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Foto di Alex Lake 

Thom Yorke: “Un film sui Radiohead? Spero di morire prima”

La rockstar pubblica il nuovo album Anima, accompagnato da un cortometraggio di Paul Thomas Anderson su Netflix in cui danza e recita con l’attrice italiana Dajana Roncione
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OXFORD. "Dicono  che prendiamo le cose troppo seriamente, ma è l'unico modo per raggiungere un obiettivo. Siamo ambiziosi". Era il 1991 e così si raccontava Thom Yorke nella sua prima intervista per una pubblicazione cittadina. I Radiohead allora si chiamavano On a Friday ed erano ancora all'inizio di una carriera che li avrebbe portati a diventare una delle band più famose e importanti in tutto il mondo. Ma torna sempre qui, Yorke, nella sua Oxford. Giubbotto di pelle e capelli lunghi legati, al tavolo del bar dell'hotel del diciassettesimo secolo Old Parsonage nessuno importuna l’artista, 50 anni, che giovedì pubblica il nuovo album solista, Anima (lo presenterà in Italia il 16 luglio a Barolo, Collisioni, il 17 a Codroipo, Villa Manin, il 18 a Ferrara, il 20 a Perugia e il 21 a Roma, Auditorium Parco della musica per il Summer fest). "Non c'è molto da vedere qui", dice in italiano (da qualche a…
OXFORD. "Dicono  che prendiamo le cose troppo seriamente, ma è l'unico modo per raggiungere un obiettivo. Siamo ambiziosi". Era il 1991 e così si raccontava Thom Yorke nella sua prima intervista per una pubblicazione cittadina. I Radiohead allora si chiamavano On a Friday ed erano ancora all'inizio di una carriera che li avrebbe portati a diventare una delle band più famose e importanti in tutto il mondo. Ma torna sempre qui, Yorke, nella sua Oxford. Giubbotto di pelle e capelli lunghi legati, al tavolo del bar dell'hotel del diciassettesimo secolo Old Parsonage nessuno importuna l’artista, 50 anni, che giovedì pubblica il nuovo album solista, Anima (lo presenterà in Italia il 16 luglio a Barolo, Collisioni, il 17 a Codroipo, Villa Manin, il 18 a Ferrara, il 20 a Perugia e il 21 a Roma, Auditorium Parco della musica per il Summer fest). "Non c'è molto da vedere qui", dice in italiano (da qualche anno è fidanzato con l'attrice siciliana Dajana Roncione), "la città è piccola ma internazionale. Camminando senti molte lingue diverse, come a Roma. Per l'università qui c'è un continuo viavai di persone da tutto il mondo. E questo mi rende particolarmente orgoglioso di Oxford in questi tempi di Brexit". 

Come finirà? 
"Non importa, ormai è un calice avvelenato. Il partito conservatore dovrà scegliere il nuovo leader per trovare una via d'uscita da questa crisi. Ma nessuno di loro dice la verità. Nessuno è onesto abbastanza da dire che non esistono gli unicorni che ci hanno promesso. Sono tutti esausti e vogliono solo chiudere la pratica, e quindi finiremo con un no deal. Senza un secondo referendum l'alternativa è il caos. Fa paura".  

Nel nuovo album c'è un brano, The Axe, in cui canta "I thought we had a deal" ("Pensavo avessimo un accordo")...
"Credo che sia la canzone più triste del disco, parla del rapporto con la tecnologia. Chiediamo alle macchine di aiutarci, come un bambino in una stanza piena di giochi, vorrebbe giocare ma i soldatini sono lì che lo fissano, è una relazione a senso unico. Allo stesso modo ci affidiamo alle macchine, alla tecnologia. Una sensazione di disperazione".

