Judi Dench: ritorno a fare la spia, ma per i rossi
Marco Consoli , di MARCO CONSOLIIn Red Joan l'attrice inglese è una talpa che passa informazioni nucleari ai sovietici. "Da giovane il cinema non mi interessava. E in fondo in fondo neppure adesso. Meglio il teatro"
ZURIGO. Per una donna che ha trascorso 18 anni a capo dell'MI6 a dirigere James Bond, essere arrestata come spia del Kgb dagli agenti segreti britannici sa proprio di contrappasso cinematografico. Judi Dench, ex M della saga di 007, si ritrova infatti sospettata di alto tradimento in Red Joan, dal 9 maggio al cinema distribuito da Vision Distribution e Cloud 9 Film. Durante l'interrogatorio, Joan Stanley (da giovane la interpreta Sophie Cookson) ripercorre la propria vita fin da quando nel 1938, studentessa di fisica, ha incontrato Leo Galich (Tom Hughes), ebreo tedesco e comunista che l'ha introdotta alla lotta politica. Laureatasi in maniera brillante, è diventata l'assistente di un professore (Stephen Campbell Moore) in un laboratorio sulla ricerca nucleare, dove viene a conoscenza di ricerche militari che fanno gola a Leo e ai suoi compagni.
"Mi ha attratto il ruolo di questa donna ordinaria che fece cose straordinarie: riteneva pericoloso che un solo…
"Mi ha attratto il ruolo di questa donna ordinaria che fece cose straordinarie: riteneva pericoloso che un solo…
ZURIGO. Per una donna che ha trascorso 18 anni a capo dell'MI6 a dirigere James Bond, essere arrestata come spia del Kgb dagli agenti segreti britannici sa proprio di contrappasso cinematografico. Judi Dench, ex M della saga di 007, si ritrova infatti sospettata di alto tradimento in Red Joan, dal 9 maggio al cinema distribuito da Vision Distribution e Cloud 9 Film. Durante l'interrogatorio, Joan Stanley (da giovane la interpreta Sophie Cookson) ripercorre la propria vita fin da quando nel 1938, studentessa di fisica, ha incontrato Leo Galich (Tom Hughes), ebreo tedesco e comunista che l'ha introdotta alla lotta politica. Laureatasi in maniera brillante, è diventata l'assistente di un professore (Stephen Campbell Moore) in un laboratorio sulla ricerca nucleare, dove viene a conoscenza di ricerche militari che fanno gola a Leo e ai suoi compagni.
"Mi ha attratto il ruolo di questa donna ordinaria che fece cose straordinarie: riteneva pericoloso che un solo Paese possedesse l'atomica e quindi passò i segreti ai sovietici" spiega l'attrice quando la incontriamo al festival di Zurigo. Ci sta parlando di Melita Norwood, la spia britannica che lavorò per il Kgb e a cui si ispira il film. "È stato strano trovarsi sul banco degli imputati, ma non avevo affatto paura. Prima di interpretare M in 007, fui invitata a pranzo all'MI6. Dissero che avrebbero mandato un'auto a prendermi, ma arrivarono con un'ora di ritardo perché non riuscivano a trovare l'indirizzo di casa mia!".
Ride di gusto Judi Dench, icona del teatro prima ancora che del cinema anglosassone, che nel 1988 è stata nominata Dama dell'Impero Britannico dalla Regina Elisabetta e il 9 dicembre compirà 85 anni. "Ho accettato di girare Red Joan non solo per tornare a lavorare col regista Trevor Nunn (già direttore della Royal Shakespeare Company, ndr) ma perché ogni volta che qualcuno mi offre un film temo sempre che sia l'ultimo".
Recitare per Dench non è stato il primo amore. "Da ragazza volevo fare la scenografa teatrale, ma un giorno vidi Re Lear con i miei genitori e capii che non sarei stata capace di creare tutta quella meraviglia. Così seguii all'accademia d'arte drammatica il secondo dei miei fratelli, perché il primo voleva invece diventare medico come mio padre, e quella professione non faceva per me. Nel 1957, dopo gli studi, sono stata fortunata a entrare, a soli 23 anni, all'Old Vic Theatre di Londra, prima di trasferirmi nel 1961 alla Royal Shakespeare Company di Stratford".
