il più bizzarro dei festival degli ultimi anni, non foss'altro perché figlio di un'era, quella di prima delle elezioni, e realizzato dopo, in un altro paese, e in un'altra Rai. Con un risultato più che sorprendente, viste le premesse: è stato l'anno dei giovani, è stato l'anno del rinnovamento, e la musica ha fatto una figura più che decorosa, anzi decisamente una gran bella figura. Ma chi ha vinto davvero? Dietro le classifiche, il televoto, le giurie demoscopiche, le giurie d'onore e la sala stampa, c'è un solo incontrastato vincitore.
È un cantautore, non alle prime armi, anzi piuttosto esperto, che nella maturità si è scoperto direttore artistico e ha messo la sua fa…
È un cantautore, non alle prime armi, anzi piuttosto esperto, che nella maturità si è scoperto direttore artistico e ha messo la sua fa…
Sembrava si profilasse all'orizzonte un festival di veleni. I segnali di guerra c'erano tutti, e invece è diventato passo dopo passo, o meglio canzone dopo canzone, il "festival dell'armonia", il più bizzarro dei festival degli ultimi anni, non foss'altro perché figlio di un'era, quella di prima delle elezioni, e realizzato dopo, in un altro paese, e in un'altra Rai. Con un risultato più che sorprendente, viste le premesse: è stato l'anno dei giovani, è stato l'anno del rinnovamento, e la musica ha fatto una figura più che decorosa, anzi decisamente una gran bella figura. Ma chi ha vinto davvero? Dietro le classifiche, il televoto, le giurie demoscopiche, le giurie d'onore e la sala stampa, c'è un solo incontrastato vincitore.
È un cantautore, non alle prime armi, anzi piuttosto esperto, che nella maturità si è scoperto direttore artistico e ha messo la sua faccia su una scommessa non facile. Che infatti l'anno scorso non aveva vinto, malgrado gli ascolti. Ci ha messo del tempo, e questo spiega perché Claudio Baglioni abbia accettato di ripetere l'esperienza, contro ogni considerazione di saggezza.
Lo scorso anno l'aveva spuntata sull'Auditel, aveva trionfato con Favino e la Hunziker, aveva messo in campo le sue proprie canzoni e chiamato per la prima volta al festival una grande quantità di superospiti italiani, con l'ascolto di perle straordinarie della storia della canzone. Ma quell'eterna e deludente questione delle canzoni in gara non l'aveva risolta. Il cast si era rivelato modesto, e infatti delle melodie dell'edizione 2018 ci ricordiamo poco o nulla, se non fosse per quel colpo di fortuna che fu il pezzo de Lo stato sociale. Rispettando il più consolidato dei cliché sanremesi.
Stavolta le cose sono cambiate, se non addirittura rovesciate, gli ascolti hanno ceduto, seppure di poco, il lato spettacolo è stato meno spumeggiante, o almeno più discutibile, ma in compenso è cresciuta la qualità delle canzoni in gara, quella che in teoria dovrebbe essere sempre al centro della manifestazione ma di fatto non lo è stata quasi mai, tranne fulgide eccezioni, lampi transitori, e annate particolarmente fortunate. Con giustificazioni più o meno accettabili tipo: sono le canzoni che ci ritroviamo, quelli bravi non ci vengono, i rapper il festival lo snobbano e così via, per giustificare quello che di fatto era una marcata distanza tra le ragioni del festival, evento televisivo per eccellenza, e quelle del mondo della musica. Per assurdo, o per fortuna, si scopre che le cose più interessanti e anche quelle più spettacolari sono state quest'anno le musiche, in tutte le declinazioni possibili, comprese le canzoni in gara, soprattutto nella serata dei duetti, dove anche i pezzi meno convincenti o di dubbio gusto si sono arricchiti di nuova sostanza, pareggiando i conti. Quello che è successo è semplice, e bastava chiederlo ai cantanti per capirlo. È che gli autori, gli interpreti, si sono sentiti più protetti, più rispettati, in fin dei conti più garantiti. E così la fiducia che l'anno scorso era stata solo seminata, ha fatto il raccolto di quest'anno. Ha funzionato l'eliminazione dell'eliminazione, ha funzionato la non separazione tra giovani e big. Senza gridare al miracolo, per carità, ma tra i 24 concorrenti ("meglio 20" ha ammesso lo stesso Baglioni) c'era una accettabile rappresentanza del panorama musicale. Alcuni dei pezzi stanno già circolando in streaming, hanno risposte dal pubblico, girano, si sentono in radio. Sembra scontato, ma non lo era affatto. Ora il punto si sposta in avanti. Il tesoretto accumulato, diventerà regola, o verrà disperso nel nulla?