La musica aiuta?
"Sì, ma non come catarsi. Tutto parte dalla ricerca di nuove cose da provare. Mi serve. Sperimento e fino alla fine non sono sicuro che funzioni. Poi riascolto e scopro che ehi, c'è qualcosa, ho trovato qualcosa. Ogni volta mi sento orgoglioso e arricchito. E mi do un po' di tregua. Fino alla volta successiva". (ride)

Foto di Petr Dobias 


È stato così anche per la colonna sonora di Suspiria?
"Stranamente sì. Il che ovviamente non ha senso se ci pensi: stai facendo un film dell'orrore, non ti aspetti di sentirti... sollevato. Ma lavorare con Luca (Guadagnino, ndr) è stata una sfida, mi dava una licenza per sperimentare".

Le piacerebbe lavorare con altri registi?
"Molti. Quello di The hateful eight... Sì, Tarantino. Con lui sì. Serie tv? Mmm. Riesco a fare una cosa alla volta, lavorare per i film ti prende tutta la concentrazione".

Radiohead: da sinistra Colin Greenwood, Jonny Greenwood, Thom Yorke, Philip Selway, Ed O'Brien. Foto di Alex Lake 


Dopo il progetto solista torneranno i Radiohead? Il prossimo anno saranno venti anni dall'album della storica svolta elettronica, Kid A.  
"Abbiamo in programma qualcosa, ma è presto per parlarne. La cosa ironica è che tutti parlano di elettronica su Kid A ma se lo ascolti... quanta ce n'è davvero? Ok, c'è un vocoder, una drum machine, un sintetizzatore. Ma poi un'intera canzone con un'orchestra. Eravamo sorpresi dalle reazioni della gente. Per noi non era un cambiamento così drastico. Io sono sempre stato appassionato di elettronica. Quando facevo il dj ai tempi dell'università alternavo pezzi dell'etichetta Warp con vinili dei Nirvana. Per me aveva senso".

Ma è come se fosse scattato qualcosa nella band.
"Più che altro si era sbloccato qualcosa. Ero innamorato della chitarra ma facevo fatica a comporre così, allora con un po' di soldi comprai attrezzatura elettronica, provavo a usarla ovunque, in hotel, da qualsiasi parte in tour. Quando tornammo in Inghilterra dopo il tour di Ok Computer qui stava succedendo qualcosa perché il Britpop si stava suicidando con troppa cocaina. Questa mia passione ha provocato qualche problema al resto della band, perché lavorare con l'elettronica non è una cosa da band. Chi suona cosa? Mi difendevo dicendo: beh, siamo un ensemble o siamo un'unità collaborativa che è libera di provare cose? Possiamo essere entrambe". 

L'ultimo album solista lo aveva pubblicato solo su un sito di Peer-to-peer, in polemica con la discografia e con Spotify.
"Devo scegliere le mie battaglie. Non puoi reinventare tutto ogni volta. Quando i Radiohead scelsero di vendere da soli l'album In rainbows ci eravamo liberati del contratto con la EMI e volevamo vedere che succedeva pubblicando il disco per fatti nostri. Ora le cose sono cambiate ancora... Ognuno è in competizione, incluso me, per non essere spazzato via dal flusso costante di nuova musica. Tutti cercano di attirare l'attenzione. Ecco una novità, eccone un'altra, un'altra ancora. Un po' mi piace, perché siamo passati dall'avere ogni mossa pesantemente scrutinata a questa situazione in cui tutto sembra succedere in continuazione e non conta niente".

Questo è uno dei motivi per cui la musica non sembra essere così importante per i giovani come una volta?
"Non sono d'accordo. Ho due figli adolescenti e vedo che per loro non c'è nessun confine tra ascoltare vecchie cose e ascoltare cose nuove. Non è che non ci sia fame di musica nuova, è cambiato quello che c'è intorno. Gli algoritmi guidano lo stile della musica. Copiando le precedenti star nella musica. Sento una cosa che mi ricorda i Chili Peppers, ma non sono loro. Un'altra sembra Diana Ross, ma non lo è. Tutti fac-simile senza fine. Ma quella non è musica. È qualcuno che gioca con una fotocopiatrice. E i musicisti veri finiscono per innervosirsi perché il ciclo di feedback sta prendendo il sopravvento. Come fai a far uscire le persone da questo algoritmo a flusso libero, dalla mentalità da playlist?".