I ruoli soprattutto shakespeariani, il debutto con Ofelia e poi Lady Macbeth, la principessa Caterina e Giulietta per Franco Zeffirelli, ne hanno definito la carriera: "Shakespeare e il teatro sono sempre stati il mio grande amore" racconta "a girare film non ci pensavo proprio. Poi un giorno un regista, che oggi non c'è più, mi chiamò per farmi un provino e mi disse che sul grande schermo la mia faccia non avrebbe mai funzionato. Ma a me non interessava, avevo occhi solo per il teatro: non stavo mai nei camerini, ma sempre dietro le quinte a guardare gli altri attori recitare per imparare".
Quando, dopo molta tv, a partire da metà anni Ottanta il cinema si è davvero accorto di lei con film britannici come 84 Charing Cross Road, Dench si è pian piano rimessa in pari con i sette Laurence Olivier Award vinti in carriera: curiosamente però delle altrettante nomination agli Oscar per i suoi film più popolari (La mia regina, Chocolat, Iris. Un amore vero, Lady Henderson presenta, Diario di uno scandalo, Philomena), l'unica diventata una statuetta come miglior attrice non protagonista è stata quella per Shakespeare in Love, con otto minuti di performance in cui interpretava la Regina Elisabetta I.
"Ho bei ricordi di quel film, avevo un abito talmente ingombrante e un make-up talmente complicato che ci volevano tre ore per prepararmi. Durante le pause tra una ripresa e l'altra mi venivano tutti a chiedere se desideravo qualcosa: è l'unica volta in cui su un set mi sono sentita davvero una regina!" racconta ridendo. "Ricordo anche che a fine riprese mi regalarono la scenografia del Globe, il teatro di Shakespeare, che era stato ricostruito a grandezza naturale. Ho pensato di trasformarlo in uno spazio teatrale permanente a Londra, ma il progetto fallì miseramente davanti ai divieti posti dalle norme antincendio".
Per chi arriva dal teatro è facile adattarsi alla recitazione cinematografica? "Al cinema meno fai meglio è, perché la cinepresa è in grado di catturare i tuoi occhi, quindi non devi esasperare le intenzioni. Ho imparato moltissimo dagli altri e devo tanto, professionalmente ma anche umanamente, a molti colleghi. Nel 2000 quando girai The Shipping News. Ombre dal profondo mio marito era morto da poco ed ero disperata. Se non fosse stato per Kevin Spacey che mi tirò su il morale non sarei mai riuscita a terminare le riprese. Kevin è un eccellente attore, oltre che un amico". Nel citarlo Dench non può non commentare lo scandalo che ne ha affossato la carriera: "Non sono a conoscenza dei fatti di cui è accusato, ma rifiuto l'idea che si venga sostituiti in un film (Tutti i soldi del mondo, diretto da Ridley Scott) o tagliati fuori per sempre dal mondo del cinema. Se ripercorressimo la storia per vedere tutti gli artisti che si sono comportati male, dovremmo cancellare secoli di libri, film, pittura e scultura".
A dispetto di decine di pièce impegnate, per il più ampio pubblico Judi Dench rimarrà sempre la donna che dava ordini a James Bond. "Sono grata a quella saga. 007 mi ha sempre appassionato, fin da quando ammiravo Sean Connery. E mi sono divertita a lavorare sia con Pierce Brosnan che con Daniel Craig. È vero però che dopo il quarto film chiamai la produttrice Barbara Broccoli per lamentarmi: i ragazzi vanno sempre in giro per il mondo in missione, e io sto sempre seduta dietro una scrivania! Nel capitolo successivo giravamo una scena in una scuola pubblica nella campagna inglese e mentre ero in attesa del ciak nella mia roulotte fecero appendere un cartello, che potevo vedere dalla mia finestra, con scritto Innsbruck (ride, ndr). Per fortuna poi mi hanno mandato anche a Panama, Nassau e in altri Paesi in giro per il mondo".
