Michele Serra in scena con l'Amaca: "Un'ode in difesa della parola"
Anna Bandettini , di ANNA BANDETTINIIl giornalista in teatro da sabato a Verbania, poi in tournée in tutta Italia, con 'L'Amaca del giorno dopo'
Da ventisette anni ogni giorno fa il punto della situazione, su ciò che accade, in un corsivo. All’Unità e, dal 2001, con L’Amaca su Repubblica, per un totale di ottomila commenti, esercita il ruolo di testimone implacabile del nostro mondo «ma anche di caso umano, diciamolo, perché avere ogni giorno un’opinione ha anche un lato da Guinness», scherza Michele Serra. Editorialista e scrittore, acuto, ironico, tante volte su un palco a parlare dei suoi libri e delle sue “Amache” (la raccolta Il grande libro delle Amache, Feltrinelli, a cura di Giacomo Papi, il pamphlet La sinistra e altre parole strane con cui è stato al Festival di Spoleto) ora Serra, proprio a partire dai suoi corsivi, ha costruito uno spettacolo, da sabato a Verbania, che si intitola L’Amaca di domani non solo perché ogni sera spoilera quella che il giorno dopo si leggerà su Repubblica, ma perché riflettendo sul suo ruolo …
Da ventisette anni ogni giorno fa il punto della situazione, su ciò che accade, in un corsivo. All’Unità e, dal 2001, con L’Amaca su Repubblica, per un totale di ottomila commenti, esercita il ruolo di testimone implacabile del nostro mondo «ma anche di caso umano, diciamolo, perché avere ogni giorno un’opinione ha anche un lato da Guinness», scherza Michele Serra. Editorialista e scrittore, acuto, ironico, tante volte su un palco a parlare dei suoi libri e delle sue “Amache” (la raccolta Il grande libro delle Amache, Feltrinelli, a cura di Giacomo Papi, il pamphlet La sinistra e altre parole strane con cui è stato al Festival di Spoleto) ora Serra, proprio a partire dai suoi corsivi, ha costruito uno spettacolo, da sabato a Verbania, che si intitola L’Amaca di domani non solo perché ogni sera spoilera quella che il giorno dopo si leggerà su Repubblica, ma perché riflettendo sul suo ruolo di libero pensatore e commentatore (e provocatore) allestisce una riflessione più ambiziosa sull’importanza e la necessità della parola per la nostra salvezza futura contro la sciatteria del chiacchiericcio in voga oggi.
«Parliamo, forse diciamo scemenze, ci ripetiamo, contraddiciamo ma parlare vuole dire anche coraggio, metodo, buona volontà. Saper usare le parole è la strada per cercare di definire il mondo, per capirlo e magari cambiarlo, nominare quello che non siamo in grado di dominare, come dico nello spettacolo. Sì, è una rivendicazione politica, forse già sconfitta ma necessaria oggi davanti a chi crede che per raccontare la realtà basti uno slogan o un tweet. Al contrario conoscere è un privilegio e la discriminazione più profonda è quella culturale. Come diceva Don Milani, il padrone è padrone perché conosce mille parole, mentre l’operaio cento. L’ignoranza è subalternità, anche se purtroppo oggi la subalternità viene quasi rivendicata».
Questa difesa della parola, del logos come qualcosa che costruisce senso, ha avuto come approdo naturale il teatro, «il posto dove si va a sentir parlare, una liturgia, per usare una parolona, perché comporta la responsabilità di ciò che dici». E infatti L’Amaca di domani è costruito come un vero e proprio spettacolo: con una drammaturgia (di Serra) definita, una scena — «nuvole e una mucca a grandezza naturale che rappresentano la natura e il silenzio» — la regia di Andrea Renzi e una lunga tournée (il 15 al Colosseo di Torino, il 19 al Puccini di Firenze, il 20 al Brancaccio di Roma, via via per arrivare a Bologna e al Piccolo di Milano dal 12 maggio).
«Ho subito chiarito che non voglio far l’attore», mette le mani avanti Serra, ma in scena è insieme un conferenziere che legge i suoi fogli e lo stesso Serra che divaga. E sono notazioni divertenti (le parole più ripetute nelle sue Amache? «Purtroppo la prima è la parola “politica”, la seconda ancora più purtroppo “sinistra” e la terza, e qui siamo alla tragedia, è “Berlusconi”»), e altre più serie. «Ammetto che, se non mi tirano pomodori, in teatro mi sento salvo perché è come se ogni sera, noi trecento che siamo lì, alla fine portassimo a casa qualcosa di importante, l’idea che di parole viviamo, ci danno dignità e senso di comunità».
«Parliamo, forse diciamo scemenze, ci ripetiamo, contraddiciamo ma parlare vuole dire anche coraggio, metodo, buona volontà. Saper usare le parole è la strada per cercare di definire il mondo, per capirlo e magari cambiarlo, nominare quello che non siamo in grado di dominare, come dico nello spettacolo. Sì, è una rivendicazione politica, forse già sconfitta ma necessaria oggi davanti a chi crede che per raccontare la realtà basti uno slogan o un tweet. Al contrario conoscere è un privilegio e la discriminazione più profonda è quella culturale. Come diceva Don Milani, il padrone è padrone perché conosce mille parole, mentre l’operaio cento. L’ignoranza è subalternità, anche se purtroppo oggi la subalternità viene quasi rivendicata».
Questa difesa della parola, del logos come qualcosa che costruisce senso, ha avuto come approdo naturale il teatro, «il posto dove si va a sentir parlare, una liturgia, per usare una parolona, perché comporta la responsabilità di ciò che dici». E infatti L’Amaca di domani è costruito come un vero e proprio spettacolo: con una drammaturgia (di Serra) definita, una scena — «nuvole e una mucca a grandezza naturale che rappresentano la natura e il silenzio» — la regia di Andrea Renzi e una lunga tournée (il 15 al Colosseo di Torino, il 19 al Puccini di Firenze, il 20 al Brancaccio di Roma, via via per arrivare a Bologna e al Piccolo di Milano dal 12 maggio).
«Ho subito chiarito che non voglio far l’attore», mette le mani avanti Serra, ma in scena è insieme un conferenziere che legge i suoi fogli e lo stesso Serra che divaga. E sono notazioni divertenti (le parole più ripetute nelle sue Amache? «Purtroppo la prima è la parola “politica”, la seconda ancora più purtroppo “sinistra” e la terza, e qui siamo alla tragedia, è “Berlusconi”»), e altre più serie. «Ammetto che, se non mi tirano pomodori, in teatro mi sento salvo perché è come se ogni sera, noi trecento che siamo lì, alla fine portassimo a casa qualcosa di importante, l’idea che di parole viviamo, ci danno dignità e senso di comunità».