Che cosa fa la differenza in questa situazione? La musica dal vivo?
"In quale modo? Quando attaccavo Spotify perché paga poco gli artisti mi rispondevano 'ma tanto i soldi li fai con i concerti'. Ok, ma a un certo punto, metti che sono un vecchio artista italiano che ha pubblicato un album molto influente ma non posso più esibirmi dal vivo perché è successo qualcosa nella mia vita, dovrei finire per strada?".

Ha familiarità con la musica italiana ora?
"Un po', adoro Rosa Balistreri. Dajana me l'ha fatto ascoltare. Non so perché ma la sua voce incredibile mi fa vibrare. È così intensa".

Thom Yorke e Dajana Roncione. Foto di Darius Khondji 


La sua compagna attrice ha interpretato Loredana Bertè nel film tv Io sono Mia.
"Dajana era molto nervosa all'idea, ma non capivo perché. Era ansiosa del giudizio di Loredana Bertè. Alla fine si sono incontrate ed è stata molto gentile con Dajana, l'ha davvero aiutata. È stata una bella esperienza".

Le piacerebbe recitare in futuro?
"No, no. La mia bocca è per cantare, non parlare, cioè non in pubblico".

Però per l'album ha scelto di realizzare un cortometraggio, da giovedì su Netflix.
"È una collaborazione con Paul Thomas Anderson e Damien Jalet, il coreografo di Suspiria. Non è proprio danza e non è proprio recitazione. C'è anche Dajana. Abbiamo girato a Praga e in Francia in una vecchia cava di bauxite in Provenza dove Cocteau girò parte della trilogia di Orfeo. Non avevo mai fatto niente di così folle nella mia vita. È stata una produzione piuttosto grande. Con un sacco di persone. Io e Dajana non avevamo mai collaborato, è stato bello vedere come lavora. L'idea di Paul è nata dai one-reeler, i cortometraggi comici realizzati da Max Linder che hanno ispirato Charlie Chaplin. Erano lunghi 12 minuti, perché quella era la lunghezza della bobina. Anche il nostro è divertente, ma anche strano, e forse un po' spaventoso. E abbastanza romantico".

'Anima', il corto di Paul Thomas Anderson per Thom Yorke



Parlando di film, ha visto Bohemian Rhapsody? Brian May è uno dei motivi per cui iniziò a suonare la chitarra...
"No perché sono un fan hardcore dei Queen della vecchia scuola. Non ho bisogno di un film che mi racconti la storia, non voglio che cambi la mia idea dei Queen. Cioè quella di un undicenne ossessionato seduto in macchina con il padre ad ascoltare il Greatest Hits dei Queen ancora e ancora e ancora".

La sua canzone preferita dei Queen?
"La cosa che preferisco della loro carriera è una performance dal vivo di Another one bites the dust. Incredibile. È come vorrei che a volte fossero i Radiohead. Così viscerale, arrabbiata, niente showbiz, era davvero sexy. E quando arriva la chitarra di Brian May... fantastico".

A qualcuno alla fine verrà in mente l'idea di un film biografico sui Radiohead.
"Ma spero di essere nella tomba allora. E comunque avrò lasciato alcune regole scritte sull'argomento".

Chi vorrebbe per interpretarla?
"Qualcuno un po' più giovane. E un po' più bello".

C'è una canzone di Anima, Twist, in cui canta "è come l'erba": le droghe hanno avuto un ruolo nei Radiohead?
"(ride) Era solo il mio senso dell'umorismo... Però sì, certo, naturalmente, non tanto quanto si potrebbe pensare. L'erba in studio può essere utile. Ma se arrivi al punto in cui pensi di averne bisogno per creare allora devi fermarti. Perché inizia a scavare nelle tue insicurezze".