È un cantautore, non alle prime armi, anzi piuttosto esperto, che nella maturità si è scoperto direttore artistico e ha messo la sua faccia su una scommessa non facile. Che infatti l'anno scorso non aveva vinto, malgrado gli ascolti. Ci ha messo del tempo, e questo spiega perché Claudio Baglioni abbia accettato di ripetere l'esperienza, contro ogni considerazione di saggezza.
Lo scorso anno l'aveva spuntata sull'Auditel, aveva trionfato con Favino e la Hunziker, aveva messo in campo le sue proprie canzoni e chiamato per la prima volta al festival una grande quantità di superospiti italiani, con l'ascolto di perle straordinarie della storia della canzone. Ma quell'eterna e deludente questione delle canzoni in gara non l'aveva risolta. Il cast si era rivelato modesto, e infatti delle melodie dell'edizione 2018 ci ricordiamo poco o nulla, se non fosse per quel colpo di fortuna che fu il pezzo de Lo stato sociale. Rispettando il più consolidato dei cliché sanremesi.
Stavolta le cose sono cambiate, se non addirittura rovesciate, gli ascolti hanno ceduto, seppure di poco, il lato spettacolo è stato meno spumeggiante, o almeno più discutibile, ma in compenso è cresciuta la qualità delle canzoni in gara, quella che in teoria dovrebbe essere sempre al centro della manifestazione ma di fatto non lo è stata quasi mai, tranne fulgide eccezioni, lampi transitori, e annate particolarmente fortunate. Con giustificazioni più o meno accettabili tipo: sono le canzoni che ci ritroviamo, quelli bravi non ci vengono, i rapper il festival lo snobbano e così via, per giustificare quello che di fatto era una marcata distanza tra le ragioni del festival, evento televisivo per eccellenza, e quelle del mondo della musica. Per assurdo, o per fortuna, si scopre che le cose più interessanti e anche quelle più spettacolari sono state quest'anno le musiche, in tutte le declinazioni possibili, comprese le canzoni in gara, soprattutto nella serata dei duetti, dove anche i pezzi meno convincenti o di dubbio gusto si sono arricchiti di nuova sostanza, pareggiando i conti. Quello che è successo è semplice, e bastava chiederlo ai cantanti per capirlo. È che gli autori, gli interpreti, si sono sentiti più protetti, più rispettati, in fin dei conti più garantiti. E così la fiducia che l'anno scorso era stata solo seminata, ha fatto il raccolto di quest'anno. Ha funzionato l'eliminazione dell'eliminazione, ha funzionato la non separazione tra giovani e big. Senza gridare al miracolo, per carità, ma tra i 24 concorrenti ("meglio 20" ha ammesso lo stesso Baglioni) c'era una accettabile rappresentanza del panorama musicale. Alcuni dei pezzi stanno già circolando in streaming, hanno risposte dal pubblico, girano, si sentono in radio. Sembra scontato, ma non lo era affatto. Ora il punto si sposta in avanti. Il tesoretto accumulato, diventerà regola, o verrà disperso nel nulla?