Cristina Comencini: "Come mio padre racconto la libertà"
Arianna Finos
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di ARIANNA FINOS
La regista presenta 'Tornare', il suo nuovo film che chiude la Festa di Roma. Una storia con richiami autobiografici di una figlia alla ricerca di un padre
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
Quattordici anni dopo La bestia nel cuore, Cristina Comencini e Giovanna Mezzogiorno si sono ritrovate sul set per Tornare, "thriller dell'inconscio" che chiude la Festa di Roma il 27 ottobre. Ambientato nella Napoli anni Novanta, il film racconta la storia di una donna che torna a casa, dopo tanti anni all'estero, per la morte del padre e si ritrova a fare i conti con un passato che contiene un mistero. Un ritorno stimolato dall'uomo che è stato vicino al padre malato fino all'ultimo, Vincenzo Amato. "L'idea nasce da una testo che ho scritto in un momento complesso della mia vita, in cui rivedevo ciò che avevo vissuto - racconta la regista al telefono da Parigi - non pensavo di pubblicarlo, ma le co-sceneggiatrici Giulia Calenda (figlia della regista, ndr) e Ilaria Macchia sono state fondamentali per portare questa mia elaborazione personale su un terreno coinvolgente anche per le giovani generazioni. Come dice Carlo Rovelli nel libro …
Quattordici anni dopo La bestia nel cuore, Cristina Comencini e Giovanna Mezzogiorno si sono ritrovate sul set per Tornare, "thriller dell'inconscio" che chiude la Festa di Roma il 27 ottobre. Ambientato nella Napoli anni Novanta, il film racconta la storia di una donna che torna a casa, dopo tanti anni all'estero, per la morte del padre e si ritrova a fare i conti con un passato che contiene un mistero. Un ritorno stimolato dall'uomo che è stato vicino al padre malato fino all'ultimo, Vincenzo Amato. "L'idea nasce da una testo che ho scritto in un momento complesso della mia vita, in cui rivedevo ciò che avevo vissuto - racconta la regista al telefono da Parigi - non pensavo di pubblicarlo, ma le co-sceneggiatrici Giulia Calenda (figlia della regista, ndr) e Ilaria Macchia sono state fondamentali per portare questa mia elaborazione personale su un terreno coinvolgente anche per le giovani generazioni. Come dice Carlo Rovelli nel libro che cito sui titoli di testa, il passato misura la nostra trasformazione".
È tornata a sperimentare come ai tempi di La bestia nel cuore.
"Sì, allora avevo ricostruito tutta una casa al Teatro 5 di Cinecittà, stavolta c'è la villa a Napoli sull'acqua, che in qualche modo torna a essere abitata. Le atmosfere sono un po' alla Lynch, ci muoviamo nella realtà psichica e nel labirinto della memoria. Ci sono volute molte stesure della sceneggiatura perché tutto tornasse. Il genio di questo tipo di racconto è Hitchcock. Anche per lui, che faceva film perfetti, era importante risolvere tutto, eppure dopo aver visto La donna che visse due volte resta la sensazione che ci sia qualcosa del mondo interiore di lui, e di lei, ancora da esplorare. Io lascio sempre un margine all'interpetazione del pubblico. Lo spettatore si deve poter infilare nel mondo del film e sentirlo come vuole".
Come è stato ritrovare Giovanna Mezzogiorno?
"È stato bello lavorare ancora con lei dopo tanti anni e tante cose accadute nelle nostre vite. È di una bravura incredibile. Credo che a Giovanna l'esperienza della maternità abbia regalato spessore. Le mie ripetute maternità sono state risolutive per la carriera artistica, hanno allargato il modo di vedere le cose. Del resto il cinema è accanto alla nostra vita, non è solo una fabbricazione. È un lavoro collettivo, ma è vero che ciò che rende palpitante un film è l'essere vicino al cuore di chi lo ha fatto".
'Tornare', il nuovo film di Cristina Comencini con Giovanna Mezzogiorno chiude la Festa di Roma
Cosa ha ritrovato, facendo questo film?
"La me stessa bambina, l'amicizia con la ragazza a cui dedico il film. Mi appartengono il giardino segreto, l'amore per il cane, l'attesa del padre. E poi c'è quella parte sulla ragazza che si vuole divertire, forse anche facile, sulla sua esuberanza fisica. Ancora oggi l'esuberanza femminile e la sessualità possono essere viste nel modo sbagliato, come qualcosa non accettato, pericoloso. È ancora radicata nelle giovani donne la paura di esser troppo belle, sexy, calde, la paura verso chi le guarda".
Alle se stessa ragazzina poi adolescente cosa direbbe?
"Alla ragazzina direi, come nel film, sii te stessa. Alla ragazza invece dovrei dire di stare attenta, ma non voglio farlo perché è giusto che voli, con la sua energia. Anche io ero troppo esuberante, pensavo di dovermi calmare... Questo film mi ha fatto tornare a Napoli, la città di mia madre che adoro e che forse avevo un po' dimenticato, come il personaggio. La mia vita e il mio cinema si sono uniti in questo film, girato con grande libertà interiore".
La giovane protagonista ha un rapporto profondo con il padre. Quanto è stato importante il suo?
"Fondamentale, intellettualmente e creativamente. Era molto presente in casa, pranzavamo sempre insieme. Era legato a mamma da una passione coniugale non frequente. Girava filmini domestici, ci proiettava Chaplin. Dopo l'università ho lasciato un lavoro in ambito economico per scrivere con Suso Cecchi D'Amico e ho scoperto che mio padre sul set era un'altra persona: il cinema gli regalava grande libertà e felicità, un aspetto di lui che non avrei mai conosciuto da figlia. Quando è stato male lui sognava di girare".
C'è stato un tempo in cui le pesava, come regista, un cognome così importante?
"Costruire una carriera mia è stato bellissimo. Papà sarebbe contento, odiava il nepotismo ed era favorevole all'indipendenza delle donne. All'inizio ti aspettano al varco, ma poi è il pubblico a dire se vai avanti".
L'avventura da Oscar di "La bestia nel cuore", con l'eccezione di "La grande bellezza", che poi ha vinto la statuetta, è stato il solo a entrare nella cinquina.
"Capii subito che non avrei vinto, ma la notte degli Oscar fu bellissima e divertente. Dopo arrivarono anche tanti copioni. Dovevo girare L'animale morente da Roth, che poi ha fatto Isabelle Coixet, ma non me la sono sentita, forse sono stata fifona, ma mi piaceva più occuparmi dei miei testi".
Matteo Garrone ha detto che dei tanti Pinocchi prima del suo ha apprezzato quello di suo padre.
"Perché è un capolavoro, lo dico da spettatrice, non da figlia. Un'opera che al momento non è stata superata, ovvio che Matteo l'abbia tenuta presente, magari anche per staccarsene. Ancora oggi ci sono signori che mi raccontano "quel Pinocchio mi ha formato". La libertà è anche quella, il bambino che corre a piedi nudi sulle pietre. Papà sul set dava vita a ribellioni bellissime".