Renée Zellweger è Garland: "La mia Judy, fragile e gigante"
Filippo Brunamonti
,
di FILIPPO BRUNAMONTI
Incontro con l'attrice al Toronto Film Festival dove ha presentato il biopic in cui interpreta la star di Hollywood. "Ho avuto paura di fare i conti con un'eredità storica e artistica senza pari"
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TORONTO - Da qualche parte "oltre l'arcobaleno" la Dorothy de Il mago di Oz stava aspettando Renée Zellweger. Nel film biografico di Rupert Goold Judyl'ex Bridget Jones si trasforma in Judy Garland e punta all'Oscar. Di statuette ne ha già una (quella per Ritorno a Cold Mountain, 2004) ma lei, venticinque anni di carriera e un exploit di nome Chicago dove cantava e danzava, non dà peso ai premi: "Tengo l'Oscar sul comodino, quando lo guardo penso che sia un souvenir". Intanto porta a casa la standing ovation che il pubblico del Toronto Film Festival le ha tributato al termine della proiezione. "Che onore diventare l'anima di È nata una stella e Incontriamoci a Saint Louis" sorride l'attrice quando la incontriamo al Princess of Wales Theatre, abito celeste e tacchi d'argento, "è la più grande star mai esistita".
TORONTO - Da qualche parte "oltre l'arcobaleno" la Dorothy de Il mago di Oz stava aspettando Renée Zellweger. Nel film biografico di Rupert Goold Judyl'ex Bridget Jones si trasforma in Judy Garland e punta all'Oscar. Di statuette ne ha già una (quella per Ritorno a Cold Mountain, 2004) ma lei, venticinque anni di carriera e un exploit di nome Chicago dove cantava e danzava, non dà peso ai premi: "Tengo l'Oscar sul comodino, quando lo guardo penso che sia un souvenir". Intanto porta a casa la standing ovation che il pubblico del Toronto Film Festival le ha tributato al termine della proiezione. "Che onore diventare l'anima di È nata una stella e Incontriamoci a Saint Louis" sorride l'attrice quando la incontriamo al Princess of Wales Theatre, abito celeste e tacchi d'argento, "è la più grande star mai esistita".
La diva delle dive: Renée Zellweger è 'Judy'
Per Il mago di Oz e Piccoli attori Garland - aveva 17 anni - ricevette un Academy Juvenile Award, l'Oscar per i giovani. Lottò per anni con i padroni degli Studios, tra cui Louis B. Mayer che le rovinò l'infanzia. Tratto da un lavoro teatrale di Peter Quilter (End of the Rainbow), in sala in Italia entro la fine dell'anno con Notorious Pictures e ambientato nell'ultimo anno di vita di Garland, il 1969, Judy segue la diva nella fase londinese, quando si esibiva nel nightclub Talk of The Town. Dipendente da alcol e barbiturici, l'ex marito Sidney Luft (Rufus Sewell) che chiede l'affidamento dei figli, un debito da 4 milioni di dollari pende sulla sua testa impastata di fumo e lacca per capelli.
A cinquant'anni dalla morte è una bella responsabilità far rivivere un'icona di Hollywood.
"Sono stata fortunata perché il suo spirito è ancora intatto, insieme alla sua bellezza, all'empatia e all'umiltà. Nel film la incontriamo nel capitolo più fragile della sua carriera e mi ha affascinato il lato umano di una donna abituata a stare sotto i riflettori sin da bambina".
Renée Zellweger al Toronto Film Festival. In alto, in una scena di 'Judy' (afp) Ci si ritrova?
"Mi identifico nel senso di resilienza. Qualche anno fa i media mi attaccarono (puntando il dito su un presunto ritocco estetico, ndr). Risposi: comportandovi così mercificate le donne. Quanto a Judy, sono tra quelli che hanno sempre pensato di conoscerla: l'ho data per scontata, come succede per le persone che amiamo nella vita. Per me era sempre lì, presente".
Parrucca, makeup e una performance di "Over the rainbow" da applausi. Non ha avuto paura di diventare Judy Garland?
"Ho avuto paura di fare i conti con quella che qua chiamiamo legacy, un'eredità storica e artistica senza pari. Ci vogliono responsabilità e senso critico. A un certo punto ho avuto la sensazione di non sapere più dove mi stessi cacciando, guardavo ore e ore di video su YouTube, spulciavo forum, fanpage, biografie... Ma non fraintendetemi: essere Judy Garland senza mai uscire dal personaggio, dalla sala-trucco al set, è un dono per un'attrice. E ricreare momenti come le esibizioni dal vivo di I'll go my way by myself e Come rain or come shine, di fronte a una platea di trecento attori, è stata un'avventura. Over the rainbow, in particolare, rappresenta il momento più alto del rapporto che Judy aveva con il suo pubblico. Era un po' come se quella canzone la riportasse all'infanzia e le restituisse speranza".
Renée Zellweger in 'Judy'
Il film si apre con Judy ragazzina sul set de "Il mago di Oz". La macchina da presa la segue lungo la strada dei mattoni gialli. Secondo lei il cinema è magico?
"Per me è sempre stato trasformativo. Un grande gioco in cui mi è concesso dar vita a una leggenda di Hollywood come Judy Garland e rinegoziare una prospettiva, un punto di vista, un'idea su un personaggio dello spettacolo. Se a un attore togli il gusto di esplorare le emozioni umane, gli porti la via la magia, per l'appunto".
Quali sono le sue icone del trasformismo?
"David Bowie è certamente il primo, seguito da Herbie Hancock e Daniel Day-Lewis. E naturalmente Judy".
Che opinione ha dei media?
"Penso che a partire dalla metà degli anni Novanta le notizie siano diventate merce da vendere e che si faccia più attenzione al titolo di un giornale che al contenuto. La linea tra news e spettacolo diventa ambigua. Ci sono modi migliori di far soldi. Perché puntare gli occhi sul chiacchiericcio, quando là fuori ci sono così tante storie che meritano di essere raccontate?".