El bramido de Düsseldorf del regista Sergio Blanco
Le “Vie” del teatro sono infinite
Anna Bandettini
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di ANNA BANDETTINI
Edizione numero quattordici per il festival "Vie" in Emilia Romagna con spettacoli che dimostrano come i racconti lineari non bastino più ai nuovi drammaturghi europei: dove finisce la finzione?
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Mai come quest'anno il festival Vie, diffuso tra Cesena, Bologna, Modena e dintorni, da 14 anni finestra internazionale di Emilia Romagna Teatro, ha trovato un baricentro saldo in un paio di spettacoli cardine, davvero indimenticabili.
A cominciare da Imitation of life, con il Proton dell'ungherese Kornél Mundruczó, regista di teatro e cinema (White God fu premio Certain Regard a Cannes nel 2014), un lavoro struggente, imprevedibile, serrato nella narrazione, che si intitola come un brano dei R.E.M. ma ha come colonna sonora Nina Simone di Feeling Good e non a caso. Inizia con un film in bianco e nero: in primo piano il volto di una donna rom, L?rincz Ruszó (la bravissima Lili Monori) risponde alle domande di Mihály Sudár (Roland Rába), l'ufficiale che deve sfrattarla per morosità dalla povera casa dove abita: da un lato le ragioni burocratiche di Mihály e dall'altra la vita vissuta della donna, l'emarginazio…
Mai come quest'anno il festival Vie, diffuso tra Cesena, Bologna, Modena e dintorni, da 14 anni finestra internazionale di Emilia Romagna Teatro, ha trovato un baricentro saldo in un paio di spettacoli cardine, davvero indimenticabili.
A cominciare da Imitation of life, con il Proton dell'ungherese Kornél Mundruczó, regista di teatro e cinema (White God fu premio Certain Regard a Cannes nel 2014), un lavoro struggente, imprevedibile, serrato nella narrazione, che si intitola come un brano dei R.E.M. ma ha come colonna sonora Nina Simone di Feeling Good e non a caso. Inizia con un film in bianco e nero: in primo piano il volto di una donna rom, L?rincz Ruszó (la bravissima Lili Monori) risponde alle domande di Mihály Sudár (Roland Rába), l'ufficiale che deve sfrattarla per morosità dalla povera casa dove abita: da un lato le ragioni burocratiche di Mihály e dall'altra la vita vissuta della donna, l'emarginazione per motivi razziali, la conquista di una abitazione, la morte del marito, il figlio che ha rinnegato la propria origine... Poi lo schermo si alza e il film diventa realtà: lo spettatore ha davanti la casa piena di vecchi mobili e cianfrusaglie della signora Ruszó la quale, forse, si avvelena e muore. Ed ecco il colpo di scena: la casa inizia lentamente a inclinarsi, ruota di 360 gradi in struggente sequenza di dieci minuti, e mano mano si rovescia tutto, i mobili si aprono, gli scaffali cadono, cadono gli oggetti, volano vestiti, cassetti... Una immagine fortissima, ossessiva, straziante. Ma la memoria, il destino si cancellano? Lì in quelle macerie, arriva un'altra donna, giovane, col figlio adolescente, ma torna anche il figlio della signora Ruszó e il razzismo, le umiliazioni di cui abbiamo sentito parlare diventano un crimine reale. Mundruczó si è ispirato a un fatto di cronaca - un ragazzo rom che fu ucciso a Budapest scatenando ondate antirazziste, e poi si scoprì che anche il colpevole era rom - ma il teatro è più potente: è duro, emozione viva, è critica sociale fuori dagli schemi e senza pregiudizi. Formidabile. Imitation of life di Kornél Mundruczó
Improbabile e insieme credibilissimo è El bramido de Düsseldorf che ha rivelato in Italia un drammaturgo-regista "eccessivo" come il franco-uruguayano Sergio Blanco. Scena bianca, asettica, qualche microfono, pochi oggetti,
alle pareti scritte su fatti di politica internazionale, gli attori (i bravi Gustavo Saffores, Walter Rey e Soledad Frugone) che si presentano con nome e cognome e parlano di quello che rappresenteranno... Un autore teatrale va a Düsseldorf con il padre, il quale lì muore di infarto. Ma l'autore deve firmare un contratto per un film porno, si interessa all'inaugurazione della mostra su Peter Kürten, il serial killer tedesco da cui fu tratto M di Fritz Lang (di cui si vede una sequenza), vorrebbe farsi circoncidere per convertirsi al giudaismo. Il punto interessante non sono solo i temi trattati - l'olocausto, la violenza, la fede... - e come sono trattati (toni quotidiani, leggeri, o attraverso il video di Miguel Grompone), ma la macchina rappresentativa di Blanco - che lui chiama autofinzione - dove non c'è spazio di separazione tra vita e favola, tempi reali e non, piano del racconto e quello della realtà ma tutto si lega in una circolarità dove verità e finzione, significato e significante si confondono al punto che una morte narrata diventa reale, interrogandoci così sul ruolo dell'arte. Infine se appare a una distanza siderale il Menelao degli italiani di Teatrino Giullare, non tanto per la macchinosa costruzione scenica, quanto per il testo di Davide Carnevali che non dice niente, oggi c'è Failing to levitate in my studio, performance da Beckett del greco Dimitris Kourtakis, indicato come nuovo astro del teatro europeo.