Secondo la leggenda Michael Stipe l'avrebbe aiutata a rimanere con i piedi per terra.
"È più quello che faceva di quello che diceva. Eravamo in tour con i R.E.M. durante Monster. Michael conosceva tutti. Voleva farmi uscire dalla mia piccola bolla. Diceva 'Dai, andiamo a cena con gli U2'. E io: 'No, no, non voglio. Ho paura'. Mi ha insegnato a ... gestire certe situazioni. Finito il concerto io volevo chiudermi nel tour bus. Avevo bisogno di essere trascinato fuori. Ma Michael sapeva anche come liberarsi in situazioni che non gli piacevano. Se non si sentiva a suo agio iniziava a fare lo strano. Magari stava lì seduto a ridere. A incasinare la mente della gente. E poi sapeva anche rendersi invisibile. Potevamo camminare per strada a New York senza essere disturbati anche quando i REM erano dappertutto in TV. Ho passato parecchio tempo con lui ad Athens e mi ha mostrato questa casa dove c'erano le sue cose. Quando iniziava a pesargli la situazione una ventina di anni fa chiuse lì le sue cose, facendola diventare una sorta di museo su se stesso. Per difendersi. In questo lavoro bisogna anche avere senso dell'umorismo. Perché se inizi a prendere sul serio il modo in cui le persone ti guardano...".

Recentemente vi hanno rubato 18 ore di registrazione. Cosa è successo?
"Sì, qualcuno ha hackerato il contenuto di alcuni miei minidisc dei tempi di Ok Computer. E hanno chiesto un riscatto di 150.000 dollari. Li abbiamo fermati ma oramai i contenuti erano in rete. E abbiamo deciso di metterlo su Bandcamp in beneficenza, un'idea di Jonny. Ma devi essere davvero annoiato per voler ascoltare tutta quella roba".  

Che rapporto ha con i social network oggi? Tempo fa avevate cancellato la vostra presenza da un giorno all'altro.
"È stato divertente. Sembravano tutti impazziti. Ritengo i social media responsabili di molte cose. Anche di Trump. Se incontrassi l'ideatore di Twitter gli direi: hai fatto tutti i soldi che ti servono, ora fai un po' di pulizia. Mio figlio prima mi ha fatto vedere una notizia: alcuni account dei suprematisti bianchi saranno chiusi su Facebook. Ah, quindi possono farlo? E perché cazzo non l'hanno fatto cinque anni fa?. Penso che l'errore più grande sui social media sia l'anonimato. Il fatto che le persone possano abusare e diffondere falsità, dire una cosa e negarla il giorno dopo. Avevano iniziato con l'utopia della Silicon Valley, della condivisione di valori e della comunicazione in uno spazio aperto. E poi è diventato qualcosa di davvero pericoloso. La gente non capisce le responsabilità legali di quello che scrive. Non voglio limitare la libertà di nessuno, sei assolutamente libero di dire qualunque cosa tu voglia dire. Ma te ne assumi la responsabilità".  

È sempre stato molto attivo per la causa ambientale. Come vede la situazione oggi? Greta può aiutare?
"Sì, c'è lei e c'è tutta una nuova generazione che se ne preoccupa. Io facevo campagne, interviste, litigavo, ma è come spostare le sedie sul Titanic. Non funziona. Niente cambia. Sono contento che stiano capendo che l'emergenza va oltre chi è al potere in questo momento. Sono insignificanti. Avremmo dovuto iniziare 20 anni fa. Non voglio sembrare un teorico delle cospirazioni ma... non sono coincidenze... la Brexit, la preoccupazione per Salvini... soluzioni semplici per problemi complessi... i fratelli Koch di questo mondo non vogliono davvero che discutiamo di cosa c'è sotto. E i nostri figli ora stanno iniziando a dire: 'Non ci frega un cazzo di questo. Tutto ciò è irrilevante'. E una volta che le nuvole si saranno disperse... per me queste cose, la Brexit, l'ascesa della destra nei social media, è una cosa temporanea. Un ultimo tentativo da parte di coloro che desiderano distrarci da ciò che realmente dobbiamo fare. Quando ci stancheremo delle distrazioni andremo avanti. Spero. I politici possono fare tutte le promesse che vogliono. Anche Boris Johnson può promettere gli unicorni, ma quando l'unicorno non arriva torneranno tutti nel posto che spetta loro. Nell'oscurità".