Don Matteo, vent’anni senza peccato
Silvia Fumarola , dalla nostra inviata SILVIA FUMAROLASiamo stati sul set della fiction di Rai 1 che, con la stagione numero 12, festeggerà un compleanno importante. Dice Terence Hill: "Il mio prete non ha pregiudizi. E la gente ci ama perché diamo serenità"
SPOLETO. Chi vive qui ormai sa tutto. Si ferma paziente, controlla il cellulare e lo spegne. "Silenzio. Motore, azione... Stooop". I turisti del set, che sono venuti apposta a Spoleto sulle tracce di Don Matteo, s'informano: "Lui c'è?". Sì, Terence Hill c'è, ma è nella Basilica di Sant'Eufemia dove si celebrano le nozze del capitano dei carabinieri Anna Olivieri (Maria Chiara Giannetta) col pm Marco Nardi (Maurizio Lastrico). È il maresciallo Cecchini (Nino Frassica) ad accompagnarla all'altare in alta uniforme. La sposa, inquieta come Katharine Ross nel Laureato, pronta alla fuga, combatte con i ciottoli nemici dei tacchi. Da vent'anni Don Matteo indaga e assolve. "Mai una predica, mai pronunciata la parola 'peccato'" dice Terence Hill che in questi anni (1.600 ore trasmesse, 245 episodi), ha accolto ragazze madri, peccatori pentiti, mariti indebitati. E nella fiction si è costruit…
SPOLETO. Chi vive qui ormai sa tutto. Si ferma paziente, controlla il cellulare e lo spegne. "Silenzio. Motore, azione... Stooop". I turisti del set, che sono venuti apposta a Spoleto sulle tracce di Don Matteo, s'informano: "Lui c'è?". Sì, Terence Hill c'è, ma è nella Basilica di Sant'Eufemia dove si celebrano le nozze del capitano dei carabinieri Anna Olivieri (Maria Chiara Giannetta) col pm Marco Nardi (Maurizio Lastrico). È il maresciallo Cecchini (Nino Frassica) ad accompagnarla all'altare in alta uniforme. La sposa, inquieta come Katharine Ross nel Laureato, pronta alla fuga, combatte con i ciottoli nemici dei tacchi. Da vent'anni Don Matteo indaga e assolve. "Mai una predica, mai pronunciata la parola 'peccato'" dice Terence Hill che in questi anni (1.600 ore trasmesse, 245 episodi), ha accolto ragazze madri, peccatori pentiti, mariti indebitati. E nella fiction si è costruito la sua personale famiglia allargata con Francesco Schiavi e Nathalie Guetta.
In vent'anni è cambiata l'Italia, ma per milioni di spettatori è stato consolante pensare che un sacerdote detective con la tonaca rattoppata insieme a un carabiniere (la vecchia commedia all'italiana insegna), potesse salvare il mondo. Decine di delitti risolti in un paese dove anche i polli muoiono di vecchiaia. La serie prodotta da LuxVide con RaiFiction si è evoluta, sono arrivati i giovanissimi (e il pubblico giovane, share del 35,2 per cento nella fascia 15-19 anni), si sono intrecciate le storie perché la realtà è complessa.
Per festeggiare questi vent'anni, Don Matteo 12, in onda su Rai1 nel 2020, sarà una collezione di dieci film (regia di Raffaele Androsiglio e Alexis Sweet) ispirati ai Dieci comandamenti con incursioni e ritorni: in una puntata riapparirà il capitano Tommasi (Simone Montedoro). Seduto nel camerino, Hill, all'anagrafe Mario Girotti, ottant'anni miracolosi, vestito come per scalare le Montagne rocciose - le mele nello zaino - assomiglia al personaggio che interpreta. Saggio e gentile. "Cosa ho imparato in questi vent'anni?" spiega sorridendo. "Per prima cosa che ho una certa resistenza, sia fisica che mentale".
Secondo lei perché piace Don Matteo?
"Perché tanta gente ama il giallo e la commedia. E nelle storie che raccontiamo i due generi si conciliano. La serie rispecchia il Paese e ogni anno che andiamo avanti lo rispecchia ancora di più".
È molto consolatorio...
"Mi dicono: 'Don Matteo mi fa stare tanto sereno', guardi che non è poco".
Com'è nato il personaggio?