Nemmeno la missione più spericolata della saga di 007 è in grado però di restituire all'attrice l'eccitazione di calcare il palcoscenico: "Sono sempre molto nervosa e impaurita quando recito a teatro, ma quella paura genera energia e se non l'avessi mai avuta non avrei potuto fare questo lavoro. Mi sento molto più a mio agio rispetto a un set perché dalla reazione del pubblico sai quello che gli sta arrivando della tua performance, e anche perché in una compagnia ti senti parte di una squadra. Mentre spesso in un film ci sono colleghi che non incontri mai. Certo, recitando dal vivo, ci sono serate storte, ma hai sempre l'occasione di rifarti il giorno dopo. Una volta al Royal National Theatre con Anthony Hopkins pronunciavo una battuta che avrebbe dovuto essere divertente ma il pubblico non rideva. Riprovavo tutte le sere. Dopo cento repliche finalmente quella risata scoppiò".
Sul Venerdì del 26 aprile 2019
"Mi ha attratto il ruolo di questa donna ordinaria che fece cose straordinarie: riteneva pericoloso che un solo Paese possedesse l'atomica e quindi passò i segreti ai sovietici" spiega l'attrice quando la incontriamo al festival di Zurigo. Ci sta parlando di Melita Norwood, la spia britannica che lavorò per il Kgb e a cui si ispira il film. "È stato strano trovarsi sul banco degli imputati, ma non avevo affatto paura. Prima di interpretare M in 007, fui invitata a pranzo all'MI6. Dissero che avrebbero mandato un'auto a prendermi, ma arrivarono con un'ora di ritardo perché non riuscivano a trovare l'indirizzo di casa mia!".
Ride di gusto Judi Dench, icona del teatro prima ancora che del cinema anglosassone, che nel 1988 è stata nominata Dama dell'Impero Britannico dalla Regina Elisabetta e il 9 dicembre compirà 85 anni. "Ho accettato di girare Red Joan non solo per tornare a lavorare col regista Trevor Nunn (già direttore della Royal Shakespeare Company, ndr) ma perché ogni volta che qualcuno mi offre un film temo sempre che sia l'ultimo".
Recitare per Dench non è stato il primo amore. "Da ragazza volevo fare la scenografa teatrale, ma un giorno vidi Re Lear con i miei genitori e capii che non sarei stata capace di creare tutta quella meraviglia. Così seguii all'accademia d'arte drammatica il secondo dei miei fratelli, perché il primo voleva invece diventare medico come mio padre, e quella professione non faceva per me. Nel 1957, dopo gli studi, sono stata fortunata a entrare, a soli 23 anni, all'Old Vic Theatre di Londra, prima di trasferirmi nel 1961 alla Royal Shakespeare Company di Stratford".
I ruoli soprattutto shakespeariani, il debutto con Ofelia e poi Lady Macbeth, la principessa Caterina e Giulietta per Franco Zeffirelli, ne hanno definito la carriera: "Shakespeare e il teatro sono sempre stati il mio grande amore" racconta "a girare film non ci pensavo proprio. Poi un giorno un regista, che oggi non c'è più, mi chiamò per farmi un provino e mi disse che sul grande schermo la mia faccia non avrebbe mai funzionato. Ma a me non interessava, avevo occhi solo per il teatro: non stavo mai nei camerini, ma sempre dietro le quinte a guardare gli altri attori recitare per imparare".
