Venezia - È passato il mondo alla 76esima Mostra del Cinema che si chiude domani con leoni, coppe e ogni sorta di premi, negli 11 giorni in cui il resto d'Italia si infeltriva come un golf lavato male: giorni e giorni immobili e ripetitivi come in preda a un maleficio, in un vuoto di governo e di senso. E intanto nelle dodici sale della Mostra un film dietro l'altro dall'alba alla notte, code su code soprattutto di giovani con i loro micidiali zainoni sulla schiena, tappeti rossi irti di influencer, un pubblico cinefilo mai così numeroso, dall'aria rasserenata, felice, di chi è uscito dalla piccolo monotonia italiana per respirare cultura e bellezza, anche l'orrore, ma quello vero, da conoscere per opporsi. Sugli schermi scorrevano il passato e il futuro, le guerre antiche e contemporanee, la finanza e la politica internazionali, le dittature e le rivoluzioni; e anche quel che resta della famiglia, ovunque sospesa nel proprio scontento.
Sarebb…
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Venezia - È passato il mondo alla 76esima Mostra del Cinema che si chiude domani con leoni, coppe e ogni sorta di premi, negli 11 giorni in cui il resto d'Italia si infeltriva come un golf lavato male: giorni e giorni immobili e ripetitivi come in preda a un maleficio, in un vuoto di governo e di senso. E intanto nelle dodici sale della Mostra un film dietro l'altro dall'alba alla notte, code su code soprattutto di giovani con i loro micidiali zainoni sulla schiena, tappeti rossi irti di influencer, un pubblico cinefilo mai così numeroso, dall'aria rasserenata, felice, di chi è uscito dalla piccolo monotonia italiana per respirare cultura e bellezza, anche l'orrore, ma quello vero, da conoscere per opporsi. Sugli schermi scorrevano il passato e il futuro, le guerre antiche e contemporanee, la finanza e la politica internazionali, le dittature e le rivoluzioni; e anche quel che resta della famiglia, ovunque sospesa nel proprio scontento.
Sarebbe una bella lezione fuori dai nostri orizzonti se i nuovi ministri appena insediati (e naturalmente già criticati) vedessero una parte di quei film, specialmente il nuovo bizzarro ministro degli Esteri, per fargli sapere che l'estero esiste davvero e vive assieme a noi. Ecco e non solo per lui, una lezione sull'amico Putin, che solo a osservarlo sullo schermo con quella nuova faccia gonfia e liscia, mette minimo a disagio se non paura, mentre stravince nella sua Russia e gli oppositori scompaiono. Il suo sguardo obliquo e la sua voce monotona non vincono nelle velocissime due ore di Citizen K, dell'americano Alex Gibney, sulla bella faccia e la serena eloquenza di Mikhail Khodorkovsky che si è preso un tempo lunghissimo di applausi: non si sa se per il suo passato di gangster oligarca del petrolio e uomo più ricco della Russia, o perché, scegliendo di entrare in politica per opporsi a Putin, si è fatto 10 anni di galera siberiana. Adesso, da Londra, spende la sua fortuna per finanziare gli antiputin.
Si sono visti film che potrebbero interessare la neo ministra delle Pari Opportunità e Famiglia Elena Bonetti subito detestata dai family day, per certe disperazioni contemporanee: il ragazzo che ignora lo sperdimento del padre, l'adolescente che, diventato precocemente padre appassionato, si prostituisce per raccattare un po' di soldi, quelli che si invaghiscono di una donna che potrebbe essere la loro mamma. C'è una donna saudita, medico, che affronta quotidianamente il rifiuto dei malati maschi orrificati dall'idea di essere toccati da lei: The Perfect Candidate di Haifaa al-Mansour racconta quel che sappiamo male, cioè come la vita oppressa delle donne in quel ricchissimo e crudele paese sta cambiando, finalmente possono guidare, anche se ancora non possono viaggiare se non con il permesso di un maschio che ne è il tutore, e si candidano alle elezioni locali: e finalmente gli uomini ottengono il diritto di suonare musica e ascoltarla in pubblico.
I filippini da anni vengono in Europa a lavorare e intanto la novantenne Imelda Marcos vedova del presidente Ferdinand, non solo è tornata nel suo palazzo di Manila, ma sta brigando perché suo figlio Bongbong faccia carriera politica e la famiglia torni a regnare. La vediamo nel documentario dell'americana Lauren Greenfield, The Kingmaker, mentre si trucca, cambia abiti lucenti, distribuisce elemosine, di nuovo amata, venerata. I filippini hanno dimenticato i dieci anni di corte marziale con lo sterminio degli oppositori, i milioni di dollari rubati, la fuga alle Hawaii. I dittatori ritornano più amati di prima, facciamo attenzione.
Il regista greco Costa-Gavras, 86 anni, riesce a rendere il suo film dal titolo ironico, Adults in the room, un thriller-verità pieno di colpi di scena, che si svolge quasi esclusivamente nel grande emiciclo in cui si riuniscono attorno alla Troika i ministri delle finanze degli Stati Europei. È il 2015 e Varoufakis (l'attore Christos Loulis è identico, la moglie è Valeria Golino) appena eletto con il partito di sinistra Syriza, primo ministro Tsipras, lotta per ottenere una dilazione nel pagamento dell'enorme debito greco. I protagonisti della realtà sono chiamati col nome, Mario (Draghi), Christine (Lagarde), la più conciliante, i "nemici", il presidente del comitato finanziario, il ministro tedesco in sedia a rotelle. Ispirato alle memorie di Varoufakis pubblicate anche in Italia, si prende un bello spavento, non baciando il rosario ma sperando nel talento del nuovo ministro dell'Economia e Finanze Roberto Gualtieri.