"Molti anni fa stavo preparando per Mediaset la storia di un prete paracadutista. Non se n'è fatto niente, torno in America e mi chiama il mio agente. C'erano quattro copioni da leggere tra cui un progetto della Rai. All'inizio non riuscivo a immedesimarmi, il protagonista si chiamava Don Teodoro. Mi hanno chiesto di trovare un nome e ho pensato a Matteo, che è un nome tosto".
Le altre caratteristiche?
"Era furbo e atletico. Ho cercato subito di essere credibile, ma chi crede a un cowboy prete? Dovevo girare in motocicletta, avevo trovato una Guzzi fantastica. Ma il grande regista Enrico Oldoini mi spiega: questo prete deve essere sempre in movimento. La bicicletta dava al personaggio una forza incredibile".
Come ha lavorato sul linguaggio?
"Andando avanti l'ho cambiato molto, all'inizio Don Matteo faceva una predica. Spiegai subito: 'Quando c'è la parola peccato la cancello, per lo meno io non la dico. Non perché sia sbagliata ma questa idea del peccato ci ha tolto la libertà e l'amore per il cristianesimo'. Ho usato un linguaggio più semplice, ho scelto le riflessioni di Goethe o di Madre Teresa. Ero sicuro che le loro parole sarebbero arrivate".
Quindi Don Matteo non giudica?
"Mai. Tutto quello che era punitivo è sparito dall'inizio. Qualcuno, piuttosto importante, ha detto: 'Chi sono io per giudicare?'. E io ripeto: chi è Don Matteo per giudicare?".
Non giudicherà, ma per festeggiare i vent'anni i film si ispirano ai Comandamenti, che vanno rispettati.
"Intanto nelle storie o nei titoli non si dice che c'è un Comandamento. Lo puoi intuire, ma non si spiega esplicitamente: 'Non fare questo o quell'altro'. Non c'è l'interpretazione stretta del Comandamento, sono dieci film con una trama che riporta al decalogo".
Pensa che Don Matteo sia politico?
"Lo si può anche interpretare così. Rispecchia un certo modo di vedere le cose, che per me è naturale, ed è un privilegio della scrittura far capire sempre come la pensa. Non ha pregiudizi".
Con Nino Frassica come si è sviluppato il rapporto?
(ride) "Siamo una coppia... Amici veri, all'inizio parlava poco, andando avanti ci sono stati episodi di grande rispetto e vicinanza. Nino è molto riservato, ci mandiamo messaggi. Ci sono per lui, lui c'è per me".
Anche lei è molto riservato. Come concilia il suo carattere con la popolarità?
"L'affetto della gente ti travolge. L'ho sperimentato ai tempi dei film con Bud Spencer e lo vivo oggi. Lo sa che molti quando mi incontrano si mettono a piangere? La popolarità ha aspetti strani, ma ho sempre pensato che si deve essere grati. Sento la responsabilità nei confronti del pubblico, che mi dà gioia e forza".
Si è chiesto cosa vedono in lei?
"Qualcuno di cui fidarsi. Quando facevo cinema la richiesta era sempre la stessa: 'La prego continui a fare film, così posso portare al cinema le mie bambine'".
Don Matteo è un prete cowboy, come ha scoperto il western?
"Tramite Sergio Leone, da lui ho capito cosa sia una storia epica. Per Il mio nome è nessuno furono scritte tre sceneggiature che non andavano bene, voleva fare un western ispirato all'Odissea, l'epopea di Ulisse nel West".
Le è mancato il cinema in questi anni?
"No. Ho cominciato a dodici anni, mi sono sfogato. Molta gente non sa che ho fatto i musicarelli, Il gattopardo con Luchino Visconti, La lunga strada azzurra, bellissimo, con Gillo Pontecorvo, poi i film con Bud. Quindi ho fatto tutto".
Va al cinema?
"Poco e non vedo i blockbuster. Adesso mi piace guardare i film di Bertolucci, Bergman, Visconti. Mi piace come giravano i film, amo le storie dove non ci sono tanti tagli e ti godi le sequenze. Apprezzo come Alberto Sironi gira Montalbano, perché fa scene lunghe".
Schivo, poco mondano: voleva davvero fare l'attore?
"No, all'inizio non mi piaceva. Mi ha spinto mia madre. Per due anni ho frequentato Lettere e Filosofia all'università, finché non ho girato Il gattopardo. Da teenager volevo fare il pilota militare, quello era il mio sogno".
Com'è possibile che su di lei non giri un gossip?
"Ero timido, sono sempre stato riservato. Avevo un agente che mi ripeteva: 'Se non vai a questa festa, non farai carriera'. Non sono mai andato da nessuna parte".