Quando, dopo molta tv, a partire da metà anni Ottanta il cinema si è davvero accorto di lei con film britannici come 84 Charing Cross Road, Dench si è pian piano rimessa in pari con i sette Laurence Olivier Award vinti in carriera: curiosamente però delle altrettante nomination agli Oscar per i suoi film più popolari (La mia regina, Chocolat, Iris. Un amore vero, Lady Henderson presenta, Diario di uno scandalo, Philomena), l'unica diventata una statuetta come miglior attrice non protagonista è stata quella per Shakespeare in Love, con otto minuti di performance in cui interpretava la Regina Elisabetta I.
"Ho bei ricordi di quel film, avevo un abito talmente ingombrante e un make-up talmente complicato che ci volevano tre ore per prepararmi. Durante le pause tra una ripresa e l'altra mi venivano tutti a chiedere se desideravo qualcosa: è l'unica volta in cui su un set mi sono sentita davvero una regina!" racconta ridendo. "Ricordo anche che a fine riprese mi regalarono la scenografia del Globe, il teatro di Shakespeare, che era stato ricostruito a grandezza naturale. Ho pensato di trasformarlo in uno spazio teatrale permanente a Londra, ma il progetto fallì miseramente davanti ai divieti posti dalle norme antincendio".
Per chi arriva dal teatro è facile adattarsi alla recitazione cinematografica? "Al cinema meno fai meglio è, perché la cinepresa è in grado di catturare i tuoi occhi, quindi non devi esasperare le intenzioni. Ho imparato moltissimo dagli altri e devo tanto, professionalmente ma anche umanamente, a molti colleghi. Nel 2000 quando girai The Shipping News. Ombre dal profondo mio marito era morto da poco ed ero disperata. Se non fosse stato per Kevin Spacey che mi tirò su il morale non sarei mai riuscita a terminare le riprese. Kevin è un eccellente attore, oltre che un amico". Nel citarlo Dench non può non commentare lo scandalo che ne ha affossato la carriera: "Non sono a conoscenza dei fatti di cui è accusato, ma rifiuto l'idea che si venga sostituiti in un film (Tutti i soldi del mondo, diretto da Ridley Scott) o tagliati fuori per sempre dal mondo del cinema. Se ripercorressimo la storia per vedere tutti gli artisti che si sono comportati male, dovremmo cancellare secoli di libri, film, pittura e scultura".
A dispetto di decine di pièce impegnate, per il più ampio pubblico Judi Dench rimarrà sempre la donna che dava ordini a James Bond. "Sono grata a quella saga. 007 mi ha sempre appassionato, fin da quando ammiravo Sean Connery. E mi sono divertita a lavorare sia con Pierce Brosnan che con Daniel Craig. È vero però che dopo il quarto film chiamai la produttrice Barbara Broccoli per lamentarmi: i ragazzi vanno sempre in giro per il mondo in missione, e io sto sempre seduta dietro una scrivania! Nel capitolo successivo giravamo una scena in una scuola pubblica nella campagna inglese e mentre ero in attesa del ciak nella mia roulotte fecero appendere un cartello, che potevo vedere dalla mia finestra, con scritto Innsbruck (ride, ndr). Per fortuna poi mi hanno mandato anche a Panama, Nassau e in altri Paesi in giro per il mondo".
Nemmeno la missione più spericolata della saga di 007 è in grado però di restituire all'attrice l'eccitazione di calcare il palcoscenico: "Sono sempre molto nervosa e impaurita quando recito a teatro, ma quella paura genera energia e se non l'avessi mai avuta non avrei potuto fare questo lavoro. Mi sento molto più a mio agio rispetto a un set perché dalla reazione del pubblico sai quello che gli sta arrivando della tua performance, e anche perché in una compagnia ti senti parte di una squadra. Mentre spesso in un film ci sono colleghi che non incontri mai. Certo, recitando dal vivo, ci sono serate storte, ma hai sempre l'occasione di rifarti il giorno dopo. Una volta al Royal National Theatre con Anthony Hopkins pronunciavo una battuta che avrebbe dovuto essere divertente ma il pubblico non rideva. Riprovavo tutte le sere. Dopo cento repliche finalmente quella risata scoppiò".
Sul Venerdì del 26 aprile 2019