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On the runway with the Starship (c) Sam Emerson (courtesy of Rocket Entertainment) 

Elton John: “Quando i medici mi dissero che mi restavano ventiquattr'ore”

In anteprima alcuni brani della biografia del cantante britannico, "Me", in uscita il 15 ottobre (Mondadori). Gli ultimi anni turbolenti del rapporto familiare - TERZA PARTE: il tumore e le complicazioni dopo l'operazione; l'amicizia complicata con Lady Diana; il rapporto con John Lennon; gli scherzi con l'amico Rod Stewart
15 minuti di lettura
David aveva messo per iscritto una serie di date della vita scolastica di Zachary ed Elijah: l'inizio di ogni trimestre, gli anni in cui sarebbero passati dall'asilo alla scuola elementare e poi alle superiori, quando avrebbero affrontato gli esami.
"Per quante di queste cose vuoi esserci?" chiese. "Puoi programmare le date dei tour intorno a queste."
Guardai il foglio. Una mappa accurata della loro vita. Arrivati alle ultime date, non sarebbero stati più bambini, ma adolescenti, giovani uomini. E io un ottantenne o giù di lì.
"Per tutte" disse alla fine. "Voglio esserci per tutte."
David inarcò le sopracciglia. "In questo caso, devi pensare a cambiare vita. A smettere con i tour."
Mi sono abituato alla paternità molto più facilmente del previsto. Mi piaceva fare le cose di tutti i giorni con i bambini: portarli al cinema di sabato, andare a Legoland e a incontrare Babbo Natale al Winds…
David aveva messo per iscritto una serie di date della vita scolastica di Zachary ed Elijah: l'inizio di ogni trimestre, gli anni in cui sarebbero passati dall'asilo alla scuola elementare e poi alle superiori, quando avrebbero affrontato gli esami.
"Per quante di queste cose vuoi esserci?" chiese. "Puoi programmare le date dei tour intorno a queste."
Guardai il foglio. Una mappa accurata della loro vita. Arrivati alle ultime date, non sarebbero stati più bambini, ma adolescenti, giovani uomini. E io un ottantenne o giù di lì.
"Per tutte" disse alla fine. "Voglio esserci per tutte."
David inarcò le sopracciglia. "In questo caso, devi pensare a cambiare vita. A smettere con i tour."
Mi sono abituato alla paternità molto più facilmente del previsto. Mi piaceva fare le cose di tutti i giorni con i bambini: portarli al cinema di sabato, andare a Legoland e a incontrare Babbo Natale al Windsor Great Park.
E adoravo il fatto che avere figli mi permettesse di entrare in contatto con il villaggio più vicino a Woodside. Ci vivevo dalla metà degli anni Settanta senza aver mai conosciuto davvero la gente del posto. Ma, quando i bambini hanno cominciato l'asilo e la scuola, si sono fatti degli amici, e i loro genitori sono diventati nostri amici. A loro non interessava chi fossi. A una mamma preoccupata all'uscita da scuola non importa tanto chiederti come avete fatto tu e Bernie a scrivere Bennie and the Jets o com'era la principessa Diana, quanto parlare delle uniformi, dei pranzi al sacco e della difficoltà di assemblare un costume per la recita di Natale con quarantott'ore di preavviso; e a me andava bene.
Mi sono sempre visto come un musicista in attività. Mi vantavo del fatto che il mio calendario di oggi non era diverso da quello degli anni Settanta: centoventi concerti all'anno. Mi piaceva dire che sarei stato contento di morire sul palco.
Ma la lista di date scolastiche compilata da David mi aveva destabilizzato. I miei figli sarebbero cresciuti una volta sola. Non volevo essere alla Taco Bell Arena di Boise mentre succedeva. Cominciammo a fare piani per un tour d'addio. Doveva essere più grande e più spettacolare che mai, una grande festa, un ringraziamento a chi aveva comprato album e biglietti in tutti quegli anni.
I piani per il tour d'addio erano già in atto quando seppi di avere il cancro. Lo scoprirono durante un controllo di routine. Il mio medico notò che il livello di antigeni prostatico specifici nel sangue era leggermente aumentato, e mi mandò da un oncologo per una biopsia. Il risultato fu positivo. Sentire la parola "cancro" non mi sconvolse come avrebbe potuto. Si trattava di un cancro alla prostata. Non è uno scherzo, ma è incredibilmente diffuso, l'avevano preso agli stadi iniziali, e inoltre ho la fortuna di avere una costituzione che mi fa riprendere bene dalle malattie.