Com'era il rapporto con Bud Spencer?
"Fraterno. Eravamo molto diversi, siamo diventati una coppia per caso, ci mise insieme nel 1967 Giuseppe Colizzi, che scrisse Il cane, il gatto e la volpe che poi uscì come Dio perdona... io no! Quando giravo con Bud mi trasformavo, c'era una grande sintonia. Ci siamo divertiti insieme e si divertiva il pubblico. Per mia madre eravamo come Stanlio e Ollio, mi diceva sempre: 'Perché non fate come loro e non girate una scena nel lettone?'".
È soddisfatto della sua vita?
"Non ho rimpianti".
Dove vive oggi?
"Da quando giro Don Matteo mi sono trasferito in Italia. Ho ripreso la cittadinanza ma mantengo il doppio passaporto. Mio padre era umbro. Mi sono cercato un piccolo casolare in Umbria. E l'ho trovato, immerso nel verde".
Si rifugia ancora nel suo ranch americano?
"Detto così sembra una grande proprietà. È una casa in Massachusetts, nel bosco, con gli animali che vengono a trovarmi: orsi e anche orsetti lavatori. In inverno la neve sfiora i due metri e mezzo, sono isolato. Ed è bellissimo".
Sul Venerdì del 26 luglio 2019
In vent'anni è cambiata l'Italia, ma per milioni di spettatori è stato consolante pensare che un sacerdote detective con la tonaca rattoppata insieme a un carabiniere (la vecchia commedia all'italiana insegna), potesse salvare il mondo. Decine di delitti risolti in un paese dove anche i polli muoiono di vecchiaia. La serie prodotta da LuxVide con RaiFiction si è evoluta, sono arrivati i giovanissimi (e il pubblico giovane, share del 35,2 per cento nella fascia 15-19 anni), si sono intrecciate le storie perché la realtà è complessa.
Per festeggiare questi vent'anni, Don Matteo 12, in onda su Rai1 nel 2020, sarà una collezione di dieci film (regia di Raffaele Androsiglio e Alexis Sweet) ispirati ai Dieci comandamenti con incursioni e ritorni: in una puntata riapparirà il capitano Tommasi (Simone Montedoro). Seduto nel camerino, Hill, all'anagrafe Mario Girotti, ottant'anni miracolosi, vestito come per scalare le Montagne rocciose - le mele nello zaino - assomiglia al personaggio che interpreta. Saggio e gentile. "Cosa ho imparato in questi vent'anni?" spiega sorridendo. "Per prima cosa che ho una certa resistenza, sia fisica che mentale".
Secondo lei perché piace Don Matteo?
"Perché tanta gente ama il giallo e la commedia. E nelle storie che raccontiamo i due generi si conciliano. La serie rispecchia il Paese e ogni anno che andiamo avanti lo rispecchia ancora di più".
È molto consolatorio...
"Mi dicono: 'Don Matteo mi fa stare tanto sereno', guardi che non è poco".
Com'è nato il personaggio?
"Molti anni fa stavo preparando per Mediaset la storia di un prete paracadutista. Non se n'è fatto niente, torno in America e mi chiama il mio agente. C'erano quattro copioni da leggere tra cui un progetto della Rai. All'inizio non riuscivo a immedesimarmi, il protagonista si chiamava Don Teodoro. Mi hanno chiesto di trovare un nome e ho pensato a Matteo, che è un nome tosto".
Le altre caratteristiche?
"Era furbo e atletico. Ho cercato subito di essere credibile, ma chi crede a un cowboy prete? Dovevo girare in motocicletta, avevo trovato una Guzzi fantastica. Ma il grande regista Enrico Oldoini mi spiega: questo prete deve essere sempre in movimento. La bicicletta dava al personaggio una forza incredibile".
Come ha lavorato sul linguaggio?
"Andando avanti l'ho cambiato molto, all'inizio Don Matteo faceva una predica. Spiegai subito: 'Quando c'è la parola peccato la cancello, per lo meno io non la dico. Non perché sia sbagliata ma questa idea del peccato ci ha tolto la libertà e l'amore per il cristianesimo'. Ho usato un linguaggio più semplice, ho scelto le riflessioni di Goethe o di Madre Teresa. Ero sicuro che le loro parole sarebbero arrivate".
Quindi Don Matteo non giudica?
"Mai. Tutto quello che era punitivo è sparito dall'inizio. Qualcuno, piuttosto importante, ha detto: 'Chi sono io per giudicare?'. E io ripeto: chi è Don Matteo per giudicare?".
