Il regista Peter Farrelly (al centro) con il cast di "Green book" (ansa)
Hanno vinto tutti ma così gli Oscar perdono valore
Emiliano Morreale
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di EMILIANO MORREALE
Il dato rilevante rimane la disseminazione dei premi: 3 a Green book, 4 a Bohemian Rhapsody, 3 a Roma e altri 3 a Black Panther. E l’Academy sembra evitare l’indicazione di un portavoce ideale dello spirito di Hollywood
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Tanti premiati, e verrebbe da dire: nessun vincitore, o almeno nessun trionfatore. Più una novità epocale. Certo, c'è stata senza dubbio una sorpresa: la vittoria di Green book come miglior film (seppur non paragonabile a quella di Moonlight di tre anni fa, che all'ultimo spodestò La La Land). Ma il dato rilevante rimane la disseminazione dei premi: 3 al film di Farrelly, 4 a Bohemian Rhapsody, 3 a Roma e altri 3 (per categorie minori) a Black Panther. Una tendenza che si è manifestata sempre più negli ultimi anni, e che è possibile interpretare anche come sintomo di una crisi o di una debolezza del sistema.
Una distribuzione di premi che sembra evitare l'indicazione di un modello chiaro, di un portavoce ideale dello spirito di Hollywood che rappresentava, anche, lo spirito dell'industria culturale americana. Si chiamasse Il cacciatore o Kramer contro Kramer, Voglia di tenerezza, Schindler's list o Titanic, il premi…
Tanti premiati, e verrebbe da dire: nessun vincitore, o almeno nessun trionfatore. Più una novità epocale. Certo, c'è stata senza dubbio una sorpresa: la vittoria di Green book come miglior film (seppur non paragonabile a quella di Moonlight di tre anni fa, che all'ultimo spodestò La La Land). Ma il dato rilevante rimane la disseminazione dei premi: 3 al film di Farrelly, 4 a Bohemian Rhapsody, 3 a Roma e altri 3 (per categorie minori) a Black Panther. Una tendenza che si è manifestata sempre più negli ultimi anni, e che è possibile interpretare anche come sintomo di una crisi o di una debolezza del sistema.
Una distribuzione di premi che sembra evitare l'indicazione di un modello chiaro, di un portavoce ideale dello spirito di Hollywood che rappresentava, anche, lo spirito dell'industria culturale americana. Si chiamasse Il cacciatore o Kramer contro Kramer, Voglia di tenerezza, Schindler's list o Titanic, il premio dell'Academy era un certificato, una dichiarazione d'intenti. Quasi l'autoritratto di una nazione, l'immagine di sé che essa voleva trasmettere. Ed era, ovviamente, anche un campione d'incassi.
Da sinistra . Rami Malek, Olivia Colman, Regina King e Mahershala Ali (agf)
Questo equilibrio è saltato da tempo. Tra i film premiati (ma solo per musica, scenografia e costumi), quest'anno c'era il trionfatore del botteghino, Black Panther, e c'è chi sostiene che premiarlo sarebbe stato davvero un'operazione rivoluzionaria (in fondo, è anch'esso un film politico, col suo supereroe di colore). Ma, come è ormai frequente, nessuno dei vincitori di premi maggiori era fra i primi 10 incassi americani, e uno solo, Bohemian Rhapsody, tra i primi 30. La difficoltà industriale è inscindibile da quella politica e ideologica: da un lato l'Academy che si trova davanti a un cinema-evento iperspettacolare, di film d'animazione e supereroi, difficile da proporre come espressione completa di un modello, e dall'altro
lo scollamento tra industria del cinema e "paese reale".
Lady Gaga (agf)
Se Hollywood è stata radical ma anche espressione della "maggioranza silenziosa", liberale ma anche reaganiana, clintoniana ma patriottica e insieme problematica dopo l'11 settembre, il mondo di Trump gli è alieno come mai prima d'ora. Gli Oscar, esagerando, sono in questo senso un premio doppiamente di minoranza. Sotto, altri discorsi s'intrecciano, a rendere ancora più complessa la situazione. Anzitutto la presenza (questa sì una novità assoluta), di Roma (in pratica un co-vincitore, col premio al miglior film straniero e alla miglior regia e fotografia), distribuito da Netflix, che nelle sale ha quasi solo avuto un'uscita tecnica. Un palmarès così dispersivo è dunque anche leggibile come campo di lotta tra spinte contrapposte: industria del cinema (Universal, produttrice di Green book) e nuovi colossi dello streaming; cinema spettacolare "medio", trasversale, per tutti, e blockbuster d'intrattenimento mirato al pubblico giovanile; cinema come simbolo dell'America e difficoltà a esprimere l'America presente.
Alfonso Cuaron (agf)
La scelta, in fondo di retroguardia, è stata quello di valorizzare una produzione media e politically correct, di cui è esponente una commedia pulitina, ben scritta e interpretata, come Green book, ma anche la rilettura un po' vintage di James Baldwin (Se la strada potesse parlare, miglior attrice non protagonista), e in fondo anche la biografia di Freddie Mercury, nel suo racconto del rapporto con la famiglia immigrata d'origine e della perdizione indotta dal successo. Infatti il regista più "arrabbiato", Spike Lee, ha avuto solo il premio alla sceneggiatura (e non ha mai vinto un Oscar come regista).
Fa riflettere, allora, che (con l'eccezione di Black Panther) tutti i film premiati, compresi quelli che raccontano "grandi temi", siano ambientati nel passato più o meno recente. È l'idea di cercare nel passato le radici delle contraddizioni attuali? O piuttosto la fuga in un passato in cui i dilemmi politici e sociali erano leggibili più chiaramente?