Più di recente, sono riuscito a fare nove concerti, affrontare voli di ventiquattr'ore ed esibirmi con i Coldplay durante un ballo di raccolta fondi per l'aids Foundation, il tutto con l'appendice scoppiata: i medici mi avevano detto che avevo un'infezione al colon. Sarei potuto morire: normalmente, quando scoppia, l'appendice provoca una peritonite, che ti uccide nel giro di qualche giorno. Mi rimossero l'appendice, passai un paio di giorni in ospedale e qualche settimana di recupero a Nizza, poi tornai on the road. Sono fatto così. Se non avessi questa costituzione, tutta la droga che ho preso mi avrebbe ucciso decenni fa.
L'oncologo mi disse che avevo due alternative. Una era rimuovere chirurgicamente la prostata. L'altra era un ciclo di radio e chemioterapia, il che significava che sarei dovuto tornare in ospedale decine di volte. Scelsi subito l'operazione. Parecchi uomini non vogliono farla, perché è un'operazione importante: non puoi fare sesso per almeno un anno e non riesci a controllare la vescica per un po', ma di fatto furono i miei figli a prendere la decisione al posto mio. Non mi piaceva l'idea del cancro che incombeva su di me - su di noi - per gli anni a venire: volevo sbarazzarmene.
Mi feci operare a Los Angeles, in fretta e senza clamori. L'operazione fu un grande successo.
Solo quando arrivai a Los Angeles notai che qualcosa non andava. Al mattino mi svegliai con una sensazione di disagio. Con l'avanzare della giornata, il dolore peggiorò sempre di più. La band suggerì di cancellare lo spettacolo, ma rifiutai. Prima che vi stupiate per il mio coraggio e la mia professionalità senza pari, devo sottolineare che preferivo andare in scena che rimanere seduto a casa senza niente da fare ma provando lo stesso identico dolore.
Venne fuori che soffrivo di una complicazione rara e inaspettata: dai miei linfonodi fuoriusciva del fluido. Me lo drenarono in ospedale e il dolore andò via. Poi il fluido si accumulò ancora e il dolore tornò. Fantastico: un'altra elettrizzante serata di agonia e incontinenza sul palco del Caesar's Palace. Il ciclo andò avanti per due mesi e mezzo, prima che lo curassero per caso: una colonscopia di routine eliminò il fluido permanentemente, pochi giorni prima del mio settantesimo compleanno.
Festeggiai a Hollywood. David portò Zachary ed Elijah da Londra come sorpresa. Ryan Adams, Rosanne Cash e Lady Gaga si esibirono. Il principe Harry mandò un video in cui mi faceva gli auguri indossando un paio di occhiali alla Elton John.
Fu una serata magica. Non avevo il cancro, non avevo dolore. L'operazione era riuscita. Le complicazioni erano state risolte. Stavo per tornare in tour, in Sud America. Tutto era tornato alla normalità.
Finché per poco non morii.
Ero su un volo di ritorno da Santiago, quando cominciai a sentirmi male. Non smettevo di tremare. Arrivai a casa e chiamai il medico. La febbre era calata, e lui mi consigliò di riposarmi. Il mattino dopo mi svegliai sentendomi peggio che mai. Mi portarono al King Edward VII Hospital di Londra. Mi fecero una tac e notarono che qualcosa non andava. Le mie condizioni erano così gravi che l'ospedale non aveva l'attrezzatura per affrontarle. Dovettero trasferirmi alla London Clinic.