Non giudicherà, ma per festeggiare i vent'anni i film si ispirano ai Comandamenti, che vanno rispettati.
"Intanto nelle storie o nei titoli non si dice che c'è un Comandamento. Lo puoi intuire, ma non si spiega esplicitamente: 'Non fare questo o quell'altro'. Non c'è l'interpretazione stretta del Comandamento, sono dieci film con una trama che riporta al decalogo".
Pensa che Don Matteo sia politico?
"Lo si può anche interpretare così. Rispecchia un certo modo di vedere le cose, che per me è naturale, ed è un privilegio della scrittura far capire sempre come la pensa. Non ha pregiudizi".
Con Nino Frassica come si è sviluppato il rapporto?
(ride) "Siamo una coppia... Amici veri, all'inizio parlava poco, andando avanti ci sono stati episodi di grande rispetto e vicinanza. Nino è molto riservato, ci mandiamo messaggi. Ci sono per lui, lui c'è per me".
Anche lei è molto riservato. Come concilia il suo carattere con la popolarità?
"L'affetto della gente ti travolge. L'ho sperimentato ai tempi dei film con Bud Spencer e lo vivo oggi. Lo sa che molti quando mi incontrano si mettono a piangere? La popolarità ha aspetti strani, ma ho sempre pensato che si deve essere grati. Sento la responsabilità nei confronti del pubblico, che mi dà gioia e forza".
Si è chiesto cosa vedono in lei?
"Qualcuno di cui fidarsi. Quando facevo cinema la richiesta era sempre la stessa: 'La prego continui a fare film, così posso portare al cinema le mie bambine'".
Don Matteo è un prete cowboy, come ha scoperto il western?
"Tramite Sergio Leone, da lui ho capito cosa sia una storia epica. Per Il mio nome è nessuno furono scritte tre sceneggiature che non andavano bene, voleva fare un western ispirato all'Odissea, l'epopea di Ulisse nel West".
Le è mancato il cinema in questi anni?
"No. Ho cominciato a dodici anni, mi sono sfogato. Molta gente non sa che ho fatto i musicarelli, Il gattopardo con Luchino Visconti, La lunga strada azzurra, bellissimo, con Gillo Pontecorvo, poi i film con Bud. Quindi ho fatto tutto".
Va al cinema?
"Poco e non vedo i blockbuster. Adesso mi piace guardare i film di Bertolucci, Bergman, Visconti. Mi piace come giravano i film, amo le storie dove non ci sono tanti tagli e ti godi le sequenze. Apprezzo come Alberto Sironi gira Montalbano, perché fa scene lunghe".
Schivo, poco mondano: voleva davvero fare l'attore?
"No, all'inizio non mi piaceva. Mi ha spinto mia madre. Per due anni ho frequentato Lettere e Filosofia all'università, finché non ho girato Il gattopardo. Da teenager volevo fare il pilota militare, quello era il mio sogno".
Com'è possibile che su di lei non giri un gossip?
"Ero timido, sono sempre stato riservato. Avevo un agente che mi ripeteva: 'Se non vai a questa festa, non farai carriera'. Non sono mai andato da nessuna parte".
Com'era il rapporto con Bud Spencer?
"Fraterno. Eravamo molto diversi, siamo diventati una coppia per caso, ci mise insieme nel 1967 Giuseppe Colizzi, che scrisse Il cane, il gatto e la volpe che poi uscì come Dio perdona... io no! Quando giravo con Bud mi trasformavo, c'era una grande sintonia. Ci siamo divertiti insieme e si divertiva il pubblico. Per mia madre eravamo come Stanlio e Ollio, mi diceva sempre: 'Perché non fate come loro e non girate una scena nel lettone?'".
È soddisfatto della sua vita?
"Non ho rimpianti".
Dove vive oggi?
"Da quando giro Don Matteo mi sono trasferito in Italia. Ho ripreso la cittadinanza ma mantengo il doppio passaporto. Mio padre era umbro. Mi sono cercato un piccolo casolare in Umbria. E l'ho trovato, immerso nel verde".
Si rifugia ancora nel suo ranch americano?
"Detto così sembra una grande proprietà. È una casa in Massachusetts, nel bosco, con gli animali che vengono a trovarmi: orsi e anche orsetti lavatori. In inverno la neve sfiora i due metri e mezzo, sono isolato. Ed è bellissimo".
Sul Venerdì del 26 luglio 2019