✕
Foto di Danny Clinch 

Un viaggio in solitudine, ecco il nuovo album di Bruce Springsteen

Ascolta l'audio

In “Western stars”, in uscita il 14 giugno, il Boss svela la sua anima più malinconica
1 minuti di lettura
Immaginate un guerriero di quasi settant'anni che molla tutto, si mette in strada, da solo, e va a cercare se stesso nel cuore profondo dell'America. Western stars, il nuovo disco di Bruce Springsteen in uscita il 14 giugno, è un viaggio dolente, ricolmo di romantica bellezza, che inizia in autostop (Hitch hikin') e finisce in uno sperduto Motel alla fine della terre abitate (Moonlight Motel).
Mai ascoltato prima un disco così solitario, a dispetto dei tanti musicisti coinvolti, presenze che non intaccano il cuore del disco, dove Springsteen sembra da solo in un'America disincarnata, primigenia, dove non c'è ombra di città, non si percepisce gente. Treni e auto ci sono ma evanescenti, sullo sfondo, anche nella canzone che racconta di uno Stuntman intrappolato in una frase che recita "drive fast fall hard". In copertina c'è un cavallo, fiero, sfrontato verso un cielo di azzurro e nubi bianche come nelle praterie di Jo…
Immaginate un guerriero di quasi settant'anni che molla tutto, si mette in strada, da solo, e va a cercare se stesso nel cuore profondo dell'America. Western stars, il nuovo disco di Bruce Springsteen in uscita il 14 giugno, è un viaggio dolente, ricolmo di romantica bellezza, che inizia in autostop (Hitch hikin') e finisce in uno sperduto Motel alla fine della terre abitate (Moonlight Motel).
Mai ascoltato prima un disco così solitario, a dispetto dei tanti musicisti coinvolti, presenze che non intaccano il cuore del disco, dove Springsteen sembra da solo in un'America disincarnata, primigenia, dove non c'è ombra di città, non si percepisce gente. Treni e auto ci sono ma evanescenti, sullo sfondo, anche nella canzone che racconta di uno Stuntman intrappolato in una frase che recita "drive fast fall hard". In copertina c'è un cavallo, fiero, sfrontato verso un cielo di azzurro e nubi bianche come nelle praterie di John Ford. Ci sono le Western stars, le stelle del west illustrate da splendidi suoni d'orchestra alla Morricone, ci sono donne che fanno timide apparizioni per poi scomparire nel ricordo, solo nello Sleepy Joe's Café si concede una pausa, con camionisti e moto di passaggio. Continua a viaggiare a nord di Nashville, poi in Alabama, a caccia di cavalli selvaggi e fantasmi della Frontiera. Se molti suoi dischi sono stati il trionfo della notte, questo è decisamente il disco del tramonto, dove l'eroe di mille battaglie mostra fragilità e mancanze. "I'm twenty five hundred miles from where I wanna be" canta in Sundown, sono a 2500 miglia da dove vorrei essere, e altrove ammette: "makin' a list of things that I didn't do right" facendo una lista di cose che non ho fatto bene. A volte canta più alto, modula con intensità pop, come nella malinconica esuberanza di There goes my miracle, il singolo che aveva sconcertato i fan. C'è qualcosa di altamente liberatorio, ci sono languori e depressione, il mito di un'America che non esiste più, e in fondo la voglia di cantare, di rendere omaggio a vecchi miti del pop californiano, come prima non ha mai potuto fare perché ossessionato dalla sua missione di capobanda e bandiera planetaria del rock militante. Quando alla fine arriva al Moonlight Motel, è su una strada dove nessuno viaggia e nessuno va, forse solo due giovani che spariscono dietro lenzuola fruscianti nelle ore del tardo pomeriggio, al tramonto. Sembra una scena da film, lui pensa a quello che una volta lei gli ha detto: "È meglio aver amato", sì, pensa lui, "è vero, è meglio aver amato", e prende da una busta di carta una bottiglia di Jack Daniel's. Titoli di coda e The end.