Il mio ultimo ricordo è che ero in iperventilazione mentre cercavano di trovare una vena per farmi un'iniezione. Ho braccia molto muscolose, perciò è difficile, e per giunta odio gli aghi. Alla fine fecero arrivare un'infermiera russa, che sembrava aver indossato l'uniforme appena dopo un allenamento mattutino con la squadra olimpica di lancio del peso, e alle due e mezzo ero sul tavolo operatorio: c'era altro fluido linfatico, questa volta nel diaframma, e bisognava drenarlo. Passai i due giorni successivi in terapia intensiva. Quando mi svegliai, mi dissero che avevo contratto una grave infezione in Sud America, e che la stavano curando con dosi massicce di antibiotici, per via endovenosa. Sembrava tutto a posto, ma poi tornò la febbre. Raccolsero un campione del tessuto infetto e lo coltivarono in una piastra di Petri. Era molto più grave di quanto avessero pensato Mi fecero delle risonanze magnetiche e Dio sa quante altre procedure. I medici dissero a David che mi restavano ventiquattr'ore. Se il tour in Sud America fosse continuato per un altro giorno, ci sarei rimasto.
Fui incredibilmente fortunato - ero circondato da una squadra fantastica e avevo le migliori cure mediche - anche se, devo ammettere, all'epoca non la vedevo così. Non riuscivo a dormire. Ricordo solo che stavo a letto, sveglio tutta la notte, a chiedermi se sarei morto.
Dopo undici giorni mi permisero di uscire. Ci misi sette settimane a riprendermi, imparando di nuovo a camminare. Era il genere di riposo forzato che normalmente mi avrebbe fatto impazzire - non ricordavo l'ultima volta che ero rimasto a casa così a lungo - , ma, per quanto mi sentissi male, scoprii che mi piaceva. Mi adagiai in una specie di routine domestica, lavoricchiando nel parco in attesa che i ragazzi tornassero da scuola .
In ospedale, da solo nel cuore della notte, avevo pregato: per favore non farmi morire, per favore fammi rivedere i miei ragazzi, per favore dammi un po' più di tempo. Stranamente, sembrava che il tempo che avevo passato a riprendermi fosse la risposta alle mie preghiere: se vuoi altro tempo, devi imparare a vivere così, devi rallentare. Fu come se mi venisse mostrata una vita diversa, una vita che capii di amare più di quella on the road. Ogni dubbio residuo sul ritiro dai tour svanì all'istante. La musica era meravigliosa, ma non quanto Zachary che mi raccontava ciò che era successo al raduno dei boy scout o a un allenamento di calcio.

Passing on my expertise in shoping to the boys (c) David Furnish 

 
"La rivalità di Sylvester Stallone e Richard Gere per conquistare Lady Diana"
 
Avevo conosciuto Diana nel 1981, poco prima che lei e il principe Carlo si sposassero. Fu alla festa per il ventunesimo compleanno del principe Andrea nel castello di Windsor; io e Ray Cooper eravamo incaricati dell'intrattenimento. Fu una serata del tutto surreale. L'esterno del castello era illuminato da luci psichedeliche, e prima che ci esibissimo a intrattenere gli ospiti in sala da ballo ci aveva pensato una discoteca mobile. Siccome c'era anche la regina, e nessuno voleva offendere la sensibilità reale, il volume della musica fu abbassato il più possibile senza arrivare a spegnerlo del tutto. Il rumore dei piedi che si muovevano sul pavimento era più forte della musica. La principessa Anna mi chiese di ballare con lei Hound Dog di Elvis Presley. Si fa per dire, ballare: finii per strascicare goffamente prima un piede e poi l'altro, cercando di fare meno rumore possibile in modo da non coprire la musica. Se aguzzavi l'orecchio e ti concentravi, riuscivi quasi a sentire che il dj era passato da Elvis a Rock Around the Clock. Poi comparve la regina, con la sua borsetta. Venne a chiederci se poteva unirsi a noi. Così ora tentavo di ballare senza far rumore con la principessa Anna e la regina - che teneva ancora la sua borsetta - mentre la discoteca più silenziosa del mondo suonava Bill Haley.
So che l'immagine pubblica della regina non è improntata a una scatenata frivolezza, ma penso che dipenda più che altro dalla natura del suo ruolo. Ma in privato sa essere esilarante. A un'altra festa, la vidi avvicinarsi al visconte di Linley per chiedergli di passare a trovare la sorella, che aveva avuto un malore e si era ritirata in camera sua. Dopo che lui aveva tentato più volte di scaricarla, la regina lo schiaffeggiò leggermente, dicendo: "Non" - schiaffo - "discutere" - schiaffo - "con" - schiaffo - "me" - schiaffo - "che" - schiaffo - "sono" - schiaffo - "la regina!". Funzionò. Mentre lui si allontanava, lei si accorse che la osservavo, mi fece l'occhiolino e se ne andò.
