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Marco Baliani: “Il teatro è la soluzione alla mia inquietudine”

L'attore e drammaturgo, in tournée, si prepara al debutto del nuovo spettacolo, Una notte sbagliata, sul pestaggio notturno di un uomo per mano della polizia
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È una cosa che insieme lo lusinga e lo imbarazza: la prossima stagione, a febbraio, a Milano il Teatro Menotti ha organizzato una personale di tutto il suo teatro con tanto di lectio magistralis. E intanto i lavori più recenti continuano a girare l'Italia; in autunno poi lo vedremo nella miniserie di Canale 5, Il processo, otto puntate con Vittoria Puccini e Francesco Scianna, dove è un giudice non proprio specchiato. Marco Baliani è un attore poco abituato alla grancassa, anche se è una presenza importante nello spettacolo italiano: 69 anni, piemontese, al cinema attore con Francesca Archibugi, Roberto Andò, Cristina Comencini, Mario Martone, scrittore di romanzi e saggi, "la voce" di tanti audiolibri (tra gli ultimi, Caporetto di Alessandro Barbero, da Emmons), regista e cointerprete degli ultimi spettacoli con Stefano Accorsi, è stato l'ideatore del "teatro narrazione", quel genere in cui l'attore dive…
È una cosa che insieme lo lusinga e lo imbarazza: la prossima stagione, a febbraio, a Milano il Teatro Menotti ha organizzato una personale di tutto il suo teatro con tanto di lectio magistralis. E intanto i lavori più recenti continuano a girare l'Italia; in autunno poi lo vedremo nella miniserie di Canale 5, Il processo, otto puntate con Vittoria Puccini e Francesco Scianna, dove è un giudice non proprio specchiato. Marco Baliani è un attore poco abituato alla grancassa, anche se è una presenza importante nello spettacolo italiano: 69 anni, piemontese, al cinema attore con Francesca Archibugi, Roberto Andò, Cristina Comencini, Mario Martone, scrittore di romanzi e saggi, "la voce" di tanti audiolibri (tra gli ultimi, Caporetto di Alessandro Barbero, da Emmons), regista e cointerprete degli ultimi spettacoli con Stefano Accorsi, è stato l'ideatore del "teatro narrazione", quel genere in cui l'attore diventa il testimone di una storia davanti al pubblico, che poi ha avuto tanta fortuna e tanti altri protagonisti, da Paolini a Curino e a Celestini. Ora che festeggia 30 anni del suo teatro, Baliani lo fa in giro, con lavori vecchi e nuovi.

Sempre nel solco del teatro narrazione?
"Oltre che un genere, è nata una grande sintonia col pubblico, ma alla lunga è diventata un'etichetta che mi sento appiccicata addosso. Ora voglio fare altro. Senza buttare a mare quei lavori passati. In Sardegna, dove sarò dall'1 al 7 agosto, porterò tra gli altri Ogni volta che si racconta una storia che parla proprio della memoria delle cose narrate, e Del coraggio silenzioso, una raccolta di qualche anno fa di personaggi sconosciuti, piccoli eroi che nel silenzio generale hanno compiuto gesti importanti. In Umbria, invece, l'8 al Festival dell'immaginazione di Jacopo Fo nella sua struttura Alcatraz, rifaccio Tracce che si ispira a un saggio di Ernst Bloch a partire dalla favola e dal mito, ma intanto ho lavorato a uno spettacolo diverso, Una notte sbagliata, sempre prodotto da Marche Teatro, che sarà in tournée dall'autunno e che io definisco un nuovo corso, verso la post-narrazione".

Cosa intende dire?
"Qui non sono il testimone che racconta agli altri ciò che sa. Qui do voce a una serie di personaggi, perfino degli animali che raccontano ognuno il suo punto di vista. È una rappresentazione in senso più tradizionale".

Per l'occasione si è anche riunita la famiglia Baliani: alla regia Maria Maglietta, su ex- compagna, mentre suo figlio Mirto, musicista riconosciuto, è l'autore dell'impianto sonoro.
"Sì, l'abbiamo fatto per sentirci a casa. Lo spettacolo è la storia di un povero cristo, Tano, un po' fuori di testa, e del suo pestaggio notturno da parte di una volante di poliziotti, un po' frustrati da una notte inutile. Un dramma quotidiano che abbiamo letto tante volte sui giornali".

Il caso Cucchi, il caso Aldrovandi...
"Certo, o i ragazzi che danno fuoco a un barbone. Ma non è la cronaca che mi interessa, bensì entrare nella testa dei personaggi, mettere il dito dentro le pieghe nascoste della psiche, delle pulsioni umane e capire come si arriva a simili atti di violenza. È un lavoro anche sullo spaesamento".

Perché questa voglia di fare un "teatro civile" che parla alle coscienze delle persone, prima ancora che intrattenerle?
"Perché ci sono certi aspetti del nostro mondo che mi spaventano, aspetti per cui anche la sacralità della vita sembra non contare più niente. È una deriva pericolosa che mi inquieta, e il teatro è l'unico modo che conosco per condividere questa mia inquietudine con la comunità degli spettatori e sentirmi così meno solo e meno impaurito".