C'è naturalmente la guerra: quella medioevale vinta da Enrico V d'Inghilterra per chi ama i massacri tipo Trono di Spade, (The King), c'è una inestricabile guerra contemporanea in Iraq (Mosul) che lascia esterrefatti anche se questa storia è vera, raccontata dal New Yorker: tutti sparano a tutti e non si capisce come si identifichi il nemico, in una città vuota e in macerie (ricostruita); è una pazzia collettiva senza nemici perché tutti lo sono e quel che conta non è vincere ma proprio sparare, come nei videogiochi; la domanda che non ha risposta è chi fornisce quelle armi potenti a tutti, chi paga e perché, se poi non resta nulla e nessuno.
Poi c'è J'accuse di Polanski con il caso Dreyfus e l'antisemitismo insensato dei potenti. Quello dovrebbero vederlo tutti perché è meraviglioso.
Sarebbe una bella lezione fuori dai nostri orizzonti se i nuovi ministri appena insediati (e naturalmente già criticati) vedessero una parte di quei film, specialmente il nuovo bizzarro ministro degli Esteri, per fargli sapere che l'estero esiste davvero e vive assieme a noi. Ecco e non solo per lui, una lezione sull'amico Putin, che solo a osservarlo sullo schermo con quella nuova faccia gonfia e liscia, mette minimo a disagio se non paura, mentre stravince nella sua Russia e gli oppositori scompaiono. Il suo sguardo obliquo e la sua voce monotona non vincono nelle velocissime due ore di Citizen K, dell'americano Alex Gibney, sulla bella faccia e la serena eloquenza di Mikhail Khodorkovsky che si è preso un tempo lunghissimo di applausi: non si sa se per il suo passato di gangster oligarca del petrolio e uomo più ricco della Russia, o perché, scegliendo di entrare in politica per opporsi a Putin, si è fatto 10 anni di galera siberiana. Adesso, da Londra, spende la sua fortuna per finanziare gli antiputin.
Si sono visti film che potrebbero interessare la neo ministra delle Pari Opportunità e Famiglia Elena Bonetti subito detestata dai family day, per certe disperazioni contemporanee: il ragazzo che ignora lo sperdimento del padre, l'adolescente che, diventato precocemente padre appassionato, si prostituisce per raccattare un po' di soldi, quelli che si invaghiscono di una donna che potrebbe essere la loro mamma. C'è una donna saudita, medico, che affronta quotidianamente il rifiuto dei malati maschi orrificati dall'idea di essere toccati da lei: The Perfect Candidate di Haifaa al-Mansour racconta quel che sappiamo male, cioè come la vita oppressa delle donne in quel ricchissimo e crudele paese sta cambiando, finalmente possono guidare, anche se ancora non possono viaggiare se non con il permesso di un maschio che ne è il tutore, e si candidano alle elezioni locali: e finalmente gli uomini ottengono il diritto di suonare musica e ascoltarla in pubblico.
I filippini da anni vengono in Europa a lavorare e intanto la novantenne Imelda Marcos vedova del presidente Ferdinand, non solo è tornata nel suo palazzo di Manila, ma sta brigando perché suo figlio Bongbong faccia carriera politica e la famiglia torni a regnare. La vediamo nel documentario dell'americana Lauren Greenfield, The Kingmaker, mentre si trucca, cambia abiti lucenti, distribuisce elemosine, di nuovo amata, venerata. I filippini hanno dimenticato i dieci anni di corte marziale con lo sterminio degli oppositori, i milioni di dollari rubati, la fuga alle Hawaii. I dittatori ritornano più amati di prima, facciamo attenzione.
Il regista greco Costa-Gavras, 86 anni, riesce a rendere il suo film dal titolo ironico, Adults in the room, un thriller-verità pieno di colpi di scena, che si svolge quasi esclusivamente nel grande emiciclo in cui si riuniscono attorno alla Troika i ministri delle finanze degli Stati Europei. È il 2015 e Varoufakis (l'attore Christos Loulis è identico, la moglie è Valeria Golino) appena eletto con il partito di sinistra Syriza, primo ministro Tsipras, lotta per ottenere una dilazione nel pagamento dell'enorme debito greco. I protagonisti della realtà sono chiamati col nome, Mario (Draghi), Christine (Lagarde), la più conciliante, i "nemici", il presidente del comitato finanziario, il ministro tedesco in sedia a rotelle. Ispirato alle memorie di Varoufakis pubblicate anche in Italia, si prende un bello spavento, non baciando il rosario ma sperando nel talento del nuovo ministro dell'Economia e Finanze Roberto Gualtieri.
C'è naturalmente la guerra: quella medioevale vinta da Enrico V d'Inghilterra per chi ama i massacri tipo Trono di Spade, (The King), c'è una inestricabile guerra contemporanea in Iraq (Mosul) che lascia esterrefatti anche se questa storia è vera, raccontata dal New Yorker: tutti sparano a tutti e non si capisce come si identifichi il nemico, in una città vuota e in macerie (ricostruita); è una pazzia collettiva senza nemici perché tutti lo sono e quel che conta non è vincere ma proprio sparare, come nei videogiochi; la domanda che non ha risposta è chi fornisce quelle armi potenti a tutti, chi paga e perché, se poi non resta nulla e nessuno.
Poi c'è J'accuse di Polanski con il caso Dreyfus e l'antisemitismo insensato dei potenti. Quello dovrebbero vederlo tutti perché è meraviglioso.