Eppure, a prescindere da quanto fossero buffi o normali i membri della famiglia reale, che mi chiedessero se mi ero fatto di coca prima di salire sul palco o mi facessero l'occhiolino dopo aver preso a schiaffi il nipote, arrivava inevitabilmente un momento in cui finivo per sentirmi fuori posto, e a pensare: "Che assurdità. Sono un musicista che viene dalle case popolari di Pinner Road: che ci faccio qui?". Ma con Diana non era così. Aveva un talento naturale per le relazioni sociali, una capacità di mettere la gente completamente a proprio agio. I figli hanno ereditato questa caratteristica, in particolare il principe Harry; è proprio come sua madre, totalmente privo di interesse per la formalità o la grandeur. La famosa foto in cui tiene la mano di un malato di aids al Middlesex Hospital di Londra: ecco com'era Diana. Non penso che volesse necessariamente dimostrare qualcosa, ma è inutile dire che lo fece: in quel momento, cambiò per sempre l'atteggiamento pubblico verso l'aids. Aveva appena conosciuto una persona che soffriva, che stava morendo fra dolori atroci: perché non toccarla? Dare conforto agli altri è un impulso naturale e umano.
Quella sera del 1981, Diana arrivò nella sala da ballo e c'intendemmo all'istante. Finimmo per fingere di ballare il Charleston mentre ridevamo sguaiatamente per quanto era moscia la discoteca. Era una compagnia favolosa, la migliore ospite a cena, incredibilmente indiscreta, una vera pettegola: le potevi chiedere qualunque cosa e lei te la raccontava.
Ma, se Diana era riuscita a conquistare me, non era niente in confronto all'impatto che poteva avere sugli uomini etero. Sembrava che in sua presenza perdessero del tutto la testa: erano completamente stregati. Quando stavo lavorando al Re leone, Jeffrey Katzenberg, il capo della Disney, venne in Inghilterra, e a Woodside demmo una cena per lui e sua moglie Marilyn. Chiesi se c'era qualcuno che volevano incontrare in Gran Bretagna, e immediatamente risposero "la principessa Diana". Così invitammo lei, George Michael, Richard Curtis e sua moglie Emma Freud, Richard Gere e Sylvester Stallone, che si trovavano nel paese. Ci fu una scena assurda. Fin da subito Richard Gere e Diana sembrarono molto presi l'uno dall'altra. Lei si era ormai separata dal principe Carlo, mentre Richard aveva appena rotto con Cindy Crawford, e finirono seduti insieme sul pavimento davanti al caminetto, assorbiti nella conversazione. Mentre noialtri chiacchieravamo, non potei fare a meno di notare una strana atmosfera nella stanza. A giudicare dagli sguardi che continuava a lanciare nella loro direzione, la vista dell'amicizia appena sbocciata tra Diana e Richard Gere non andava affatto giù a Sylvester Stallone. Penso che si fosse presentato alla festa con la precisa intenzione di rimorchiare Diana, solo per vedersi rovinare inaspettatamente i piani.
Finalmente, fu servita la cena. Ci spostammo in sala da pranzo e ci sedemmo a tavola. O quanto meno, la maggior parte di noi si sedette. Non c'era traccia di Richard Gere, e nemmeno di Sylvester Stallone. Aspettammo. Ancora nessuna traccia. Alla fine, chiesi a David di andare a cercarli. Tornò con entrambi, ma aveva un'espressione piuttosto livida.
"Elton" borbottò. "Abbiamo... un problema."
Venne fuori che, dopo essere uscito a cercarli, David aveva trovato Sylvester Stallone e Richard Gere nel corridoio, intenti a squadrarsi a vicenda e apparentemente in procinto di appianare le loro divergenze su Diana con una scazzottata. Era riuscito a calmare le acque fingendo di non aver capito la situazione - "Ehi, ragazzi! È ora di cena!" - , ma Sylvester non era soddisfatto. Dopo la cena, Diana e Richard Gere si rimisero davanti al fuoco, e alla fine Sylvester se ne andò in fretta e furia.
"Non sarei mai venuto" sbottò, mentre io e David l'accompagnavamo alla porta "se avessi saputo che c'era quel Principe Azzurro del cazzo." Poi aggiunse: "Se l'avessi voluta, me la sarei presa!".
