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(reuters)

Cannes, il vincitore è il colpo finale che riscatta un Palmarès un po' così

La critica / Dalla giuria del concorso un miscuglio di scelte politiche paternaliste e di riconoscimenti pleonastici, una distribuzione di premi goffa e ingessata, che rischiava di non imbroccarne una fino a cinque minuti dalla fine
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Non fosse stato per il premio più importante, questo Palmarès sarebbe stato un mezzo disastro. Un miscuglio di scelte politiche paternaliste e di riconoscimenti pleonastici, una distribuzione di premi goffa e ingessata, che rischiava di non imbroccarne una. Fino a cinque minuti dalla fine, l’unico premio sensato ha rischiato di essere quello alla miglior sceneggiatura per Portrait d’une jeune fille en feu di Céline Sciamma, in cui effettivamente alcune delle cose migliori erano certe sfumature di dialogo.


Qualche perplessità anche per i premio ai miglior attori. Emily Beecham è al centro della scena in un film piuttosto algido, Little Joe di Jessica Hausner, che non la valorizza particolarmente. E certo, Antonio Banderas ha vinto per una interpretazione sorprendente: però non solo c’erano altri bravi come e più di lui, ma soprattutto il premio sostituiva l’attesa Palma d’oro a Almodó…
Non fosse stato per il premio più importante, questo Palmarès sarebbe stato un mezzo disastro. Un miscuglio di scelte politiche paternaliste e di riconoscimenti pleonastici, una distribuzione di premi goffa e ingessata, che rischiava di non imbroccarne una. Fino a cinque minuti dalla fine, l’unico premio sensato ha rischiato di essere quello alla miglior sceneggiatura per Portrait d’une jeune fille en feu di Céline Sciamma, in cui effettivamente alcune delle cose migliori erano certe sfumature di dialogo.


Qualche perplessità anche per i premio ai miglior attori. Emily Beecham è al centro della scena in un film piuttosto algido, Little Joe di Jessica Hausner, che non la valorizza particolarmente. E certo, Antonio Banderas ha vinto per una interpretazione sorprendente: però non solo c’erano altri bravi come e più di lui, ma soprattutto il premio sostituiva l’attesa Palma d’oro a Almodóvar, e quindi rischiava di scontentare tutti.

Antonio Banderas con il premio per la migliore interpretazione maschile (afp)

Les miserables e Bacurau, due tra i film più apprezzati della competizione, si sono dovuti accontentare del Premio speciale della giuria, una specie di minipremio di consolazione, ed è stata pure aggiunta una menzione speciale al film del palestinese Elia Suleiman, It must be heaven, manierata commedia da esportazione sull’Europa vista dall’altro. Un premio forse politico, come anche l’altro ad Atlantique di Mati Diop, forse il più modesto del concorso: film non antipatico né disonesto, ma che è un’accozzaglia di temi (emancipazione femminile + migranti + storia d’amore + modernità vs. sottosviluppo) ingenua e confusa.

E davvero fuori tempo massimo il premio per la regia ai fratelli Dardenne, in un lavoro stanco e ripetitivo. Ma la battuta che circola è: nelle giurie c’è sempre qualcuno che non ha mai visto un loro film, e che li scopre per la prima volta.

Per fortuna, la Palma d’oro è stata un colpo d’ala, reso possibile magari anche dai compromessi degli altri premi. Il film di Bong Jon Hoo, Parasite, rappresenta al meglio la tendenza a innestare riflessioni sul presente in una struttura di genere libera e vivace. Una commedia nera sulla lotta di classe, con derive cruente, benissimo scritta, diretta e interpretata che, chissà, in sala potrebbe mettere d’accordo gli spettatori abituali del cinema d’autore e un pubblico un po’ più ampio.