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Questa giungla è senza pietà. Il remake del Re Leone cancella l’innocenza del cartone

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È arrivata anche nelle sale italiane la versione iperrealistica del film di animazione, già nella top ten dei maggiori incassi della storia del cinema
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L'alleanza fra iene e leoni è finita malissimo, e non c'è cosa che le iene non rinfaccino ai leoni. L'alleanza fra manguste e facoceri promette di meglio? Stiamo parlando, ovviamente, del Re Leone, il film d'animazione uscito ieri in Italia, e già decretato il più redditizio di sempre dell'universo Disney (all'estero siamo a quasi un miliardo e mezzo di dollari d'incasso). A venticinque anni dalla versione cartoon - un autentico cult transgenerazionale, incasso da capogiro, nella top 50 dell'intera storia del cinema - quella live-action diretta da Jon Favreau si è già tirata dietro valutazioni molto critiche sull'eccesso (freddo) di realismo. La computer grafica ammazza la poesia? Le iene di cui sopra non sono divertenti, per dire. Se apparivano sceme e ridanciane nel cartone, qui diventano inquietanti, a tinte non dico horror ma parecchio nere. L'effetto documentario National Geographic - o, se volete, …
L'alleanza fra iene e leoni è finita malissimo, e non c'è cosa che le iene non rinfaccino ai leoni. L'alleanza fra manguste e facoceri promette di meglio? Stiamo parlando, ovviamente, del Re Leone, il film d'animazione uscito ieri in Italia, e già decretato il più redditizio di sempre dell'universo Disney (all'estero siamo a quasi un miliardo e mezzo di dollari d'incasso). A venticinque anni dalla versione cartoon - un autentico cult transgenerazionale, incasso da capogiro, nella top 50 dell'intera storia del cinema - quella live-action diretta da Jon Favreau si è già tirata dietro valutazioni molto critiche sull'eccesso (freddo) di realismo. La computer grafica ammazza la poesia? Le iene di cui sopra non sono divertenti, per dire. Se apparivano sceme e ridanciane nel cartone, qui diventano inquietanti, a tinte non dico horror ma parecchio nere. L'effetto documentario National Geographic - o, se volete, alla Terrence Malick quando si perde nel paesaggio "into the wild" - è difficile negarlo, però tutto è così incredibilmente preciso e vivido che si resta ammirati il giusto. Un 3D senza gli occhialetti: il folto pelo del branco leonino ti pare quasi di poterlo sfiorare. Si ride poco - salvo che nelle goffe apparizioni del duo suricato e facocero, Timon e Pumbaa, doppiati nell'edizione italiana da Edoardo Leo e Stefano Fresi. Le voci di Marco Mengoni e di Elisa sono prestate ai protagonisti, il leone giovane Simba e la sua fidanzata leonessa Nala. Quella di Luca Ward per Mufasa, l'ammirato padre del nuovo re, accentua il tono sentenzioso e solenne delle sue frasi, a tratti perfino ecologiste. Il piccolo principe segue - letteralmente - le orme paterne, solo dopo aver goduto di un dorato e riposante esilio. "Hakuna Matata", no? Quello non si tocca.

Una scena del cartone Disney del 1994 


Più che la matrice shakespeariana dell'originale, Amleto e il marcio nella giungla, qui c'è però un passo da Trono di Spade: con lo zio Scar, non acido, risentito e snob com'era nel '94 ma truce e inquietante. Promette alle iene: "Nessuno mi contrasta, possiamo prendere ciò che vogliamo". E forse il punto è proprio questo, le Terre del Branco, il regno di Mufasa e Simba, si sono in un quarto di secolo incupite parecchio; la buffoneria degli spiritati e spiritosi mostri Disney old style è tenuta decisamente a freno, e qui la crudeltà diventa seria. Nel solco della produzione Disney recente, il mondo raccontato è più adulto - e fra chi recensisce in rete la delusione è palpabile. Manca, dicono in molti, il fascino e la magia dell'originale. Il rischio di certe severe valutazioni è nella bolla di nostalgia, nella retro-mania degli spettatori invecchiati nel ventunesimo secolo? O manca davvero qualcosa? Un anonimo recensore americano azzanna la mega-produzione definendola acchiappa-soldi, semplicistica e pronta a divorare "la tua nostalgia". Ci risiamo. Il regista difende la sua creatura come un avventuroso film per famiglie, dove dolore e felicità si danno il cambio. Il cerchio della vita, insomma - rimasto nella intramontabile (e confermatissima) colonna sonora.
"Oh no, è morto" esclama un bambino alla prima proiezione pomeridiana in un cinema romano. Siamo alla scena-madre, anzi padre, della tragica dipartita di Mufasa. A fine primo tempo, si volta verso la madre e le chiede: "Hai pianto?". La mamma sorride con gli occhi lucidi, lui si distrae e si tuffa nei popcorn. La sala, per essere le due di un caldo pomeriggio d'agosto, è abbastanza affollata. Età media? Difficile dire. Hai i bambini sotto il metro, gli adolescenti in gruppo (una si toglie le cuffie solo quando è sicura che il film stia iniziando davvero), le mamme dei bambini sotto il metro (solo un papà), e qualche over 20 con l'aria un po' nerd. Per affrettarsi al primissimo spettacolo dev'essere una questione abbastanza sentita. E non sono il solo trentenne. Il coetaneo che incontro, senza conoscermi, mi propone di fare a metà col prezzo del biglietto: "Ho una promozione" mi dice, e mi guarda complice. Siamo quelli che avevano l'età giusta per l'antico Re Leone e, misteriosamente, anche per il nuovo. Non ho il coraggio di chiedergli perché avesse tanta urgenza, ma lo vedo nel chiarore dello schermo tenere il tempo alle note giocose di Hakuna Matata. Forse nell'unica, lunga e avvolgente scena in cui questo iperrealistico Re Leone sembra davvero e fino in fondo un film per bambini. Cresciuti o no che siano, ma persuasi che una vita senza pensieri sia l'unica invidiabile. Il film li smentisce: anche troppo. Ma a questo proposito, l'alleanza fra manguste e facoceri sembra quella da cui aspettarsi, al momento, qualche sogno in più.