Riuscimmo ad aspettare che l'auto si fosse allontanata prima di scoppiare a ridere. Tornati in soggiorno, Diana e Richard Gere si guardavano ancora rapiti. Lei sembrava completamente tranquilla. Forse non si era resa conto di niente. O forse cose del genere succedevano sempre e lei ci era abituata. Dopo la sua morte, la gente cominciò a parlare dell'Effetto Diana, cioè il modo in cui era riuscita a cambiare l'atteggiamento nei confronti della famiglia reale, dell'aids, della bulimia o della salute mentale. Ma, ogni volta che sentivo quell'espressione, pensavo a quella sera. Avevo conosciuto un altro Effetto Diana: quello che poteva spingere due superstar di Hollywood a prendersi quasi a pugni per le sue attenzioni a una cena, come una coppia di adolescenti idioti innamorati persi.
Per anni fu una carissima amica e poi, del tutto inaspettatamente, litigammo. La causa fu un libro curato da Gianni Versace, intitolato Rock and Royalty. Era una raccolta di ritratti di grandi fotografi. I proventi sarebbero andati all'aids Foundation, e lei aveva accettato di scrivere la prefazione. Poi ebbe paura. Penso che a Buckingham Palace non piacesse l'idea che un membro della famiglia reale avesse a che fare con un libro contenente scatti di uomini nudi avvolti in asciugamani. Così, all'ultimo, Diana ritirò la prefazione. Disse che non aveva idea del contenuto del libro, ma non era vero: Gianni le aveva mostrato il tutto e lei si era detta entusiasta. La rimproverai, dicendole quanti soldi lei era costata all'aids Foundation e ricordandole che aveva visto il libro. La lettera che ricevetti in risposta era molto formale e severa: "Caro signor John...". Ero arrabbiato con lei, ma ero anche preoccupato. Sembrava stesse perdendo i contatti con i suoi amici veri, quelli che erano sinceri con lei e le dicevano la verità. Si stava circondando, invece, di gente che le diceva ciò che voleva sentire. Sapevo per esperienza personale che non era una situazione salutare.
Venne con noi al funerale, ed era uno schianto. Quando entrò, i paparazzi in chiesa impazzirono: fu come se fosse arrivata la più grande star del mondo, e in effetti era così. Non mollarono per tutta la funzione, ma penso di dover sottolineare che la famosa foto in cui lei sembra consolarmi - quella in cui si china verso di me mentre ho gli occhi rossi e lucidi per il dolore - fu scattata in un momento del funerale in cui non stava facendo niente del genere. In realtà si stava allungando per prendere una mentina da David. Le calde parole di conforto che le uscirono dalle labbra in quell'esatto momento furono: "Dio, vorrei proprio una Polo".
In seguito le scrissi per ringraziarla, e lei rispose offrendosi di fare da sostenitrice dell'aids Foundation e chiedendomi se volessi far parte della sua organizzazione benefica contro le mine antiuomo. Ci saremmo incontrati la prossima volta che fossimo stati entrambi a Londra per discuterne a pranzo. Ma non ci fu una prossima volta.
Una domenica mattina, alla fine di agosto, fummo svegliati dal suono di un fax. David andò a leggerlo e tornò con un foglio di carta, con un messaggio scritto a mano da un amico di Londra: "Mi dispiace tantissimo per questa terribile notizia". A cosa si riferiva? Con un crescente senso di paura, accesi la televisione. E fu così che scoprii che la principessa Diana era morta.
Un paio di giorni dopo la sua morte, ricevetti una telefonata da Richard Branson. Mi disse che, nel firmare il libro di condoglianze a St James's Palace, molti scrivevano citazioni da Candle in the Wind. A quanto pareva, nel Regno Unito la suonavano spesso anche in radio: le stazioni avevano cambiato programmazione e trasmettevano musica triste per rispecchiare l'umore generale. Poi mi chiese se fossi disposto a riscrivere il testo e cantarlo al funerale. Penso che Richard fosse stato contattato dalla famiglia Spencer, che voleva un funerale per il popolo.
Così chiamai Bernie Taupin. Fu fantastico e si comportò come se scrivere una canzone che doveva essere approvata dalla regina e dall'arcivescovo di Canterbury fosse ordinaria amministrazione. Mi spedì il testo via fax la mattina dopo.
Insistetti per avere un gobbo accanto al piano, con sopra il nuovo testo di Bernie. Mi ero sempre rifiutato di usarlo. In parte perché mi sembrava contrario allo spirito spontaneo del rock and roll - sapete, sono piuttosto sicuro che Little Richard non leggesse le parole da un gobbo mentre registrava Long Tall Sally - , e in parte perché pensavo: "Su, fa' bene il tuo lavoro". Ci sono solo tre cose da fare sul palco: cantare intonati, suonare le note giuste e ricordarsi le parole. Se hai voglia di farne solo due, è meglio se ti cerchi un altro lavoro Ma quella volta pensai di poter ammorbidire un tantino le regole. Si trattava di un'esperienza unica, un evento singolo. In un certo senso era il concerto più grande della mia vita - per quattro minuti, sarei stato letteralmente al centro dell'attenzione mondiale - , ma allo stesso tempo non era un momento di Elton John, non riguardava me.
Ci fecero sedere nel sancta sanctorum, insieme alla famiglia reale. William e Harry erano completamente sotto shock. Avevano quindici e dodici anni, e il modo in cui furono trattati quel giorno fu assolutamente disumano. Li costrinsero ad attraversare le strade di Londra dietro la bara della madre, senza mostrare emozioni e guardando dritto davanti a sé. Un trattamento orrendo per due ragazzini che avevano appena perso la mamma.
Io però me ne resi conto a malapena. Più che ansia da prestazione, il mio era un timore specifico: e se fossi andato con il pilota automatico e avessi cantato la versione sbagliata? Avevo eseguito Candle in the Wind centinaia di volte. Non era del tutto escluso che potessi perdermi nell'esecuzione, dimenticarmi del gobbo e cantare le parole originali. Quanto sarebbe stato grave? Spaventoso. Varie parti del testo erano del tutto inappropriate per l'occasione. Sarebbe difficile trarsi d'impaccio dopo aver cantato di Marilyn Monroe trovata morta nuda, o dei tuoi sentimenti un po' più che sessuali, durante un funerale di stato.
A volte, devi semplicemente scendere in campo, anche se il campo è vari chilometri fuori dalla tua comfort zone. È come andare in profondità dentro te stesso, dimenticarti delle emozioni che forse stai provando e pensare: no, io sono un artista. È questo che faccio. Va' avanti.
Così andai avanti. Non ricordo molto dell'esibizione in sé, ma ricordo gli applausi alla fine. Sembrava che cominciassero fuori dall'Abbazia di Westminster e si diffondessero nella chiesa, il che probabilmente significava che la famiglia di Diana aveva centrato l'obiettivo: toccare la gente radunata all'esterno. Dopo il funerale, andai direttamente a uno studio in Shepherd's Bush, dove mi aspettava George Martin: volevano pubblicare la nuova versione di Candle in the Wind come singolo per finanziare un fondo benefico alla memoria istituito in onore di Diana. La cantai due volte, accompagnandomi al pianoforte, e andai a casa. Quando rientrai, David era in cucina con la tv accesa. Il corteo funebre era arrivato alla m1: la gente gettava fiori sul carro funebre di Diana dai cavalcavia dell'autostrada. Fu allora che crollai. Per tutto il giorno non ero riuscito a tirar fuori le emozioni. Avevo un lavoro da fare, e i miei sentimenti per la morte di Diana avrebbero potuto interferire con la mia capacità di farlo. Avevo realizzato il singolo più venduto dalla nascita delle classifiche. Una parte di me non riusciva a capire: cos'aveva di così irresistibile? In quali circostanze potevi aver voglia di metterla su? Io non lo facevo mai. La riascoltai in studio per approvare il mix, e poi mai più.
Alla fine, arrivai a sentirmi davvero a disagio per la longevità del singolo di beneficenza. Il suo successo faceva sì che settimana dopo settimana a "Top of the Pops" ci fossero riprese del funerale di Diana; sembrava che le persone si crogiolassero nella sua morte, come se il lutto fosse andato fuori controllo e si rifiutassero di andare avanti. Lo trovavo malato, morboso e innaturale. Non credevo proprio che Diana l'avrebbe voluto.
Così, quando Oprah Winfrey m'invitò nel suo talk show negli Stati Uniti per discutere del funerale, risposi di no. La Candle in the Wind per Diana non è mai comparsa in nessuno dei miei "Greatest Hits" e non è mai stata ripubblicata. Con i giornalisti ho sempre cercato di evitare l'argomento. Non è che volessi dimenticare tutto questo; volevo soltanto che la mia vita riacquistasse una parvenza di normalità.
 
 
"Quando riscrissi le parole di Imagine e le spedii a John Lennon"
 
Mi ero reso conto di aver esaurito le possibilità dello shopping terapeutico quando mi ero ritrovato a comprare un orologio a cucù che al posto del cucù aveva un grosso pene di legno che usciva e rientrava allo scoccare dell'ora. Lo regalai a John Lennon quando andai a trovarlo. Mi pareva un regalo adatto a un uomo che aveva tutto. In fatto di shopping, John e Yoko non erano messi meglio di me. I numerosi appartamenti del Dakota di cui erano proprietari erano così pieni di opere d'arte, antichità e indumenti di valore inestimabile che riscrissi le parole di Imagine e gliele spedii su una cartolina: "Imagine six apartments, it isn't hard to do, one is full of fur coats, another's full of shoes".

"Quando feci abbattare il dirigibile di Rod Stewart"

Per essere un uomo con una lunga e documentata ossessione per le bionde con le gambe lunghe, Rod possiede un’ironia sorprendentemente camp. Negli anni Settanta, non si fece pregare quando cominciammo a darci soprannomi femminili. Io ero Sharon, John era Beryl, Tony era Joy e Rod era Phyllis. Quando la stampa ha iniziato a chiedersi se perdevo i capelli e portavo il parrucchino, Rod si è premurato di inviarmi un regalo: uno di quei vecchi caschi sotto cui un tempo sedevano le signore dal parrucchiere. Ansioso di contraccambiare a tanta sollecitudine, gli ho spedito un deambulatore coperto di lucine colorate. Ancora oggi, quando mi accorgo che un suo album sta vendendo più del mio, so che da un giorno all’altro riceverò un’e-mail di questo tenore: "Ciao, Sharon, volevo solo farti sapere quanto mi dispiace che il tuo disco non sia nemmeno entrato nella Top 100, cara. Un vero peccato che il mio stia andando così bene, baci, Phyllis".
Il picco lo toccammo all’inizio degli anni Ottanta. Rod doveva esibirsi a Earls Court, e un dirigibile con sopra la sua faccia sorvolava il luogo del concerto. Quella settimana ero a Londra, e lo vedevo dalla finestra della mia stanza in albergo. Era un’opportunità troppo ghiotta. Chiamai il mio management, che incaricò qualcuno di abbatterlo: pare che fosse atterrato su un autobus a due piani diretto a Putney. Un’ora dopo, squillò il telefono. Era Rod.
"Dove cazzo è finito il mio dirigibile?" farfugliò. "Sei stata tu, vero? Stupida troia!"
Un anno dopo avevo un concerto all’Olympia, e i promoter avevano appeso un enorme striscione da una parte all’altra della strada. Fu tirato giù subito. A ragguagliarmi sul misterioso sabotaggio fu Rod, che era curiosamente informato nei minimi dettagli.
"Che peccato per il tuo striscione, tesoro. Ho sentito che non è rimasto su nemmeno cinque minuti. Scommetto che non hai fatto in tempo a vederlo."
Dopo essermi disintossicato, non misi piedi su un palco per diciotto mesi. Ma feci un’eccezione per Rod alla Wembley Arena, dove mi sedetti in braccio a lui mentre tentava di cantare You’re in My Heart. Mi avevano detto che dovevo astenermi dal lavoro per impegnarmi a recuperare. Ma rovinare la vita a Rod non mi è mai sembrato un lavoro, quanto un hobby irresistibile.

PRIMA PARTE: gli ultimi anni turbolenti del rapporto familiare; i problemi di droga; il progetto naufragato con Tina Turner

SECONDA PARTE: i problemi di capelli; la Regina Madre; Bob Dylan

Copyright 2019
© Elton John All right reserved
© 2019 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Titolo dell'opera originale "Me"